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Atlanta, 19 luglio 1996. Un'altra magia di Ali, uomo fragile e coraggioso

AliTorcia

 

Ali non si è mai nascosto. 
Neppure ad Atlanta, nel ’96. 
Non ha avuto paura di mostrare al mondo come fosse ridotto quel corpo, una volta tempio della salute e del vigore fisico. 
Era scosso dai tremori del Parkinson, incerto e apparentemente timoroso. Quegli occhi che incutevano rispetto in ogni avversario, sembrava stessero chiedendo aiuto. Tendeva il braccio tremolante con cui stringeva la torcia, doveva accendere la freccia che avrebbe dato fuoco al tripode olimpico. Sentivamo la tristezza e l’amore crescere dentro di noi. Allo stesso tempo, la mente ricordava i tempi felici. La leggerezza dei gesti, la velocità con cui muoveva le braccia, l’eleganza e la poesia quando ballava sul tappeto del ring. 
La sera del 19 luglio 1996 nel cuore della Georgia, ha portato in scena un'altra magia, lasciando nei nostri cuori l'immagine di un uomo fragile e coraggioso. 
Un gesto con cui ha raccontato una storia di dignità, mostrando allo stesso tempo la debolezza e la forza dell’uomo.
Come ha sempre fatto, anche quella volta ha riempito l’intero spazio con cui era venuto a contatto. 

È stato davvero il più grande. Non per valori assoluti, né per risultati. Fosse questo l'unico metro di giudizio, non credo lo sia stato neppure tra i pesi massimi, categoria in cui Joe Louis gli sta davanti. Ma è stato, senza dubbio alcuno, l’uomo che nella storia dello sport (restringere i confini alla boxe sarebbe riduttivo) ha avuto più popolarità nel mondo intero. 
Era entrato nelle nostre case nell’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando a tutti noi che anche il pugilato dei giganti poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.
Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Possedeva un talento infinito, unito alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Né sul ring, né come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e filosofi di fama mondiale. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella sua boxe piena di magie.
Quel 19 luglio del ’96 ad Atlanta, è uno dei momenti magici di questa storia.  



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