Nel nostro viaggio, fra gli “eroi del ring” visti a Bologna, l’italoargentino dalla sublime tecnica e il tempestoso guerriero di Pontedera
di Maurizio Roveri
Proseguendo nel romantico racconto di Campioni della boxe che hanno regalato bellezza ed emozioni, combattendo sul ring del Palazzo dello Sport di Bologna, non si può non parlare del “Fofro” di Rosario e della sua tecnica sopraffina. Carlo Duran.
Era arrivato dall’Argentina, dove già si era fatto valere proponendosi a Mar del Plata e soprattutto nel leggendario Estadio Luna Park di Buenos Aires, dove appena al dodicesimo match in carriera era riuscito con il suo talento a intrappolare e sconfiggere l’esperto e velenoso Andres Selpa. Questi era un combattente duro, pieno di malizie, con all’attivo già 104 combattimenti, 71 vinti. Ma il ragazzo che tutti chiamavano “El Fofro” (Il fiammifero- FOTO A DX ) non era tipo da spaventarsi. Giovane, esuberante, furbo, passionale, scanzonato. Le sue schivate mandavano a vuoto i selvaggi assalti di Selpa. E lo innervosirono, fino alla squalifica.
Lo spirito d’avventura spinse, poi, il ventiquattrenne argentino di Rosario ad imbarcarsi per un lungo viaggio su un grande transatlantico che lo avrebbe portato dall’altre parte del mondo. E così Juan Carlos Duràn arrivò in Italia, debuttò a Ferrara il 26 dicembre 1960 nel Palapalestre. Si intuì presto che aveva qualcosa di speciale. Esprimeva una boxe stilisticamente di altissima qualità. Dopo qualche anno ebbe la cittadinanza italiana. Diventando Carlo Duran (per tutti con l’accento sulla vocale “u”).
Il nostro pugilato scopriva un Artista. Mirabile interprete del jab sinistro, della schivata (un’arte che purtroppo non viene più valutata come dovrebbe essere), degli spostamenti laterali, della scelta di tempo e dell’abile lavoro sulle corde.

Era già campione d’Europa dei pesi medi, avendo costretto l’espertissimo spagnolo Folledo al KOT, quando nel tradizionale Santo Stefano bolognese del 1967 al Palasport di Piazza Azzarita affrontò per la terza volta il duro Ted Wright. Si erano trovati faccia a faccia in due occasioni, al Palalido di Milano, tra fine 1963 e inizi ’64. Carlo ( nella foto con il maestro Golinelli )s’era già dimostrato all’altezza di un avversario forte e molto quotato a livello internazionale. Erano stati due match equilibratissimi, quelli milanesi, gonfi di emozioni, con verdetti di parità. Particolarmente intensa, aspra, furente, spettacolare la prima sfida, quando l’americano di Detroit era collocato al quinto posto nella classifica mondiale dei medi.
Racconta Gualtiero Becchetti: “Fu una cosa pazzesca. Pazzesca. Quel combattimento al Palalido venne definito da Boxe Ring uno degli incontri più violenti andati in scena a Milano nel dopoguerra. Era il 22 novembre 1963. Il giorno in cui a Dallas venne assassinato John Kennedy. Ricordo quando nel palasport milanese entrarono gli strilloni, allora c’erano ancora, con l’edizione straordinaria dei giornali. Nella terza sfida, quella del 26 dicembre 1967 a Bologna, Carlo era cresciuto e migliorato, Ted Wright era un po’ calato ma pur sempre un pugile di qualità e valoroso combattente. Un buon match, con meno furore dei precedenti. La bella tecnica di Carlo s’impose chiaramente”.
Nel Madison bolognese l’espressione stilistica e il grande senso tattico di un Duran veterano, ma sempre bravo e orgoglioso, strapparono applausi in quel Santo Stefano del 1971. Carlo confezionava un’altra perla battendo limpidamente ai punti in dieci round il longilineo Matt Donovan, avversario di spessore.
Nel 1972, all’età di 36 anni, Carlo Duran ebbe l’estro, il coraggio e l’ambizione per avventurarsi in un nuovo capitolo della sua lunga carriera. Scendendo di peso e di categoria. E’ raro a quell’età. Lasciò i medi. E nei superwelter, riuscendo a rimanere dentro i limiti di peso, diventò Campione d’Europa. Vinse tre battaglie: contro Jose Hernandez a Sanremo, Jacques Kechichian a Schio e Johann Orsolics a Vienna.
IL CICLONE DI PONTEDERA - Lo chiamavano così, Sandro Mazzinghi. Uno slogan che è un’immagine perfetta per il generoso e coraggioso guerriero toscano dalle mani pesanti e con il fuoco nel cuore. Un fighter genuino come i suoi affetti, come la sua umiltà, il suo temperamento, la sua lealtà. Nato per lottare. Le sue battaglie all’ultimo sangue hanno hanno coinvolto ed eccitato la gente. Al Velodromo Vigorelli di Milano nel settembre 1963 l’azione demolitrice dell’energico e combattivo toscano si abbattè su Ralph Dupas (che aveva alle spalle già 100 vittorie) il quale conobbe un duro KOT. Mazzinghi volava sul trono WBA e WBC dei superwelter. Rivincita. E fu ancora gloria per “Il Ciclone di Pontedera” che andò in Australia a sconfiggere Dupas a casa sua infliggendogli un altro KOT. Sul ring del Sydney Stadium. Successivamente Mazzinghi respinse Tony Montano a Genova e Fortunato Manca al PalaEur romano.

E arrivarono nel 1965 le grandi, attesissime sfide con Nino Benvenuti. L’Italia divisa in due. Come per l’iconica rivalità fra Coppi e Bartali nel ciclismo. Vinse Benvenuti entrambe le volte: per knock out al sesto round allo stadio milanese di San Siro con quel magistrale montante destro che rubò il tempo al pugile toscano, e poi ai punti in 15 riprese con verdetto unanime (mai condiviso da Mazzinghi) sul ring del PalaEur di Roma. Un combattimento, questo, sul filo del rasoio che accese discussioni e polemiche.
Uomo e pugile di grande costanza, Mazzinghi. Tornerà Campione del Mondo il 26 maggio 1968 a Milano uscendo vincitore dalla boscaglia della fatica e del coraggio con un verdetto di split decision dopo 15 round. Contro il duro, resistente, insidioso coreano Ki Soo Kim, che due anni prima aveva sconfitto Benvenuti.
Al Palasport di Bologna, il Ciclone di Pontedera ha combattuto 8 volte. Mai con un titolo in palio. Tutte vittorie, 6 prima del limite. Prove di forza.
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