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Storia dei due ragazzi che sono riusciti a battere gli imbattibili (video)

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Coley Wallace è nato a Jacksonville, Florida, il 5 aprile del 1927.
È ancora un ragazzo quando, assieme alla famiglia, si trasferisce ad Harlem, Manhattan, nella parte alta di New York. 
I suoi 189 centimetri di altezza negli anni Quaranta ne fanno un colosso. Soldato degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Tornato in città, entra in palestra.
Diventa un pugile. Un incontrista dotato di discreta tecnica, buon sinistro, destro pronto a chiudere l’azione.

È il favorito tra i pesi massimi ai Golden Gloves organizzati dal Daily News.
Approda, rispettando il pronostico, ai quarti di finale.
New York, 1° marzo 1948.
Ci sono 17.926 spettatori paganti al Madison Square Garden, molti di loro tifano per l’altro pugile sul ring. Un tipo tosto, nato a Brockton ma di chiare origini italiane. Si chiama Rocco Francis Marchegiano, in arte Rocky Marciano. Un demolitore. Grande coraggio, pugni pesanti e mascella d’acciaio. Ha già esordito al professionismo con il nome di Rocky Mac, ha vinto per ko alla terza.

Quello contro Coley è un match di grande intensità. Il pugile di Harlem prova a giocarsela al meglio. È dieci centimetri più alto, si abbassa leggermente per essere alla stessa altezza e prova a sfruttare la maggiore velocità di braccia. Il destro, pensa, sarà l’arma vincente. 
Rocky ha un ritmo alto, costante, non cala mai. Non c’è un solo secondo dell’incontro in cui non dia battaglia. Quando suona la fine del terzo round, molti tra gli spettatori sono convinti che l’italiano di Brockton ce l’abbia fatta.
Non sono della stessa idea i giudici che assegnano per split decision la vittoria a Wallace.
Molti giornalisti statunitensi diranno che questa è l’unica volta, da dilettante e da professionista, che Rocky Marciano sia stato battuto. Il sito specialista in statistiche pugilistiche boxrec.com racconta invece di altre tre sconfitte, da dilettante. Contro Henry Lester al debutto, per squalifica al terzo round; contro Joe De Angelis e Bob Gerard entrambe ai punti.

Coley Wallace è stato comunque l’ultimo a centrare l’impresa, da quel momento in poi nessuno è stato più in grado di sconfiggere Rocky.

Dopo il verdetto sul ring del Garden piovono frutta e insulti.
Marciano dice che è una truffa, che è stato tutto manovrato.
Non fa nomi, ma le accuse hanno un chiaro destinatario. A guidare la carriera, prima da dilettante poi da professionista, di Coley è Frank “Blinky” Palermo, luogotenente di Frankie Carbo: il boss della mafia di New York.


Normale che a Rocky Marciano vengano strani pensieri per la testa.

Wallace va in semifinale, batte Terry Teague. Poi supera Bob Baker e vince il titolo. Si ripete l’anno dopo. Nel 1950 passa professionista.

Rocky continua l’avventura nel pugilato dei pro, diventa campione del mondo dei pesi massimi, nessuno riuscirà più a batterlo. Dopo avere messo assieme un record di 49-0 si ritira con il titolo ancora in tasca.

Wallace diventa un buon pugile (22-7-0, 16 ko), si batte anche contro rivali di valore, come Ezzard Charles che lo sconfigge per kot nella decima e ultima ripresa della loro sfida.

Tenta la carriera di giudice, poi quella di arbitro. Da bordo ring stila i cartellini del confronto tra Maurizio Stecca e Cleo Garcia, Felt Forum 8 gennaio 1987, ma soprattutto è chiamato a giudicare il mondiale massimi tra Muhammad Ali e Sonny Liston che si disputa il 25 maggio del 1965 a Lewiston nel Maine e si conclude con la vittoria di Ali per ko 1, grazie a un pugno che quasi nessuno ha visto arrivare.

Il successo vero Coley Wallace lo coglie altrove. Grazie alla sua somiglianza con Joe Louis, interpreta sullo schermo il ruolo di The Brown Bomber per due volte. La prima nel 1953 in Close to me, la storia di Joe Louis; la seconda nel 1980 in Toro Scatenato di Martin Scorsese. Reciterà anche in Carib Gold (1957), Rocky Marciano (1979) e Rooftops (1989).

Si sposa con Pearlie May Carey, hanno un figlio. Lavora a lungo come uomo immagine di un’azienda che produce liquori.

Se ne va via per sempre il 30 gennaio 2005, a 77 anni.
Corone di fiori vengono ancora oggi depositate sulla sua tomba al Calverton National Cemetry nella Contea di Suffolk, New York.

Non è stato un campione, ma un pugile capace di sconfiggere l’imbattibile Marciano, di interpretare Joe Louis sul grande schermo, di giudicare un mondiale dei massimi con Muhammad Ali sul ring.
Il popolo della boxe, negli States, gli ha voluto bene. 

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Serafin Todorov è stato l’ultimo a battere Floyd Mayweather jr.
L’evento si è verificato il 2 agosto 1996, nella semifinale dell’Olimpiade di Atlanta, categoria pesi piuma.  
Quella del bulgaro è la storia triste di un vincitore che dalla vita ha avuto poche gioie. Quel giorno resterà tra i suoi ricordi più belli. 
Lo sconfitto, finito il match, lasciato il dilettantismo, diventa professionista, mette assieme un record di 50-0 e guadagna 565 di milioni di dollari (valutazione fine novembre 2021).
Todorov vive con una pensione di 400 (quattrocento) euro al mese e non è mai passato professionista. La grande occasione l’ha avuta proprio quel pomeriggio di agosto, quando nello spogliatoio si sono presentati davanti a lui tre signori. Due promoter e un interprete. Gli hanno offerto casa, macchina e un bel po’ di soldi. Lui ha respinto la proposta. Non si sentiva ancora pronto, anche se era già un 27enne (Floyd era più giovane di otto anni). 

 


Su quella sfida vinta di misura (10-9, al tempo delle macchinette segnacolpi) erano nate mille polemiche. Gli americani avevano espresso dei dubbi su Emil Jetchev, il capo di arbitri e giudici; dicevano avesse spinto per un verdetto favorevole al connazionale. In un’intervista con Sam Borden del New York Times, apparsa nel numero del 3 aprile 2015, lo stesso Todorov tira in ballo il dirigente.
“Forse in semifinale contro Mayweather sono stato aiutato, può essere. Ma poi mi hanno privato della medaglia d’oro. In finale avevo sconfitto il tailandese Somluk Kamsing, il verdetto non ha riconosciuto il mio dominio. Jetchev prima del match è venuto nel mio spogliatoio e mi ha avvertito: se vuoi vincere devi metterlo ko. Non l’aveva mai fatto prima…”
Buttata al vento la possibilità di un’avventura professionista negli Stati Uniti, il bulgaro continua l’attività nel dilettantismo. Aveva già vinto tre Mondiali e altrettanti Europei, oltre all’argento olimpico. Si prepara alla nuova avventura iridata nel 1997, vorrebbe però farla sotto la bandiera della Turchia che gli ha proposto un’allettante offerta economica: un milione di dollari per la medaglia d’oro. Hanno raggiunto l’accordo. Un’ulteriore richiesta economica per saldare la tassa di svincolo fa saltare l’affare.
Todorov, chiuso con il dilettantismo, tenta in patria la strada del professionismo. Ma nel 2003, dopo cinque match (4-1-0), capisce che non sarebbe andato lontano. Meglio finirla lì.
Lavora come autista, garzone in una macelleria, commesso in un’azienda agricola. La moglie fa la cassiera in un supermercato. I soldi guadagnati nell’attività pugilistica se ne sono andati. Tanti amici, tanta generosità da parte del campione. I denari escono in modo preoccupante, in cassa ne entrano molti di meno. Gli amici, finiti i soldi, se scompaiono. Salva solo la casa, un piccolo appartamento al primo piano di un vecchio edificio davanti a un tabaccaio distrutto da un incendio. Vive lì con la moglie, un figlio e la figlia incinta.
Dodici anni dopo il ritiro, torna a combattere. Tre mesi dopo l’intervista al New York Times, il 26 luglio 2015, affronta Aleksander Chukalevsky (1-5-0), vince ai punti in quattro riprese e finalmente appende i guantoni al chiodo.
Da quel momento esce dalla luce dei riflettori, ogni tanto arriva qualche notizia su di lui. Si sa che vive a Pozardzhik, sulle rive del fiume Maritza nel sud della Bulgaria. Qualche volta appare in una premiazione, un articolo o una foto per la festa del cinquantesimo compleanno (è nato il 6 luglio del 1969), il ricordo di alcuni siti specializzati.
Oblio e povertà per il vincitore, Serafin Todorov.
Popolarità e montagne di soldi per lo sconfitto, Floyd Mayweather jr.

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