Il 10 giugno del 1961 è una data storica per il pugilato italiano, una di quelle da evidenziare con il circoletto rosso.
Esattamente 63 anni fa, sul ring del mitico Madison Square Garden di New York, l’anziate Giulio Rinaldi andava all’assalto del mondiale dei medi massimi detenuto dallo statunitense Archie “Mangusta” Moore, un autentica leggenda delle dodici corde.
Le premesse per questa sfida si erano create otto mesi prima, quando, ingaggiato dalla ITOS di Rino Tommasi, Moore affrontò Rinaldi il 29 ottobre 1960, al Palazzo dello Sport di Roma in un match sulla distanza delle dieci riprese, senza titolo in palio.
Dopo aver superato un momento difficile nel corso della settima ripresa, dove stava addirittura per abbandonare il match, Giulio riuscì a vincere la sfida grazie ad un verdetto ai punti piuttosto generoso, ma non scandaloso.
Grazie al quel successo Rinaldi acquisì la credibilità necessaria per convincere gli organizzatori americani ad allestire il rematch tra i due, questa volta con titolo in palio.
Moore è stato il dominatore della categoria dei medio massimi a partire dal 1952, quando superò ai punti Joey Maxim, anche se spesso abbandonava il titolo per sconfinare nella categoria dei pesi massimi, storicamente più prestigiosa e che gli garantiva maggiori guadagni.
Proprio nella categoria regina della boxe Moore ebbe occasione di combattere in due occasioni per il titolo mondiale venendo sonoramente battuto da Rocky Marciano nel 1955 (ko 9) e da Floyd Patterson nel 1956 (KO 5).
Moore aveva alimentato la sua leggenda e la sua popolarità mantenendo segreta, quanto possibile, la sua data di nascita e la sua alimentazione che gli consentiva di rientrare, quando necessario, nei limiti di peso dei medio massimi, 79,378 kg quando abitualmente ne pesava 90.
Quella sera Giulio, con il mitico Gigi Proietti all’angolo, a partire dalla terza ripresa ferito allo zigomo, perse abbastanza chiaramente con il 45enne (?) Moore.
Rinaldi giustificò la sua prestazione al di sotto delle aspettative per una distorsione alla caviglia che lo ha danneggiato dalla nona ripresa in poi.
Netto il verdetto della terna arbitrale, espresso in riprese, in favore del campione in carica:
1) 9-5-1;
2) 11-4;
3) 11-3-1.
Fu quello l’ultimo incontro con titolo in palio disputato dalla “Mangusta”.
L’anno dopo Moore si offri come vittima sacrificale al lancio di un ragazzo di buone prospettive, di cui si sentirà parlare, che lo sconfisse per KO alla quarta ripresa. Il suo nome era Muhammad Alì.
Si ritirò nel 1963 con un record di 186 vittorie, 23 sconfitte e 10 pareggi entrando a far parte della International Boxing Hall of Fame, il tempio degli immortali del pugilato, nel 1990.
Assieme a Bob Foster si contende la palma di miglior medio massimo di tutti i tempi, anche se la rivisita specializzata “the Ring” assegna il primo posto della sua classifica “all time” ad Ezzard Charles, mai stato campione tra le 175 libbre, sua categoria naturale, ma tra i pesi massimi.
Quanto a Rinaldi continuò ad essere la vedette incontrastata delle riunioni romane di Rino Tommasi, conquistando il titolo europeo nel 1962.
Si ritirò nel 1970 con un record di 44 vittorie, 16 sconfitte e 5 pareggi.
Max




