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Mike Tyson ha restituito popolarità alla boxe, ma è tra i Top 10 di sempre?

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di Dario Torromeo

Mike Tyson non era solo un’espressione di potenza, era abile soprattutto sul piano tecnico.Fisicamente partiva con l’handicap dell’altezza (1.80). È vero, nel passato due grandi come Rocky Marciano e Joe Frazier misuravano più o meno gli stessi centimetri di Iron Mike. Ma con il passare degli anni la fisicità dei campioni tra i pesi massimi è cresciuta e lui si è trovato ad affrontare quasi sempre avversari più alti. 

Questa situazione gli ha posto due problemi.


Primo, la difficoltà di accorciare la distanza. 

Secondo, la necessità di chiudere l’azione quando riusciva a creare il corpo a corpo.
Li ha risolti entrambi brillantemente. 

La capacità di raggiungere l’obiettivo l’ha trovata evitando i colpi con una continua oscillazione del tronco, millimetriche schivate, scelta di tempo e rapidità di esecuzione. Erano il suo marchio. 

Lo chiamano peekaboo, come il gioco dei bambini (il bubu settete o cucù). Nella boxe è uno stile difensivo, ma anche una scelta in fase di attacco in cui il pugile oscilla la testa tenendo i guanti molto stretti sulle mascelle, allungando poi le braccia che in partenza sono attaccate al torso. 

Cus D'Amato ne ha sviluppato il concetto, imponendolo ai suoi pugili. Mike Tyson ne è stato uno dei migliori esecutori.
Lo schema peekaboo era il giusto metodo per accorciare la distanza fino a raggiungere e colpire il rivale.
Il movimento della testa e il cambiamento degli angoli proteggevano il mento.

Oscillava a destra e a sinistra, trasferendo il peso del corpo da una gamba all'altra. Ciò gli permetteva di fare esplodere i suoi colpi quando l’azione da difensiva si trasformava in offensiva. Scivolava sotto i pugni del rivale, un modo efficace per poi colpire in controtempo.

Lo stile peekaboo insinuava dubbi nell’avversario, che, cercando di evitare eventuali colpi, creava un'apertura nella difesa. 

Il movimento della testa di Tyson, quando cominciava a muovere le spalle a sinistra e a destra, somigliava molto a quello di un metronomo.
Una volta agganciato l’avversario, l’abilità tecnica nel portare i colpi girati (ganci e montanti), da vicino con velocità e precisione, ovvero potenza, faceva il resto.

Ecco, questo secondo me è un concentrato di quello che è stato Tyson sul ring. Forte e bravo nell’applicare le lezioni di Cus D’Amato. 

Fino all’11 febbraio 1990.

Dopo essere diventato il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi (20 anni, cinque mesi, 22 giorni) battendo Trevor Berbick, ha sconfitto James Smith, Pinklon Thomas, Tony Tucker, Tyrrell Biggs, Larry Holmes, Tony Tubbs, Michael Spinks, Frank Bruno, Carl Williams.
Non penso di dire un’eresia se affermo che non mi sembra una schiera di fuoriclasse. I due più titolati erano Larry Holmes (39 anni all’epoca del match) e Michael Spinks (che veniva dai mediomassimi). Non erano fenomeni, ma erano sicuramente il meglio che i pesi massimi potessero offrire in quel momento.

Poi è arrivato James Buster Douglas e la storia è cambiata.
È vero, l’arbitro Octavio Meyran ha effettuato un conteggio lungo 13 secondi quando Douglas è stato spedito al tappeto da un montante destro di Iron Mike, ma è anche vero che il pugile di Columbus ha comandato il gioco. E, a mio parere, Douglas era uno dei più deboli tra i rivali incontrati da Tyson in un mondiale (i bookmaker lo avevano quotato 42/1). Aveva affrontato pochi match significativi. Sconfitto da Jesse Fergusson e Tony Tucker. Aveva battuto Trevor Berbick e Oliver McCall. Vinto il titolo, lo aveva perso alla prima difesa. Evander Holyfield lo aveva messo ko in tre round.
“Il problema per Mike è quello che accade tra un match e l’altro.” (cit. Bill Cayton). Per questo all’inizio lo facevano combattere in continuazione.
Quindici match nell’anno dell’esordio (1985).
Tredici nella stagione del mondiale (1986).
Se combatteva, si allenava e aveva poco tempo per combinare guai.

Dopo Douglas non è stato più lo stesso, anche se è riuscito a tornare campione del mondo sconfiggendo Frank Bruno e difendendo il titolo contro Seldon.
Umilianti sul piano tecnico le due battute d’arresto prima del limite contro Holyfield, pesante su quello fisico il ko subito da Lewis. Ha chiuso la carriera con tre sconfitte per knock out negli ultimi quattro incontri, perdendo anche con Danny Williams e Kevin McBride.

In pratica il suo periodo d’oro è durato tre anni e tre mesi.
Ha chiuso con sei sconfitte in totale, tutte prima del limite. Contro James Douglas, Lennox Lewis, due volte contro Evander Holyfield (una per squalifica dopo il morso all’orecchio), Danny Williams e Kevin McBride.
Eppure nella testa di molti rimane l’immagine di un giovane campione che stendeva chiunque avesse il coraggio di affrontarlo.

I problemi di concentrazione per le difficoltà della vita, l’incapacità di resistere alle tentazioni per il poco avuto in gioventù, il calo in seguito a uno stop di quattro anni (è stato in carcere per stupro) possono essere valide giustificazioni.

Ma non possono essere i problemi della vita a influire sul giudizio tecnico e assoluto di un pugile. Il valore è rappresentato da quello che è stato capace di fare sul ring nell’intero periodo di attività. 

Tyson ha sicuramente avuto un’enorme presa popolare.
Ha quasi sempre regalato un’immagine di sfrontatezza. Ha boxato come natura e tecnica gli imponevano, non ha mai misurato con il bilancino energie ed emozioni. Per questo il suo messaggio al pubblico è sempre stato incisivo, senza intermediari, veloce e potente come un diretto ben tirato.

Mike Tyson ha restituito popolarità universale al pugilato. E di questo gli va reso merito. Ma credo faccia fatica a essere inserito tra i dieci migliori di sempre.


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