La gran parte degli gli appassionati conoscerá la storia e la carriera di Jack Johnson, "The Galveston Giant", magnifico combattente, un fenomeno per la sua epoca, molto in anticipo sui tempi in virtù della sua tecnica evoluta, e oltretutto grande personaggio che segnerà un epoca nella storia del costume degli Stati Uniti.
Fu il primo pugile di colore a diventare campione mondiale tra i pesi massimi, e che si poteva permettere di dividere la sua vita, e il suo letto, con donne bianche, condotte che gli procurarono non pochi guai giudiziari.
Sulla strada che lo avrebbe portato sul tetto del mondo, un Johnson ancora acerbo, solo 22enne, al suo undicesimo incontro da professionista, subì una durissima sconfitta prima del limite.
Il 25 febbraio del 1901, sul ring amico della Harmony Hall di Galveston, venne messo KO alla terza ripresa da Joseph “Joe” Choynski, figlio di immigrati polacchi di religione ebraica che si erano stabiliti in California.
Choynski era un medio massimo naturale che per tutta la sua carriera sfidò i migliori pesi massimi dell’epoca, che lo sovrastavano fisicamente e che lo consideravano un pugile estremamente pericoloso, in quanto dotato di un pugno deflagrante.

A Galveston Choynski, che in quel momento aveva 32 anni e un record di 52-11-6, mise in mostra le sue qualità di terribile colpitore battendo il futuro campione mondiale per KO alla terza ripresa a seguito di un brutale gancio alla mascella.
La sfida venne presentata dagli organizzatori come match di esibizione in quanto in quel periodo il pugilato in Texas era illegale.
Nonostante ciò l’eco del combattimento attirò l’attenzione della polizia locale che, alla fine del match, trasse in arresto sia Choynski che Johnson che restarono incarcerati per tre settimane.

Per tutto il periodo della detenzione i due divisero la cella e diventarono amici e Choynski si trasformò da avversario in consigliere e guida.
Gli fece capire che un pugile delle sue qualità e capace di muoversi sul ring come sapeva fare, non avrebbe dovuto mai prendere un pugno.
Ogni giorno, dei 23 passati in carcere, i due boxarono nel cortile della prigione, circondati da agenti di polizia e ospiti incuriositi.
Choynski mise a disposizione di Jack tutta la sua esperienza e le sue conoscenze, insegnandogli molti trucchi del mestiere e affinando la sua tecnica.
Negli anni successivi Johnson ricorderà così quell’esperienza: “Ho imparato di più in quelle tre settimane di quanto avessi fatto sino a quel momento. Joe è stato un grande amico e un combattente formidabile. Il suo pugno era paralizzante, il più duro che ho ricevuto nel corso della carriera”.
Anche grazie a quei preziosi insegnamenti Johnson, negli anni a venire, sarebbe diventato un grande combattente, un maestro difensivo in grado di colpire di rimessa con grande efficacia.
Diventò campione mondiale nel 1908 e difese il titolo sino al 1915 quando fu praticamente costretto a lasciarlo nelle mani di Jesse Willard.
La sua superiorità nei confronti dei contemporanei era tale da costringere gli organizzatori a trovargli avversari estemporanei quali l’ex campione James Jeffries, che si era ritirato nel 1904, e Stanley Ketchel, un peso medio con qualità di prim’ordine.
Si ritirò nel 1931 con un record di 53-11-8.
Sulle vicende della sua vita e della sua carriera sono stati scritti volumi interi a dimostrazione della statura del personaggio e di come il problema razziale fosse importate, allora come oggi, negli Stati Uniti.
Quanto a Choynski, dopo aver battuto Johnson disputò altri 12 incontri senza avere mai la possibilità di combattere per il titolo mondiale.
Si batté contro i migliori massimi e mediomassimi della propria epoca, quali James Corbett, Tom Sharkey, Bob Fitzsimmons, Marvin Hart, Philadelphia Jack O’Brian, Barbados Joe Walcott, prendendosi il lusso di battere due futuri del mondo quali James Jeffries e per l’appunto Johnson.




