Una malattia che bisogna aiutare a combattere
La scomparsa di Ricky Hatton, trovato impiccato in casa poche settimane fa dal suo manager, ha scosso profondamente il mondo della boxe, in particolare quello inglese. E' impressionante vedere il cordoglio che la sua prematura scomparsa ha causato e il dolore provato da avversari diventati amici come Marco Antonio Barrera, Paul Malignaggi e tanti altri che ne hanno capito la profonda dimensione umana. A differenza di tanti il successo non ha mai dato alla testa ad Hatton che è rimasto sempre attaccato alle sue radici al suo essere espressione della classe operaia britannica. l suo problema di depressione, con conseguente rifugio nel consumo di alcool e di stupefacenti, era noto a tutti e lo stesso Hatton non si è mai nascosto, anzi, parlandone apertamente in pubblico e appoggiando concretamente l'azione di associazioni dedite al recupero di persone affette da depressione e manie suicide. Purtroppo però Hatton non ce l'ha fatta a vincere i suoi demoni pur avendoli combattuti come era solito fare sul ring. Al riguardo ricordo una frase di Enzo Biagi che definiva il suicida come una persona che "non riesce a sopportare l'idea di vivere neppure la prossima mezz'ora".
La depressione è una malattia diffusa ma è impressionante pensare che i due pugili più amati dal pubblico inglese, non per questo i più forti in assoluto ma i più amati degli ultimi 50 anni, Ricky Hatton e Frank Bruno, ne abbiano dolorosamente sofferto. Frank Bruno per fortuna ne è uscito ma solo dopo avere avuto anche dei forzati ricoveri in cliniche specializzate. Il pubblico non li ha mai dimenticati, anzi, ma qualsiasi persona che lavora nell'ambito dello spettacolo, e i pugili fanno parte di questo mondo, soffre indicibilmente all'idea di abbandonarlo. Il problema è che a differenza degli altri, i pugili hanno una carriera forzatamente breve come tutti gli atleti e cercano di prolungarla a volte all'inverosimile oltre ogni soglia di sicurezza.
Hatton avrebbe dovuto tornare un'altra volta sul ring a dicembre in Arabia, forse si era reso conto di quanto patetico e sostanzialmente inutile fosse questo rientro. Ha trovato subito un sostituto in Kell Brook, altro grande pugile ritirato e caduto in depressione, che si è subito proposto di sostituirlo in quello che più che un omaggio ad Hatton ha le parvenze di un omaggio a se stesso.
Il dopo boxe di tanti pugili non presenta solamente i problemi fisici tipici di una professione durissima ma anche devastanti aspetti psicologici. Per questo sarebbe opportuno che le Federazioni fornissero un sostegno psicologico adeguato, oltre a un fondo pensione, agli ex pugili in difficoltà. Basterebbe che una piccola quota delle organizzazioni fosse devoluta a un fondo, soprattutto per i grandi organizzatori non costituirebbe un vero problema. Ma purtroppo in troppi da quest'orecchio hanno dimostrato di non sentirci.



