di Gualtiero Becchetti
Alcuni giorni fa se n'é andato per sempre un grande campione "senza corona": Luis Folledo. Fu uno dei medi europei più forti di quegli straordinari anni "60 e divenne un beniamino delle folle iberiche come forse mai ce ne sono stati né prima né dopo. A lui, uomo e atleta ricco di profondi valori umani e sportivi, dedico la rievocazione del "mitico" campionato europeo della categoria che l'oppose a Carlos Duran, il 17 Novembre 1967, in un palasport di Torino che fu costretto a chiudere i battenti lasciando nello spazio antistante 1.500 spettatori rimasti senza biglietti per la chiusura anticipata dei botteghini. Altri tempi, altri pugili, altro mondo....
Il brano é tratto da "DURAN! DURAN! DURAN!", il libro edito dalla BradipoLibri di Torino che lo pubblicò quattro anni orsono. L'autore é...il sottoscritto.
..."E giunse finalmente l’ora della verità. Il clan del campione italiano si
trasferì qualche giorno prima dell’evento a Torino, accompagnato da
innumerevoli articoli sui giornali e lunghi servizi televisivi, dove sarebbe
stato poi raggiunto, nella “funerea” data del 17 Novembre, da parecchi
tifosi ferraresi. Il clima era particolarmente rigido in quel periodo e la nebbia
imperversava su tutta la Pianura Padana. Forse questa contingenza,
forse l’enorme tensione di cui fu vittima immediatamente dopo le operazioni
di peso che si svolgevano ancora alla mattina dell’incontro, probabilmente
entrambe le cose insieme, giocarono un pessimo tiro a Carlo,
che si trovò a letto in preda a brividi di ferro e diarrea. Cercando di celare
il problema, Augusta, Strozzi, Sabbatini e Ciaccio fecero mille volte la
spola tra la hall e la sua camera con l’angoscia se farlo combattere o annullare
il match. “Combatto, combatto!-Urlò per l’ultima volta il pugile, sollevandosi
sul letto per prepararsi alla partenza verso il palasport-Non me
ne frega niente se sto bene o male... Aspetto da tutta la vita questo
momento e neanche se muoio ci rinuncio”. Passò un quarto d’ora e alcuni
amici e parenti che l’attendevano ai piedi delle scale, quando lo videro
rimasero senza parole: pallidissimo, con goccioline di sudore che gli
imperlavano la fronte e quasi malfermo sulle gambe, sembrava pronto più
per un ricovero all’ospedale che non per salire sul ring. La partenza dall’albergo
nei pressi della stazione di Porta Nuova e il viaggio in auto per raggiungere
il Palazzo dello Sport furono segnati da un prolungato e inquietante
silenzio, diverso da tutti i silenzi che caratterizzavano solitamente
l’imminente ascesa al ring di Duran; era un silenzio cupo, pesante, impastato
di paura e scoramento. “Ma che cos’é successo?-Esclamò ad un certo
punto l’autista-Che ci fa tutta ‘sta gente in mezzo alla strada?...”. Carlo,
Augusta, Strozzi e Macchia protesero istintivamente il viso verso i rispettivi
finestrini e si resero conto che non era successo nulla di allarmante, se
non che una folla enorme si stava accalcando attorno ai botteghini per
acquistare il biglietto... Mancava ancora parecchio tempo all’inizio della
riunione eppure lo spettacolo era incredibile! Duran, che già aveva tanti
motivi per essere agitato, divenne di colorito ancora più verdognolo nel
constatare quale enorme responsabilità si portava sulle spalle; in quell’indimenticabile
notte, 1500 persone non riuscirono a prendere posto sugli
spalti e venne stabilito un record di pubblico tuttora imbattuto per una
manifestazione di pugilato a Torino.
L’attesa del main-event fu carica di adrenalina e gli incontri di contorno,
con le vittorie di Eduardo Corletti su Copeland, di Biscotti su Tavarez,
di Macchia su Bisotti e Oggiano su De Pace, furono guardati con ben
scarsa attenzione. Finalmente, mentre ai microfoni radiofonici della Rai
già era in collegamento con tutta Italia Paolo Valenti, il più famoso radiocronista
dell’epoca, lo stesso che avevo narrato a quasi venti milioni di italiani,
in piena notte, la mitica vittoria di Benvenuti contro Griffith al
Madison Square Garden, preceduti dalle rispettive bandiere fecero il loro
ingresso tra le dodici corde Carlo Duran e Luis Folledo. Fiero, sicuro di
99
Duran! Duran! Duran!
sé, a testa alta lo spagnolo, con indosso un atipico ed elegante accappatoio
bianco lungo sino a metà coscia e pantaloncini del medesimo colore; a
testa bassa, con completo bianco e nero, l’italiano. Per entrambi, candidi
guantoni. Agli inni, Folledo sollevò il viso al cielo e accanto a lui una leggenda
della boxe, il medio cubano Kid Tunero, fuoriclasse degli anni
30/40 stabilitosi in Spagna e ora suo allenatore; quando risuonò l’inno di
Mameli, Carlo Duran esplose in un pianto dirotto e se tale incontenibile
manifestazione emotiva fece accrescere ulteriormente il caldissimo sostegno
dei “freddi” torinesi, provocò invece brividi aggiuntivi ai parenti,
amici e tifosi arrivati da Ferrara. Al suono del gong, però, si ebbe quasi la
sensazione, per chi conosceva i retroscena delle ultime ore, che gli abbondanti
lacrimoni avessero contribuito a sciogliere il “magone” che Carlo si
portava dentro. I primi round furono equilibratissimi, perché al lungo jab
di Duran s’opponeva un identico lungo jab di Folledo; alle sue schivate e
agli spostamenti sul tronco corrispondevano similari azioni dell’iberico; al
suo rapido gioco di gambe faceva da contraltare un altrettanto elegante e
rapido gioco di gambe dell’avversario. Strozzi, all’angolo, era una statua di
sale, apparentemente freddo e distaccato come se stesse assistendo ad un
incontro tra novizi; negli intervalli parlava pochissimo, secondo il suo
stile, ma a partire dalla quinta ripresa cominciò ad incalzare Carlo:
“Mettigli il montante destro; mi ascolti o no?”. “Ho paura di farmi incrociare
dal gancio sinistro... È ancora veloce e fa male...”, ribatteva regolarmente
Duran. “Mettigli il montante destro o vuoi fare di testa tua? Mi dai
retta?...”. Alla nona ripresa il combattimento era ancora incerto, anche se
Folledo sembrava avere scoperto ormai tutte le carte che aveva a disposizione
e Carlo, accompagnato dal boato della gente ogni volta che allungava
un braccio, pareva avere ormai dimenticato del tutto le angosce e
stava passando in testa, guadagnando terreno un centimetro alla volta. Tra
il decimo e l’undicesimo round Nando Strozzi salì la scaletta con occhi di
fuoco e dopo aver tolto il paradenti al suo pugile, guardandolo come se lo
volesse sbranare, gli disse: “Se non gli porti il montante destro giuro che
vado via... Ma non vedi che ormai hai l’uomo in mano? Cosa stiamo a
fare ancora qui? I giochini?...”. Stavolta Carlo non osò neanche aprire
bocca e al suono del gong prese il centro del ring, come accadeva ormai
da qualche ripresa; con una serie di jab fece arretrare Folledo contro le
corde e iniziò una serie alla quale Luis s’oppose piegandosi in un tentativo
di schivata e proprio in quel momento Duran lanciò il sospiratissimo
montante destro che lo colse alla punta del mento, facendolo cadere
pesantemente prima sull’ultima corda e quindi al tappeto. Barcollando,
con cuore ed esperienza Folledo riuscì ad arrivare al gong, mentre il
Palazzo dello Sport era diventato una bolgia. Strozzi, mise una mano sulla
spalla di Carlo e gli sussurrò con sconcertante naturalezza una sola frase:
“Adesso lo metti ko...”. Punto. Parole che non ammettevano replica.
L’italo-argentino, infatti, partì a spron battuto e in pochi attimi fu palese
che il pugile di Kid Tunero non aveva recuperato i postumi del kd, non
opponendo alcuna difesa ai suoi colpi, tanto che l’arbitro si frappose quasi
subito allargando le braccia in segno di sospensione. Un secondo dopo
Nando Strozzi era già sul quadrato e lo festeggiò a modo suo: “Era ora...
Ci voleva tanto a “mettere” quel montante?”...
Carlo Duran era campione d’Europa.
I successi, come ben si sa, procurano sempre numerosi amici e così fu
per lui, che si vide conteso per cene, congressi, premiazioni, concorsi, celebrazioni
anche da chi, sino a qualche tempo prima, non lo degnava neppure
di un’occhiata o sparlava addirittura dietro alle spalle.
Improvvisamente fu gratificato dall’apertura di porte che per lui erano
sempre state chiuse a doppia mandata e dai larghissimi sorrisi di molti
che, in cuor loro, l’avevano sempre ritenuto un povero emigrante “al contrario”
in cerca di fortuna. Carlo, però, possedeva un fiuto assai più lungo
di quanto non pensassero i lusingatori dell’ultima ora e i suoi veri amici
continueranno per sempre ad essere quelli che gli erano stati vicini nei
momenti bui, che avevano creduto nelle sue qualità sin da quando tremava
di freddo nella stanza senza riscaldamento di via Vignatagliata o ne
condividevano le ore trascorse in ridanciane “zingarate” a Loiano e dintorni.




