
Le Mute – racconto di Leonardo Pisani
Era una domenica di settembre; il vento gelido come sa esserlo in quella terra di confine tra Francia e Fiandra. Ma poco importava . A Danain era giorno di festa per il mercato del sidro. Francesi e Valloni assieme. Le antiche rivalità messe da parte per un giorno per brindare assieme e divertirsi . Il borgo era in fermento. Ma secoli di passioni e storia non potevano essere dimenticati. La contesa era sempre aperta in quella zona di confine fra l’orgoglio di Francia ed i vicini fiamminghi e tutto era pronto per la disfida. Quattro corde sbilenche per un ring bucolico. Non sarebbero entrati sul quadrato Cerdan e Dellanoit a disputare se toccasse a un francese o a un belga sfidare Rocky Graziano o qualche anche yankee per il mondiale . A quel tempo erano Famechon e Sneyers a dividere i tifosi delle due nazioni con le loro sfide. Ma non importava:quel ring era un campo di battaglia in un giorno di festa. I pugili francesi contro quelli di Gand; in palio la gloria nazionale e la generosità del pubblico verso il vincitore. A fine contesa si passava con un cappello tra gli spettatori per raccogliere le offerte. Quanto maggiore era lo spettacolo tanto più aumentano i franchi. Ma quella domenica i primi incontri non furono entusiasmanti: boxer locali dalla scarsa tecnica e dal troppo ardore. Poi un brusio si sollevò tra gli spettatori : stava arrivando Le Mute. Lo conoscevano bene; era il miglior pugile del nord della Francia. Si sapeva ben poco della sua storia; non parlava mai. Solo qualche grugnito o un cenno. Nulla di più. Qualcuno sosteneva che fosse muto dalla nascita, altri raccontavano che aveva subito una operazione alle corde vocali . Di certo picchiava forte; nessuno lo aveva mai sconfitto da quando era giunto misteriosamente in quell’angolo del nord. Arrivava ;combatteva , divertiva , vinceva e se ne andava.
Il Pubblico lo guardava, attentamente: era veramente un pugile particolare . Sguardo fiero, due occhi azzurri come il cielo, segno di ancestrali antenati franchi e normanni. Nessuno sapeva da dove venisse; chissà forse era bretone, forse della Loira ma nessuno poteva affermarlo con certezza . Non parlava ed emetteva solo qualche suono gutturale. Il biondino catturò subito simpatia, era di certo muto però si muoveva bene. Dai gesti, dai suoi passi si notava che era un boxer di rango e poi avrebbe affrontato quei Belgi; il tifo era tutto per lui.
Ah la boxe, ora diventava una “guerra civile” contro quei “minatori” di Gand,. La Grandeur de La France non poteva essere messa in discussione neanche su di un ring improvvisato. Quattro pali mal messi e tre corde sbilenche, un tappeto duro come il granito. Ma la boxe non è sport per sofisticati o pavidi: fa nulla si entra e si deve combattere. Il fiammingo era possente: braccia muscolose ed un fisico da mediomassimo. Entrò baldanzoso; sapeva di essere forte; molto forte. Era cosciente che il suo avversario era poco più di un peso leggero; arrivato a sostituire un pugile di Lille. Salutava e sorrideva ; la vittoria sarebbe stata sua; avrebbe steso al tappeto quel francese punendo la sua arroganza da primo della classe. Il mutino entrò anche lui spavaldo; danzò per riscaldarsi; si muoveva agile. Si intuiva che poteva essere un combattente di razza: chissà dove aveva imparato, chissà con chi aveva combattuto. Un mistero che nessuno era riuscito a svelare. Intanto era arrivato all’improvviso per combattere contro i cugini non amati del Belgio. Gong, iniziò la prima ripresa; il muto avanzò spavaldo a mani basse, senza guardia: troppo sicuro di sé. Troppo, troppo….
Il fiammingo era un pugile ostico; un guardia destra di quelli che castigano quando colpiscono con il sinistro. Lenti e tenaci; da sempre evitati . Arrivò un largo sinistro; un gancio duro come un macigno ed il Muto crollò al tappeto. Calò il silenzio tra i francesi; urlarono assieme valloni e fiamminghi. Un, deux, trois ………. huit.
Le Mute si rialzò a fatica; solo l’orgoglio lo teneva in piedi; nessuno l’aveva mai messo in posizione orizzontale . “Nessuno mai mi può mettere ko” pensava dentro di se il mutino dagli occhi azzurri. Finì il primo round; all’angolo francese erano preoccupati: l’arcata sopraccigliare ferita faceva scorrere un fiume di sangue . L’allenatore voleva far abbandonare Le Mute. “No, no..” il mutino scuoteva la testa. Voleva continuare a boxare. La ferita tamponata alla meglio; un gong improvvisato da un suono sordo: seconda ripresa.
L’uomo di Gand si gettò nella mischia mulinando pugni da toro; ma sempre a vuoto. II muto danzava; schivava; lanciava colpi con il destro destro; i sinistri erano fulmini arrivati dal cielo. Invisibili tanto erano veloci ; ma si Facevano sentire . Eccome che li sentiva il toro belga; il naso iniziò a sanguinare; la pelle albina stava diventando violacea.
Un boato scoppiò tra il pubblico : ‘Mute allez- y ! Devez le battre ‘Forza muto. Picchialo ! ».
Anche i belgi applaudirono ; era vera boxe; pura noble art difficile da vedere in quei posti; lontani dalle grandi arene. Sembrava di essere al Palais des Sports, de Paris, o al Palais des Sports de Bruxelles; sembrava di essere nella belle epoque della boxe: quando altre razze di uomini combattevano senza preoccuparsi del peso dell’avversario. Contro chiunque e in qualunque condizione. Era il Davide francese che stava surclassando il Golia fiammingo; un peso leggero che giocava contro un orso nerboruto.
Terminò il secondo tempo; il francese pimpante; il belga dolorante dalle decine di colpi subiti e innervosito da quella mangusta vivente; inafferrabile. Più facile colpire la sua ombra che la mascella.
Il mutino seduto su uno sgabello di paglia fece cenno all’angolo; un gesto eloquente: ora chiudo l’incontro. Terzo round; non ballava più; affrontò a viso aperto l’avversario: saette al posto del sinistro; poi un gancio destro lanciato intervallo minimo da chissà dove si abbatté contro la mascella del belga. Solo un attimo e un largo sinistro un destro del muto esplosero sul belga . C’est finì….; l’arbitro contò fino a dieci ma avrebbe potuto continuare fino a mille…
Scoppiò un boato; la piazza di Danain si trasformò in una bolgia dantesca ; volano i capelli in aria : « Mute sont grands , muets sont les meilleurs » - « Muto sei un grande, i muti sono i migliori ». I fiamminghi applaudirono a cotanta classe. Aveva vinto il migliore,un fuoriclasse silenzioso che sul ring diventava un maestro capace d’impartire lezioni di arte pugilistica. Sublime, nella sua arte .
Il capello delle offerte in breve divenne stracolmo; lo portano al Muto. Guardò e non contò neanche; non c’era bisogno.

Mazzola , Blasi , Riga
Tanti franchi; quasi una borsa da incontro-clou parigino. Li prese,senza prestargli troppa attenzione e andò dal suo avversario. Lo abbracciò e senza farsi notare da nessuno gli sussurrò all’ orecchio con un accento duro e forte “Pour Toi”. Gli regalò la borsa. Il fiammingo sgranò gli occhi. Il Muto dunque parlava. “Shhhhhhh”… fece l’occhiolino e sorrise. Il Muto parlava ed aveva anche la favella veloce oltre al suo jab, specie se poteva usare il suo dialetto potentino… Ma all’epoca in Francia e Belgio non volevano pugili emigranti; neanche se fossero dei campioni come Franco Blasi. Il lucano non aveva bisogno di quei franchi guadagnava benissimo da maestro carpentiere ; al suo avversario potevano servire . Franco combatteva solo perché la boxe l’aveva nel sangue da quel lontano 1943; dopo i bombardamenti a Potenza imparò a tirar pugni da soldati americani; poi affinò la tecnica con Silvio Nocera; il galantuomo arrivato da Lecce che dal nulla con un miracolo sportivo fece crescere i leoni rosso-blù : il pirotecnico Blasi, il possente Mazzola, il tecnico Bonito; la saetta Armento; l’armonico Finizio e tanti altri. Quello fu l’ultimo incontro del Muto; decise che se lo volevano sul ring ci sarebbe salito come Franco Blasi: pugile, italiano e lucano orgoglioso. Franco poco dopo ritornò a Potenza; ma quell’incontro non lo dimenticherà mai. Fu più importrante del primo incontro di boxe a Potenza nello Stabile nel 49; di quando vinse i campionati italiani; di quando chiamato nella nazionale militare ,stese ko un tedesco quasi vendicandosi della fame passata durante la guerra,di quando affrontò lui dilettante il campione italiano De Lucia ed il pubblico non distingueva chi fosse il professionista.

Dopo quell’incontro ritornò nella sua Potenza; a tifare per l’amico Rocchino Mazzola campione dei massimi ; ad insegnare boxe e basket. Ma il sorriso di quel fiammingo sconosciuto non lo dimenticherà mai- La gratitudine e l’ammirazione di un avversario battuto ed un segreto condiviso. Franco Blasi quel giorno a Danain vinse un mondiale: il titolo iridato della generosità.
Il Racconto narra di un episodio realmente accaduto al pugile Franco Blasi, narrata nel libro di Gianmarco Blasi “Il Biondo. Un pugno alla Guerra, L’altro per ricominciare” , dal quale ho preso l’aneddoto.



