Match equilibrato, ma il verdetto è giusto
di Matteo Biancareddu
Dopo il match di questa notte al Madison Square Garden di New York, vinto ai punti e con verdetto unanime (114-113, 115-112, 115-112) da Gennady Golovkin su Daniel Jacobs, si può dire che il kazako sembri finalmente più umano. Golovkin resta imbattuto e conserva i titoli IBF e WBC dei medi, riunificando peraltro il suo titolo WBA “super” con quello “regular” dell’avversario, ma riesce in questa impresa al termine di un match difficile e competitivo, che ne mette a nudo le poche debolezze. Jacobs era stato presentato come il più duro dei rivali finora affrontati dal kazako, e tale si è confermato questa notte, impegnando Golovkin per l’intera durata dell’incontro. Anzi, si può addirittura sostenere che Jacobs abbia regalato all’avversario almeno un paio di riprese in apertura di match, senza le quali la vittoria di Golovkin sarebbe stata seriamente a rischio. A onor del vero, però, bisogna riconoscere che il pluricampione non è mai stato in vera difficoltà, nel senso che i colpi del rivale non l’hanno minimamente scalfito, mentre non si può dire altrettanto di Jacobs: a parte l’atterramento del quarto round, sono stati diversi i momenti critici attraversati dal pugile newyorchese, cui c’è da riconoscere il merito di non essersi mai disunito e di avere anzi reagito con orgoglio. Con l’inattesa, scioccante sconfitta di Roman Gonzalez nel sottoclou della riunione, Golovkin può legittimamente aspirare alla qualifica di miglior pugile al mondo, fino a ieri spettante di diritto al campione nicaraguense. Nessun pugile, dopo la caduta di Gonzalez, è dominante quanto Golovkin nella sua categoria.

Come accennato, a Daniel Jacobs (32-2-0, 29 KO), trentenne newyorchese nato a Brownsville e residente a Brooklyn, si può addebitare la colpa di una partenza troppo lenta. Nei primi tre round, Jacobs è apparso contratto e circospetto, forse condizionato dalla sinistra fama di picchiatore inesorabile che precedeva l’avversario. In effetti, il trentaquattrenne Golovkin (37-0-0, 33 KO) è notoriamente uno dei colpitori più letali nel panorama attuale, non solo per l’eccezionale efficacia dei suoi pugni, ma anche perché finora nessuno è riuscito a intaccarne l’immagine di schiacciasassi indistruttibile. Jacobs ha adottato la strategia che avevamo previsto, basata sull’uso del jab e sui continui spostamenti intorno all’avversario; ma l’ha inizialmente sviluppata con timidezza e preoccupazione, risultando troppo passivo davanti alle iniziative del rivale. Il suo jab, in particolare, scattava con frequenza insufficiente, forse per il timore dell’incrocio con il diretto destro di Golovkin. Fatto sta che il kazako, sereno e rilassato come sempre, ha approfittato di tanto spazio e dei ritmi blandi per dettare le regole con la sua arma migliore, l’eccellente jab, che partiva veloce e guizzava nella guardia altrui come una spada. Nel quarto round, Golovkin ha trovato finalmente anche la via del destro: due diretti corti, esplosi in rapida successione, hanno centrato la mascella di Jacobs per un atterramento che era nell’aria. Come imminente sembrava poter essere il KO, non perché Jacobs si sia rialzato stordito, ma perché il newyorchese pareva una docile preda dinanzi al cacciatore.
Invece, quell’atterramento ha sortito l’effetto collaterale di scuotere Jacobs dal suo torpore, così da restituirlo al match con una mentalità finalmente propositiva. La svolta si è verificata verso la metà del quinto round, quando Jacobs, che aveva brevemente utilizzato la guardia destra nel secondo, si è messo in falsa guardia per un buon minuto. Quella mossa ha corroso il castello di certezze costruito da Golovkin fino a quel momento, perché di fatto ha negato il bersaglio principale – cioè la testa – di Jacobs alle grinfie del kazako. Raccolto sul fianco sinistro, con la testa reclinata sul lato, il newyorchese diventava un bersaglio difficile da inquadrare: da lì derivavano i successivi impacci di Golovkin, che non sarebbe più riuscito, se non in momenti episodici, a mettere a segno il destro con la dovuta efficacia. Quello che non ci spieghiamo, invece, è perché Jacobs non abbia utilizzato la guardia destra con continuità, invece di farlo a round alterni. Il pugile di Brooklyn ha ottenuto i risultati migliori combattendo in quella posizione, che è sembrata facilitarlo anche nelle azioni offensive. Jacobs è andato bene dal quinto all’ottavo round, quando ha incrementato la mole di lavoro e si è dedicato con costrutto ai colpi alla figura. Il newyorchese ha anche fatto valere nei clinch e nei corpo a corpo il vantaggio di peso che sicuramente aveva sul rivale: non si spiegherebbe, altrimenti, la sua decisione di disertare la seconda pesata imposta dall’IBF – dodici ore dopo la prima, a ventiquattro ore dal match, con un limite massimo di dieci libbre al peso recuperato dalla prima pesata – e di rinunciare così alla conquista di quel titolo, che difatti non era in palio. Evidentemente, Jacobs aveva più chili da recuperare rispetto a Golovkin; ma la differenza di peso non l’ha reso più potente del rivale. Alla fine della nona ripresa, il kazako ha messo un montante destro che ha fatto passare all’avversario un momento difficile: mancavano pochi secondi al suono del gong, e questo ha salvato Jacobs da un sicuro atterramento, perché le sue gambe, divenute di gelatina, non l’avrebbero sostenuto a lungo sotto il peso dei colpi insistenti di Golovkin. Nel decimo e nell’undicesimo round, i due contendenti si sono spartiti equamente la posta, mentre l’ultima ripresa è stata bottino del kazako in conseguenza dello sforzo da lui profuso per vincerla. Il verdetto, unanime, è corretto nella sostanza come nei punteggi, due dei quali sono identici al nostro: 115-112. Jacobs torna a casa con l’onore delle armi e con qualche rimpianto, mentre Golovkin si issa in cima alla piramide del pugilato mondiale.



