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Bordo Ring

La notte in cui Robinson finì ko

275px-Maxim.Robinson_copyPacquiao difende stanotte uno degli otto titoli conquistati. Quando Sugar Ray Robinson, il più grande di sempre, provò a prendersi il terzo mondiale, subì l’unico ko in 287 match. Questo è il racconto di quella notte.

Il primo ad arrendersi era stato l’arbitro. Ruby Goldstein aveva detto basta alla fine del decimo round. Lo Yankee Stadium era diventato una fornace, bolliva per i 41 gradi Celtius che opprimevano l’aria. E c’era anche un’umidità pazzesca. Una pioggia violenta, torrenziale, nel pomeriggio aveva scaricato tanta acqua sullo stadio. Ruby Goldstein, ormai vicino al collasso, aveva abbandonato. Aveva preferito vivere.

Vincent Nardiello era il responsabile della divisione medica della New York Athletic Commission e aveva già vissuto una tragedia sul ring. 18 aprile del 1947, Saint Nicholas Arena. Benny Leonard, uno dei più grandi leggeri di sempre, è l’arbitro designato. Dopo aver condotto sei incontri, stava dirigendo il primo round del match tra i welter Mario Roman e Bobby Williams. Improvvisamente era crollato al tappeto. Soccorso e trasportato negli spogliatoi, non aveva mai ripreso conoscienza. Morto per infarto.

Nardiello si era avvicinato a Robert Kristienberry, il presidente della NYAC, ed aveva chiesto il permesso di far riposare Goldstein. Per la prima volta nella storia della boxe, un arbitro era stato sostituito. Ray Miller ne aveva preso il posto all’inizio dell’undicesima ripresa.

I due pugili erano prossimi alla disidratazione. Joey Maxim era il campione dei mediomassimi. Il suo vero nome era Giuseppe Antonio Berardinelli: papà laziale, mamma marchigiana. I tifosi lo chiamavano Maxim perché sparava colpi in sequenza, senza fermarsi per riprendere fiato. Proprio come la prima pistola automatica americana. Era alto, grosso, pesava 78 chili e mezzo.

Anche lo sfidante aveva un nome preso in prestito. Walker Smith jr era nato in una zona malfamata di Detroit. Il divorzio dei genitori aveva portato la mamma, e lui, a New York dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr portava soldi a casa. Vendeva la legna da fuoco che aveva rubato in un magazzino sotto la West Side Highway. Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai piccoli amici. Nei fine settimana faceva il lucidascarpe.

La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Luis, il più grande massimo di sempre. Walker jr era piccolino, aveva così disputato il primo match da piuma a 15 anni. Il pugile che non si era presentato si chiamava Raymond Robinson. Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera da pugile l’avrebbe fatta come Ray Robinson, poi una signora ed un giornalista gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

Sugar Ray Robinson era uno che credeva nei sogni e la notte prima del mondiale contro Joey Maxim aveva sognato che sarebbe morto. Ma fino a quell’undicesimo round le cose erano andate bene. Sugar Ray tormentava il campione col sinistro e quello avanzava, Robinson lo centrava con precisi ganci alla mascella e l’altro barcollava, ma continuava a venire avanti. I primi segnali di pericolo per lo sfidante erano arrivati nella dodicesima ripresa.

Sugar Ray era diventato meno mobile sulle gambe, Maxim continuava ad essere il robot di sempre. Clinch, pochi colpi, grandi trattenute. Tre minuti senza ritmo. Era in arrivo la tredicesima ripresa con Robinson avanti su tutti i cartellini. Sarebbe bastato rimanere in piedi per tre round e si sarebbe preso anche il mondiale dei mediomassimi. Era arrivato a quella sfida con l’incredibile record di 131 vittorie (86 per knock out), 2 sconfitte e 2 pari. Aveva 31 anni, era già stato campione dei welter e deteneva la corona dei medi. E adesso si batteva sul ring dello Yankee Stadium contro un colosso che pesava sette chili più di lui.

Faceva un caldo asfissiante, appiccicoso, quel 25 giugno del 1952. «Continuate a ripetermi questa storia, credete che al mio angolo ci fosse l’aria condizionata?» rispondeva Maxim a chiunque gli ricordasse quel giorno. Ma lui era più grande, faceva meno fatica ad assorbire i colpi, doveva lavorare meno dell’altro, costretto continuamente ad attaccare, portare pugni e danzare per evitare la reazione.

Tredicesimo round. Sugar Ray ormai si muoveva come un fantasma. Provava a chiudere prima del limite, sparava un destro e mancava di venti centimetri il bersaglio. Cadeva a terra da solo, sulla spinta di quel colpo. Si rialzava a fatica, suonava il gong, sbagliava angolo. Harry Wiley e Peewee Beal, i suoi cornermen, saltavano sul ring, lo prendevano sotto le braccia e lo mettevano a sedere. Robinson aveva gli occhi fissi nel vuoto, faticava anche a respirare. Il dottor Alexander Schiff, il medico del mondiale, gli chiedeva se la sentisse di andare avanti. Sugar Ray scuoteva leggermente la testa, non riusciva a parlare. Era finita. Esultava Joey Maxim che conservava il mondiale per kot 14. Robinson aveva perso prima del limite. Sarebbe stata l’unica volta in 287 incontri, tra dilettante e professionista.

Lo avevano portato nello spogliatoio a braccia. Lo avevano messo sotto la doccia, ma lui non sembrava migliorare. Nel camerino era entrata anche Edna Mae, la moglie. Sugar Ray era in evidente stato confusionale, cominciava a boxare contro chiunque gli passasse vicino. Lei lo aveva portato a casa, lo aveva messo a letto, l’aveva vegliato per tutta la notte. Nel match Robinson aveva perso oltre sei chili. Edna gli bagnava le labbra con dei cubetti di ghiaccio, gli dava da bere l’acqua un cucchiaio alla volta, controllava che la febbre non salisse.

Era andato assai vicino alla morte, completamente disidratato. Il mattino dopo aveva il corpo pieno di vesciche, per almeno due giorni non era riuscito a trattenere nulla nello stomaco. Delirava. Ci sarebbero voluti sei mesi perchè si riprendesse completamente. Una settimana prima del Natale 1952, aveva annunciato il ritiro.

Il 5 gennaio del 1955 era tornato a combattere, a Detroit. La riconquista del mondiale medi, le vittorie su Gene Fullmer e Carmen Basilio. Poi, il lento scivolare verso un triste finale di carriera. Era diventato professionista quando gli Stati Uniti stavano entrando nella seconda guerra mondiale, si era ritirato con il Vietnam alle porte. Aveva vissuto i suoi giorni di gloria attraversando la rivoluzione comunista cinese, la guerra di Corea e le tensioni della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Era Sugar Ray Robinson, il più grande di sempre.

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