Un giornale di Detroit annuncia la sua fine, la sorella smentisce la notizia. Poi, in serata la conferma: il mitico allenatore di 28 campioni del mondo ci ha lasciati. Aveva 68 anni...
Emanuel Steward è morto. Questa notizia era stata data ufficialmente nella tarda mattinata di giovedì (ora del Michigan) dal Detroit Free Press. Poi, una telefonata al giornale da parte di Diane Steward Jones, sorella del famoso allenatore, aveva smentito quell'annuncio. Lui era in gravissime condizioni, ma era ancora vivo. Alle 20.46 ora italiana, purtroppo era ancora Diane ad aggiornare sulle condizioni del fratello. Ma stavolta la signora toglieva ogni speranza a chi voleva bene al grande allenatore. Emanuel Steward era morto nell'ospedale ci Chicago che lo aveva in cura da quasi due mesi.
Emanuel Steward aveva 68 anni ed era cittadino onorario nel mondo della boxe da sempre.
A otto anni qualcuno gli aveva regalato un paio di guantoni, dicendogli che appartenevano al mitico Jack Dempsey. Lui li aveva indossati e da allora non aveva più lasciato questo sport. A 10 anni aveva segnato il primo ko, mettendo giù un compagno di allenamenti.
Steward (nella foto) era nato a Bottom Creek, nel West Viriginia, nel 1944. Nel 1956, dopo la separazione dei genitori, era andato a vivere con la mamma a Detroit nel Michigan.
Buon pugile dilettante. Un record di 94 vittorie e tre sconfitte, ma anche e soprattutto la conquista del titolo dei gallo nei Golden Gloves nazionali nell’anno 1963, erano lì a testimoniarlo.
Niente professionismo. Le offerte erano scarse e lui doveva lavorare per portare soldi in famiglia. Alla mamma e a Marie, che aveva sposato giovanissimo. Era così diventato elettricista, prima come precario poi addirittura come capo reparto della Detroit Edison con 200 operai sotto di lui.
Nel 1969 il papà gli aveva telefonato, chiedendogli di stare dietro a Jimmy, il fratellastro di dieci anni più giovane. Emanuel aveva portato il ragazzo in un vecchio edificio, costruito subito dopo la prima Guerra Mondiale, nella zona sudovest di Detroit. Una costruzione che aveva preso il nome da un consigliere comunale, John Kronk. Lì dentro Steward aveva messo su una palestra che nel tempo avrebbe visto esibirsi tanti campioni. Jimmy si era trovato subito bene lì dentro, tanto da vincere anche lui un titolo dei Goldn Gloves.
In quella casa di mattoni, con una porta rossa su cui era scritto a grandi lettere e in stampatello “Pain&Fame” (“Dolore&Gloria”) si sarebbero nel tempo allenati uomini che avrebbero scritto la storia del pugilato moderno.
Se i primi passi da pugile Steward (che solo gli amici più cari possono permettersi di chiamare Sonny o Manny, soprannomi che odia) li aveva fatti al Brewster Recreation Center (dove lavoravano Eddie Futch e Joe Louis) dove era stato mandato per capire come e perché la legge andasse rispettata, la carriera da maestro/manager l’haveva invece condotta tutta tra le mura del mitico Kronk Gym, nato e sviluppatosi grazie alla sua passione.
Emanuel Steward aveva lavorato con ventotto campioni del mondo, tra cui: Hilmer Kenty (il suo primo allievo a conquistare il titolo: 2 marzo 1980, contro Ernesto Espana per la corona dei leggeri), Thomas Hearns, Wilfredo Benitez, Julio Ceasr Chavez, Oscar De La Hoya, Naseem Hamed, Evander Holyfield, Lennox Lewis, Mike McCallum, Steve Mc Crory e Duane Thomas, per arrivare in questi giorni a Wladimir Klitschko. Per cercare di spiegare cosa fosse il Kronk Gym negli anni Ottanta, metto in fila i nomi degli sparring di Hearns in vista del match contro Roberto Duran. Leggete qui: Mark Breland, Mike McCallum, Milton McCrory e Frank Tate. Non male, eh?
In quei locali sono entrato nel febbraio del 1984. Quella volta “Motor City Cobra”, “The Hitman”, Thomas Hearns chiamatelo come volete, preparava la sfida con il nostro Luigi Minchillo. Una palestra piena di decine pugili in attività, un locale grande, anche se non certo lussuoso. Steward era il padrone assoluto della situazione. Tra quelle mura si respirava l’aria del pugilato vero, senza tanti lustrini, ma con grande professionalità. I ragazzi si impegnavano, soffrivano, lavoravano senza mai lamentarsi, senza neppure pensare (anche per un solo minuto) di fare i furbi.
Come maestro/manager era sempre stato estremamente scrupoloso. Pretendeva di curare qualsiasi dettaglio del suo pugile. L’allenamento, è ovvio, veniva al primo posto. Poi c’era l’avvicinamento al match, che comprendeva anche come vestirsi, quale scarpette scegliere per l’incontro, chi vedere nei giorni che dal punto di vista emotivo erano i più difficili, quale dieta seguire. Non li abbandonava mai, ma voleva che essere considerato l’unico interlocutore. Non ammetteva intromissioni.
Più di una volta, durante le interviste, Steward aveva confessato di avere l’animo del solitario. Gli piaceva stare fuori dal mondo, da solo. La pressione dei ritiri e delle sfide mondiali pretendendevano un tempo di isolamento.
Tra le cose che fino a qualche tempo gli piaceva fare c'erano il ballo, la pesca, lunghe partite a poker e la cura del suo giardino. Amava le Rolls Royce di cui aveva un’invidiabile collezione in garage. Ma soprattutto amava la boxe. Anche il suo film preferito, Rocky III, era sfondo pugilistico.
Aveva cominciato come venditore di ghiaccioli, per poi diventare elettricista e infine allenatore/manager.
Dal Kronk Gym sono usciti trenta campioni del mondo e tre ori olimpici. Eppure quell’edificio, nel 2006, aveva chiuso i battenti. Inutile ogni tentativo di lasciarlo in piedi. Ma Steward non si era arreso, e alla fine ce l’aveva fatta. Aveva rimesso in piedi un’altra palestra a pochi isolati da Southfield road, dove campioni e ragazzi di strada incrociavano i loro destini.
Il pugilato gli aveva dato tante gioie e qualche dolore. Il più grande, quello che lui aveva sempre definito “un incubo”, era rappresentato dalla sconfitta di Thomas Hearns contro Sugar Ray Leonard, uno che aveva cominciato proprio a Detroit la sua ascesa. Per l’intero 1976, in attesa dei Giochi Olimpici di Montreal, si era infatti preparato al Kronk Gym. Poi, quando era arrivato il momento, aveva sconfitto l’idolo di casa. Ed Emanuel Steward non l’aveva mai dimenticato.
Ricoverato in ospedale a settembre, Emanuel Steward è morto ieri sera. La boxe piange un grande.



