
di Gualtiero Becchetti
Sto cedendo alla distanza. Lo confesso.
In piena pandemia ho retto bene il ritmo. Mi sono adeguato a tutte regole (persino a quelle al 50% inutili e al 50% demenziali); mi sono addolorato per i tanti lutti e ho gioito per le tribolate guarigioni; ho letto, scritto e guardato film; ho ascoltato centinaia di monologhi di virologi, giornalisti “tuttologi” spesso più simili alle televendite di Vanna Marchi che ad autorevoli esposizioni scientifiche; ho seguito con pazienza i politici e gli economisti e solo per questo meriterei una medaglia.
Insomma, ho detto "signorsì" ad ogni regola con ferrea disciplina come la stragrande maggioranza di tutti. E che soddisfazione verificare che, quando lo vogliono, gli italiani sanno essere migliori di tanti che impartiscono lezioni! Persino sul piano del senso civico e della sopportazione. Per non parlare della comune propensione alla solidarietà di cui mai ho dubitato e della quale si é avuto ancora una volta inconfutabile e commovente prova. Ora il “carogna virus” si é attenuato? No, é solo indebolito; forse sta scomparendo; forse no, sta cambiando. Vedremo…Tanto ciò che dicono i “portasfiga” o gli ottimisti ad oltranza ci siamo accorti che non conta nulla, perché madre-natura fa ciò che vuole.
Però mi accorgo di essere ai limiti della sopportazione!
Sono come un podista che ha corso la maratona con dignitosa disinvoltura eppoi crolla di botto come una “patata lessa” davanti al traguardo.
E basta!
Da un anno non parliamo che di tragedie, di come vivere o morire, di scenari da film horror che oggi non ci sono ma domani potrebbero ripresentarsi, di ombrelloni da spiaggia diventati lager balneari, di piste da sci contagiose come il lazzareto durante la peste manzoniana, di scuole a rotelle aperte-chiuse-semiaperte, di mascherine-sì e mascherine-no, di vaccini acquistati e distribuiti in maniera più maldestra di una sporta di carote, delle regioni italiane che cambiano colore in continuazione come se si trattasse di una lotteria parrocchiale.
Il virus ci ha imbalsamati. Pietrificati. Ridotti a portatori del pensiero unico: la pandemia! E gli effetti sociali saranno proprio per questo probabilmente più nefasti di quelli sanitari. E mi dolgo soprattutto per i bambini e gli adolescenti, privati per sempre di momenti preziosi ed irripetibili della loro verde esistenza!
Non se ne può più! Ma davvero…
I nostri bisnonni, nonni e padri sono usciti da due guerre mondiali, dall’epidemia di “spagnola” e da tante altre benché nemmeno sapessero cosa fossero i vaccini; da innumerevoli catastrofi naturali, dalla miseria e dalla fame. Eppure, portati da loro sulle spalle, noi siamo qui. Possibile che non siamo in grado di emularli per garantire ai nostri figli e nipoti ciò che essi hanno garantito a noi?
Io sono convinto di sì. Tanto per cominciare, in primo fodamentale passo sarà quando toglieremo il sonoro alle televisioni e alle radio; quando non leggeremo più le interminabili pagine dei giornali dedicate ad un ormai bieco e ripetitivo bollettino di decessi e a strampalate teorie che producono solo terrore; quando, al comparire di un politico che dà aria alle tonsille, lo manderemo “a quel paese” e ci dedicheremo a qualcosa di più interessante che non ascoltare vuoti bla-bla-bla sul popolo e sulle sue necessità da parte di chi non sa neppure cosa siano il popolo e le sue necessità.
Riprendiamoci la vita.
Quindi riprendiamoci uno degli eterni simboli della vita e della gioia di viverla: lo sport!
Torniamo a passeggiare, correre, andare in bici, nuotare, giocare a tennis, ecc. Mettiamo una pietra sopra i droni, gli elicotteri e gli umilianti interventi delle Forze dell’Ordine costrette ad inseguire il solitario runner sulla spiaggia o a spiare se in una palestra e in un ristorante si annida un "untore", mentre a pochi metri di distanza accadono cose mille volte peggiori come se niente fosse.
A livello agonistico, dilettantistico e amatoriale, con tutte le regole seguite a puntino, le attività sportive devono ricominciare. Per la salute fisica e mentale di bambini, giovani, adulti e anziani. Ogni giorno che passa si spengono società dilettantistiche, palestre, piscine, campi da giuoco...E per quanto concerne ad esempio la boxe, si stanno demotivando tanti pugili e tecnici, s'allontanano i superstiti drappelli di appassionati, alzano bandiera bianca gli organizzatori.
La gente ha scalato la cima dello Stelvio ed é tempo di avviarsi con tutte le prudenze del caso lungo la discesa. O nella nostra testa lo Stelvio non avrà mai fine. Sui campi da calcio, nelle piste d’atletica, tra le corde di un ring. Così come nelle fabbriche, nei bar, nelle botteghe artigianali e in milioni di posti di lavoro costruiti dagli italiani in un secolo e persi in un anno.
La boxe é importante, perché é lo sport dei forti e dei coraggiosi per eccellenza.
Per la millesima volta lo dimostri! Faccia la propria parte.
Sarà utile a coloro che la praticano, la vivono e la amano. Ma anche a tutti quelli che nemmeno sanno come siano fatti i guantoni.
Se la paura é più contagiosa del virus, il coraggio é ancora più contagioso e un seppur piccolo esempio di fiducia nel domani servirà alla gente.
Come un fiorellino spuntato dalla terra ancora ghiacciata di febbraio, il quale avvisa che l’inverno sta finendo e la primavera é in arrivo…



