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Hall of Fame 2022

I protagonisti della nostra storia. Enrico Venturi e il mondiale negato...

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di Vittorio Parisi

Era il 26 gennaio 1930, domenica, al Padiglione 3 della Fiera Campionaria di Milano quando un Enrico Venturi non ancora ventenne batteva ai punti in 10 riprese Cleto Locatelli.  Nella stessa riunione suo fratello maggiore Vittorio, peso welter, aveva conquistato il titolo italiano imponendosi su un Mario Bosisio stremato dagli sforzi fatti per rientrare nel peso di una categoria non più sua.

Un bello smacco per i milanesi nella allora acerrima rivalità pugilistica con Roma, da dove venivano i Venturi. I tifosi di casa sfogarono la loro frustrazione prendendosela col povero Bosisio, un grandissimo che comunque era soggetto a serate storte, il quale aveva alzato il braccio in segno di resa al 13° round. Locatelli dal canto suo era stato messo sotto dall’inizio tambureggiante di “Richetto” e non era riuscito a recuperare tutto lo svantaggio.

I due non si sono mai più incontrati sul ring avendo seguito percorsi spesso paralleli, si ritroveranno virtualmente il prossimo 29 ottobre quando Enrico Venturi raggiungerà Locatelli nella Hall of Fame italiana in attesa che altri grandi protagonisti di quegli anni si aggiungano loro.

Enrico Venturi fu instradato sul percorso della boxe dai due fratelli maggiori e a 15 anni era già un professionista con la valigia in mano perché la sua famiglia aveva bisogno di soldi e quello era il modo che aveva Richetto per collaborare. Pugile di scarsa potenza ma velocissimo e capace di imporre ritmi infernali, Venturi dopo il pareggio iniziale contro tale Angelini e un’alternanza ovvia, data l’inesperienza, di vittorie, pareggi e sconfitte, cominciò ad andare all’estero. Leggere bene i record con attenzione è sempre un buon esercizio e, anche se talvolta essi non sono completi, molto spesso sono illuminanti specialmente se sono quelli di pugili di cui non esistono filmati credibili ma di cui le cronache sportive del tempo testimoniano in prima persona la grandezza. E in un tempo in cui all’estero non ti davano la vittoria nemmeno quando dominavi l’avversario, è stupefacente trovare un 17enne Enrico Venturi che va in Inghilterra e torna con due pareggi di cui uno contro Nel Tarleton che era uno dei migliori pugili inglesi di allora. Al ritorno pareggiò a Milano con Luigi Quadrini che era campione europeo dei pesi piuma e caro al regime fascista al punto che la vittoria di Venturi venne tramutata subito dopo, appunto, in un pareggio.

Come Locatelli anche Enrico Venturi provò la strada dell’America, quell’America, soprattutto intesa come Stati Uniti, terra di emigranti e raggiungibile allora solo con lunghi viaggi in nave magari in terza classe con le valigie di cartone tenute insieme da uno spago, ma che era anche la terra dei dollari, dei titoli mondiali e della mafia che li controllava. Richetto andò due volte negli Stati Uniti, la prima nel 1929 e tornò in Italia imbattuto in 7 incontri. In Italia lo aspettavano le grandi sfide con i migliori italiani nella categoria, quella dei pesi leggeri, dove i fuoriclasse, compreso Locatelli, erano tanti. Si chiamavano Saverio Turiello, Carlo Orlandi, ed erano solo due dei migliori, Venturi li battè quasi sempre in duri incontri inframmezzati da una tournéè in Sudamerica fino a quando arrivò il titolo europeo dei leggeri che proprio Orlandi, che quasi aveva perso la vita contro il portoricano Pedro Montanez in un drammatico incontro nella sua Milano, aveva dovuto lasciare vacante. Venturi lo conquistò battendo a Roma il francese Henri Ferret, già sua vittima, il 12 ottobre del 1935. Ancora un match a Roma e poi via per la seconda avventura negli Stati Uniti lasciando a sua volta vacante quel titolo. 

Furono quasi 3 anni di incontri indimenticabili, quelli che fecero ancora più grande il piccolo Richetto. Ci si domanda come uno che abbia costretto a un pari regalato il campione del mondo Lou Ambers, italiano d’America, che abbia battuto non solo il futuro campione del mondo dei welter Freddie Cochrane ma anche altri grandi pugili il cui nome è ormai sepolto dalla polvere della storia, come Lew Feldman, Al Roth, Jimmy McLeod e Bushy Graham, non abbia avuto mai l’opportunità di diventare campione del mondo anche se è giusto dire che perse una sorta di semifinale contro il sopracitato Montanez. Se non avevi gli agganci giusti in quel mondo difficile e spesso anche crudele non c’erano santi, anche se si è il nr 4 nella classifica dei leggeri stilata da The Ring Magazine, come dimostrò il match contro un fuoriclasse straordinario come Henry Armstrong, campione contemporaneamente di piuma, leggeri e welter. Venturi lo perse prima del limite al 6° round mentre stava rendendo la vita durissima ad Armstrong il quale ricorse a uno dei suoi collaudati trucchi mettendo giù Venturi con un volontario ed evidente colpo basso ovviamente non sanzionato.

Fu probabilmente allora che Enrico Venturi capì in quale mondo era capitato, rimase ancora un po’ negli Stati Uniti prima di tornare in Italia a vincere l’ultimo match prima di lasciare a 29 anni il ring. A differenza di tanti altri che finito di combattere si sono malamente persi, compresi i suoi rivali di un tempo come Locatelli e Orlandi, Enrico Venturi ha invece aperto una nuova fruttuosa pagina della sua vita quasi laureandosi in scienze politiche senza dare mai la tesi, e svolgendo attività di giornalista oltre a quella di proprietario di un bar. Solo gli ultimi anni furono drammatici quando lo colse una di quelle sindromi cui troppo spesso gli ex pugili vanno incontro.

Enrico Venturi era davvero un grandissimo pugile e, se quella famosa laurea chissà perché non ha mai voluto prenderla, crediamo che bene accoglierà, dove si trova ora, il meritatissimo ingresso nella Hall of Fame che per un pugile è anche questa una laurea.

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