La storia di un campione che, con i suoi pugni, ha contribuito all’emancipazione dei neri d’America più di decenni di lotte per i diritti civili
di Matteo Biancareddu
Quasi dodici anni di regno, più di qualunque altro pugile nella storia. Venticinque difese consecutive del titolo mondiale prima del ritiro da campione imbattuto. Otto campioni mondiali battuti, sei dei pesi massimi e due dei mediomassimi. Basterebbero questi laconici numeri, tuttora ineguagliati, per suffragare la tesi che sostiene il primato di Joe Louis tra tutti i pesi massimi di tutte le epoche. Nessun pugile – non solo peso massimo – è mai stato dominante nella sua categoria come Louis nei pesi massimi degli anni Trenta e Quaranta. Nessun pugile è andato altrettanto vicino alla chimerica definizione di imbattibile.

Eppure, Louis ha dovuto superare ostacoli apparentemente insormontabili lungo il cammino verso la gloria. Primo fra tutti, il fatto di essere nero in un mondo di e per soli uomini bianchi. La segregazione razziale, nella società americana dell’epoca, era una piaga ancora lontana dall’essere debellata, specie negli Stati del cosiddetto Profondo Sud, che avevano persino fatto una guerra civile per opporsi all’abolizione della schiavitù. E Joe Louis era nato e cresciuto appunto in uno di quegli Stati, l’Alabama: uno degli ultimi posti un cui un nero americano, sul finire degli anni Dieci, sarebbe voluto nascere. Forse anche per questo, la famiglia Louis si spostò da Lafayette a Detroit, nel Michigan, dove il lavoro nelle fabbriche e la vita nel “Black Bottom” – il quartiere nero cittadino – sarebbero stati preferibili alla condizione di semi-schiavitù che i neri continuavano a patire al Sud. Louis aveva dodici anni e già coltivava l’interesse per la boxe: iniziò a frequentare la palestra Brewster con i soldi che la madre gli dava per pagare le lezioni di violino. L’ambito sportivo era l’unico in cui un nero, nell’America di allora, potesse conseguire il riscatto sociale che gli era precluso in qualsiasi altro settore: come scrisse Malcolm X nella sua autobiografia, “il ring era l’unico posto in cui un negro potesse picchiare un bianco senza essere linciato”. Il giovane Joe, che si allenava di fianco al futuro trainer Eddie Futch, dimostrò subito di saperci fare, tanto che fu adocchiato da due scaltri uomini d’affari che bazzicavano quella palestra. Uno dei due si chiamava John Roxborough e sarebbe stato il manager di Joe per tutta la carriera. Roxborough era ovviamente nero e faceva affari, oltre che nel settore immobiliare, anche nel giro delle lotterie clandestine, allora quanto mai fiorente. Lo scaltro manager aveva capito che il giovane Louis poteva diventare un campione, ma non aveva la minima idea di come si guidasse un pugile: decise così di chiedere aiuto a Jack Blackburn, un allenatore che, da pugile, aveva incrociato i guantoni con campioni del calibro di Sam Langford, Joe Gans, Harry Greb. Roxborough espose a Blackburn il suo progetto: fare di Joe Louis un campione e portarlo fino al titolo mondiale dei pesi massimi. E Blackburn, incredulo e quasi divertito, gli rispose che doveva esser pazzo per credere possibile un’impresa del genere.
La ragione di tanto pessimismo stava nel fatto che l’America bianca aveva già conosciuto un nero campione mondiale dei pesi massimi e non voleva ripetere quell’esperienza. Il nero Jack Johnson, già detentore del titolo mondiale riservato ai pugili con la sua stessa pigmentazione, era stato il primo e unico peso massimo di pelle scura a vincere il titolo mondiale ufficiale, quello destinato agli atleti bianchi. Aveva ottenuto la chance di disputarlo perché era troppo forte per essere ignorato, ma dovette andare fino in Australia per sfidare il campione Tommy Burns, perché nessuno, nell’America razzista, avrebbe mai organizzato quel match. Johnson vinse facilmente e troneggiò sui pesi massimi dal 1908 al 1915, suscitando lo sdegno e l’odio dei bianchi. L’America razzista non poteva tollerare di avere un nero campione dei massimi, perché questo fatto destituiva di qualsiasi fondamento la tesi che voleva la razza bianca superiore a quella nera. L’odio dei bianchi verso il campione, poi, era fomentato e inasprito dagli atteggiamenti provocatori e irridenti che il pugile teneva in pubblico: Johnson amava vestire abiti eleganti e guidare automobili veloci, ma soprattutto era sempre accompagnato da bellissime donne bianche. Sapeva che tale ostentazione avrebbe irritato a dismisura i bianchi, e questo gli dava un impagabile piacere. “Io sono Jack Johnson, campione mondiale dei pesi massimi. Sono nero: non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. Sì, sono nero! E non permetterò mai che loro lo dimentichino!”. In questa frase, l’orgoglio smisurato dell’uomo e la ragione per cui gli americani non vedevano l’ora di liberarsene.
L’America razzista, con Johnson campione mondiale dei massimi, vide avverarsi il suo incubo peggiore. Logico, quindi, che, a distanza di circa vent’anni, non volesse viverlo di nuovo con Joe Louis. Roxborough e Blackburn, essendo consapevoli di tutto questo, stilarono una sorta di decalogo comportamentale che Louis avrebbe dovuto necessariamente seguire, così da evitare di prestare il fianco agli attacchi pretestuosi dei razzisti. Allora come oggi, infatti, il razzismo si serviva di pretesti per giustificare posizioni che, in realtà, non avevano altra motivazione se non il semplice e becero odio razziale. Se Louis avesse tenuto atteggiamenti sconvenienti in pubblico, i razzisti avrebbero colto l’occasione per strumentalizzarli. A Joe, insomma, non sarebbero mai state concesse le licenze che Jack Johnson si era arrogato a suo tempo. La strategia preparata dal manager si rivelò riuscita: fintantoché Louis recitò in pubblico la parte del negro umile e grato ai bianchi, l’America razzista non lo disturbò. Mancava solo un tassello perché la carriera di Louis decollasse: un manager bianco che avesse gli agganci giusti dove contava averli. Fu così che Roxborough offrì al promoter Mike Jacobs la guida manageriale di Joe. Jacobs, presidente del Twentieth Century Sporting Club, era uno dei promoter più influenti: nessuno meglio di lui avrebbe potuto condurre il ragazzo nero fino a un match per il titolo. La contropartita che Roxborough gli concesse perché accettasse la gestione di Louis fu dispendiosa per il manager nero: la metà degli introiti totali sarebbe finita nelle tasche di Jacobs, che molti osservatori del tempo dipingevano come un autentico vampiro. La realtà era forse diversa. Louis stesso, a carriera finita, ricordò il suo promoter con questo personale epitaffio: “Se non fosse stato per Mike Jacobs, non sarei mai potuto diventare campione. Si è dato da fare perché potessi avere una chance di vincere il titolo e non mi ha chiesto nemmeno una volta di fare qualcosa di sbagliato o disonesto sul ring”. Sta di fatto che Jacobs guidò la carriera di Louis in modo magistrale, specie nella fase iniziale. Gli fece infatti affrontare i pugili che erano stati campioni mondiali dei massimi negli anni precedenti, sapendo che le eventuali vittorie su uomini di quella levatura avrebbero garantito a Louis la visibilità necessaria per avanzare una seria candidatura al titolo. Nel 1935, Louis disputò e vinse ben undici match, due dei quali lo videro mettere KO il ciclopico italiano Primo Carnera e l’ebreo americano Max Baer, campioni dei massimi rispettivamente nel 1933 e nel 1934. Il successo su Baer, soprattutto, fu impressionante: mai si era visto un peso massimo che combinasse i colpi con abilità, precisione e potenza pari a quelle che Louis mostrò quella sera. La vittoria su Primo Carnera, invece, ebbe un valore simbolico importante, essendo Carnera l’atleta eletto – suo malgrado – a simbolo sportivo del regime fascista italiano. Quel risultato ebbe ampia risonanza nella società americana: lo scrittore Richard Wright scrisse sul giornale comunista “New Masses” che i neri “acquistavano forza dal simbolo della forza di Joe”.
L’ascesa di Louis sembrava inarrestabile quando un intoppo la fermò bruscamente. L’intoppo aveva le fattezze di Max Schmeling, pugile tedesco già campione mondiale dei pesi massimi dal 1930 al 1932. Anche Schmeling, come Carnera, era stato celebrato dal regime del suo Paese, quello nazista, come il campione che attestava la superiorità della razza germanica. E lui, più ancora di Carnera, non era affatto entusiasta della strumentalizzazione di cui era fatto oggetto, ma non poteva ovviamente sottrarsene. Schmeling aveva portato in Germania il titolo mondiale dei massimi nel 1930, ma aveva anche inflitto al Führer Adolf Hitler un grosso dolore quando, nel 1933, si era fatto mettere KO dall’ebreo americano Max Baer, lo stesso che Louis avrebbe poi battuto. Quella capitolazione, per Hitler, fu uno smacco piuttosto imbarazzante, anche se non paragonabile alle quattro medaglie d’oro vinte sotto i suoi occhi dal nero americano Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936, fortemente volute dal Führer per esibire la superiorità del suo popolo e clamorosamente ritortesi contro di lui. Il pugile tedesco, sbarcato a suo tempo in America grazie ai buoni uffici del giornalista Nat Fleisher, era comunque un rivale molto pericoloso per Louis; molto più di quelli che il nero americano avesse incontrato fino a quel momento. Schmeling non aveva il pugno devastante di Baer né la mole mastodontica di Carnera, ma era un pugile scientifico, abituato a studiare gli avversari e a sfruttarne le eventuali lacune. Non che Louis ne avesse molte; ma quelle che aveva non erano sfuggite agli occhi degli osservatori più esperti. Il vecchio campione Jack Johnson, che assistette in compagnia di Nat Fleisher agli allenamenti di Louis in vista del match con Schmeling, disse al famoso giornalista: “E’ sempre fuori equilibrio. L’ho visto più volte prendere dei colpi d’incontro in questo modo. Un pugile intelligente e che picchia come il tedesco può mettere Louis al tappeto, e potrebbe addirittura metterlo KO. Per evitare questo, Louis deve cambiare la sua posizione”. Louis era dato favorito dieci a uno da chi prendeva le scommesse, e Johnson era così convinto della sua opinione da puntare una grossa somma su Schmeling. Il risultato diede ragione al vecchio campione: Schmeling mise al tappeto Louis nel quarto e nel dodicesimo round, quando l’incontro si chiuse per KO. Come Johnson aveva accuratamente predetto, furono decisivi i destri d’incontro che Schmeling, boxando di rimessa, mise più volte sul jab sinistro di un Louis troppo fermo sui colpi. Johnson si godette la grossa vincita al botteghino sventolando festante le banconote lungo la 125^ Strada: era troppo disilluso e realista per vedere in Louis il vindice del popolo nero. Joseph Goebbels, l’uomo della propaganda nazista, usò le riprese del match per confezionare uno dei suoi film più riusciti, dal titolo “La vittoria di Max Schmeling: una vittoria della Germania”. Qualche giornale americano si accodò alle celebrazioni dei tedeschi scrivendo che la vittoria di Schmeling dimostrava la superiorità della razza bianca. La delusione del popolo nero era inasprita dal fatto che quella sconfitta, dall’evidente valore simbolico, si era consumata nel Giorno dell’Emancipazione.
Due mesi dopo la caduta, Louis era già sul ring per sfidare Jack Sharkey, già campione mondiale dei massimi nel 1932. Curiosamente, Sharkey aveva conquistato il titolo battendo proprio Schmeling. Il match durò poco: Sharkey, pugile prediletto del gangster Al Capone, finì KO al terzo round, sancendo la riabilitazione di Louis. A quel punto, Mike Jacobs cominciò a lavorare per mettere il suo protetto sul ring assieme al campione mondiale Jim Braddock, altrimenti noto come “Cinderella Man”. La storia di Braddock era in effetti simile a quella di Cenerentola, almeno per la dinamica. Il pugile, ritiratosi dalla boxe nel 1933, aveva attraversato un periodo di ristrettezze economiche tali da impedirgli persino di provvedere al sostentamento della famiglia. Quando gli fu offerto di tornare sul ring per testare il rampante Corn Griffin, Braddock non poté rifiutare. Ciò che nessuno si aspettava era che Braddock, arrugginito e senza allenamento, mettesse KO l’ambizioso Griffin, ma questo fu esattamente ciò che accadde. E non fu che l’inizio di un’epica arrampicata verso il titolo mondiale, che Braddock sfilò a sorpresa dalle mani del supponente Max Baer nel 1935. Convincere il nuovo campione a raccogliere subito la sfida di Joe Louis non fu, per Jacobs, un’impresa facile. Braddock sapeva di essere inferiore al ragazzo nero, e voleva quindi degli ottimi motivi per esporre a un tale rischio il suo titolo mondiale. I motivi che cercava gli furono dati da Jacobs, che gli offrì il 10% della sua parte di guadagni per tutti i campionati mondiali che Louis avrebbe eventualmente disputato in futuro. Braddock non poteva immaginare che firmare quell’accordo gli avrebbe garantito una pensione ultra-decennale, dato che Louis avrebbe disputato altri venticinque campionati mondiali spalmati nell’arco di quasi quindici anni. Anche Jacobs, comunque, raccolse subito i frutti di quell’accordo: non solo perché finalmente metteva le mani sul titolo mondiale dei massimi, ma anche perché, grazie a Louis e al suo titolo, avrebbe presto messo le mani anche sul Madison Square Garden, autentico fulcro dell’attività pugilistica.

Il match tra Joe Louis e Jim Braddock fu disputato il 22 giugno 1937. Louis partì male, come più volte gli sarebbe capitato in carriera, facendosi mettere al tappeto nel round iniziale. Ma il resto del match fu suo, fino al KO che gli diede la vittoria nell’ottava ripresa. Quella sera, nel quartiere newyorchese di Harlem come in tutti i ghetti neri delle maggiori città statunitensi, ebbe vita quella che Malcolm X, sempre nella sua autobiografia, annota come una delle “più grandi manifestazioni di orgoglio razziale che la nostra generazione ricordi”. Joe Louis diventava così il secondo nero laureato campione mondiale dei pesi massimi.
Il 23 settembre 1937, Mike Jacobs allestì e mise in scena uno degli eventi pugilistici più memorabili di sempre: il cosiddetto “Carnevale dei Campioni”, con quattro campionati mondiali in una singola riunione. Quella dimostrazione di potenza manageriale gli valse l’acquisizione del Madison Square Garden. Iniziò così l’epopea di Joe Louis, l’uomo che più di ogni altro ha dominato la categoria regina della boxe. Ma la consacrazione definitiva del “Bombardiere Nero”, come Louis era ormai chiamato, giunse con la quarta difesa del titolo, il 22 giugno 1938. Quella sera, allo Yankee Stadium di New York, Louis accettava la sfida del tedesco Max Schmeling, l’unico uomo che l’avesse battuto fino ad allora. Quel match era denso di significati che trascendevano quello sportivo: la Germania nazista aveva appena invaso l’Austria, dando l’avvio alla politica espansionistica che avrebbe causato la Seconda Guerra Mondiale. Molti americani si trovarono nell’imbarazzo di dover scegliere tra il negro e il nazista, e non furono pochi quelli che videro in Schmeling il simbolo del male minore. D’altra parte, l’incontro era la metafora sportiva dello scontro politico in atto: per i cittadini americani, animati da un inguaribile afflato patriottico, la sconfitta di Louis sarebbe stata un dramma nazionale. Fu per questa ragione che Joe, a poche settimane dal match, fu invitato e ricevuto alla Casa Bianca dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, che – stando a quanto riportano le fonti del tempo – gli disse: “Joe, abbiamo bisogno di muscoli come i tuoi per battere la Germania”. Niente come quel gesto poteva legittimare i neri americani come soggetti di diritto.

Benché Louis fosse dato favorito tre a uno sui banchi delle scommesse, molti osservatori temevano che il pugile di Lafayette, ritrovando sul ring l’unico uomo che l’avesse battuto, avrebbe accusato un contraccolpo psicologico. A chi gli chiedeva se avesse paura di affrontare di nuovo Schmeling, Louis rispondeva serafico: “Sì, ho paura. Ho paura di ucciderlo”. Il match con Schmeling affermò due grandi qualità di Louis, destinate a confermarsi con regolarità nel prosieguo della sua carriera: la freddezza glaciale nelle situazioni più difficili e la capacità di vincere in modo inappellabile i match di rivincita. I dubbi e i timori degli scettici furono spazzati via in soli due minuti: tanto bastò a Joe per mettere al tappeto Schmeling per ben tre volte e convincere il suo uomo d’angolo a gettare la spugna durante il terzo conteggio dell’arbitro. Quella sera, il Bombardiere Nero apparve come una delle più letali macchine da combattimento mai viste su un ring. E i neri di Harlem poterono festeggiare come dopo la vittoria su Braddock, perché Louis aveva restituito, o forse dato loro per la prima volta, la dignità di cittadini americani: l’onore dell’America libera, bianca, patriottica, razzista era salvo grazie al valore e al coraggio di un nero. Non è un azzardo affermare che i pugni di Joe Louis fecero più di decenni di lotta per i diritti civili.
Louis difese poi il titolo contro il nero americano John Henry Lewis, che aveva lasciato vacante il titolo mondiale dei mediomassimi per dare l’assalto a quello della categoria superiore. Lewis, che di Louis era un grande amico, è tuttora ricordato come uno dei migliori mediomassimi di sempre, ma la sua sfida al campione dei massimi era disperata: non solo per l’oggettivo divario fisico tra i due contendenti, ma anche perché Lewis era cieco a un occhio da circa tre anni. L’entourage del pugile, ovviamente, ne era al corrente, come anche i medici che l’avevano visitato in quell’arco di tempo; ma la verità fu tenuta nascosta per salvaguardare gli affari. Louis fece fuori l’amico in meno di un round, “per non farlo soffrire troppo”, come avrebbe poi dichiarato. E Lewis, la cui menomazione venne finalmente alla luce, si vide revocata in via definitiva l’autorizzazione a salire su un ring.
L’italo-americano Tony Galento, che sfidò Louis nel 1939, è stato uno dei personaggi più istrionici, pittoreschi e caricaturali mai visti nelle arene statunitensi. Galento era infatti un mangiatore e un bevitore da competizione, oltre che un uomo dai modi grossolani e spesso sgradevoli. Aveva un aspetto fisico diametralmente opposto a quello che un atleta si suppone debba avere: quasi completamente calvo, era grasso ben oltre il lecito. Sul ring, però, andava preso sul serio: anzitutto per il suo gancio sinistro, che era tra i più micidiali dell’epoca; quindi per l’ampio campionario di trucchi e scorrettezze che non esitava a sfoderare mentre combatteva. Fedele alla sua cialtroneria, Galento non lesinò provocazioni – anche piuttosto pesanti – all’indirizzo del campione, ma questi espedienti non erano efficaci con l’imperturbabile Louis. Il match durò poco, ma non fu avaro di emozioni: Louis andò addirittura al tappeto nel terzo round, dopo essere stato colpito dal famoso sinistro di Galento; ma recuperò velocemente e mise KO lo sfidante nel round successivo, il quarto, quando una delle sue micidiali combinazioni chiuse la questione. Il match con Galento fu una delle prove più impegnative tra quelle sostenute da Louis nel primo periodo del suo regno. Un’altra fu quella che, all’inizio del 1940, vide il campione prevalere solo ai punti su Arturo Godoy, un pugile cileno dalle dubbie credenziali. Godoy, che in Sudamerica aveva alternato sconfitte e vittorie senza acuti, aveva più che altro la fortuna di essere gestito da Al Weill, detto “Giuda”, futuro manager di Rocky Marciano. Anche gli allenatori, Charley Goldman e Whitey Bimstein, erano gli stessi che avrebbero poi trasformato Marciano in una micidiale macchina da combattimento. Godoy fu il primo sfidante di Louis a scendere dal ring solo al termine dei quindici round previsti, e per giunta con un verdetto non unanime. Il suo stile ostruzionistico e scorbutico aveva disturbato non poco il campione, che pure meritò la vittoria. Si rese comunque necessaria una rivincita, che Louis puntualmente concesse e altrettanto puntualmente vinse, stavolta con modalità inconfutabili: KO all’ottavo round. Si confermava quindi l’assoluta infallibilità del Bombardiere nei match di rivincita.
Dopo la seconda sfida con Godoy, Louis cominciò a difendere il titolo una volta al mese: è il periodo del “Bum Of The Month”, il “barbone del mese”, termine poco lusinghiero con cui la stampa apostrofava quegli sfidanti senza speranza. In sette mesi, da dicembre del 1940 a giugno del 1941, Louis difese il titolo altrettante volte, vincendo sempre per KO. Alcuni dei pugili che gli lanciarono il guanto di sfida erano in effetti dei “bidoni”, come la stampa li definiva; gli ultimi due, però, erano di un altro livello. Jacob Henry Baer, noto “Buddy”, era il fratello minore di quel Max Baer che aveva vinto il titolo mondiale nel 1934 e che Louis aveva messo KO nell’anno seguente. Rispetto al fratello, Buddy aveva una potenza minore (anche se più che rispettabile), una tecnica migliore e un fisico ancora più imponente. Alto circa due metri, il minore dei fratelli Baer vantava un allungo che, per intenderci, era pari a quello leggendario di Sonny Liston. Come anche Carnera, però, Buddy Baer non sfruttava questa dote come avrebbe dovuto: il suo colpo migliore non era il jab né il diretto destro, ma era piuttosto il gancio sinistro, che portava ottimamente e con efficacia. E fu appunto un robusto gancio sinistro a spedire Louis fuori dalle corde, la sera del 23 maggio 1941. Era la seconda volta che un campione mondiale dei pesi massimi volava fuori dal ring: la prima, notissima e peraltro immortalata in un famoso dipinto di George Bellows, era stata nel 1923, quando Jack Dempsey finì letteralmente in braccio ai giornalisti dopo un destro di Luis Angel Firpo. I due atterramenti sono accomunati da due particolari: entrambi avvennero nel primo round e furono poi ampiamente vendicati. Dempsey, infatti, mise KO Firpo nel round seguente dopo averlo spedito al tappeto per un totale di dieci volte, mentre Louis chiuse il conto a Baer nella sesta ripresa, dopo averlo atterrato in tre occasioni. Nessuno resisteva in piedi al metodico, sapiente bombardamento del Bombardiere Nero.
Ma Louis rischiò grosso, ben più che nel match con Baer, quando raccolse la sfida di Billy Conn. Fu a meno di un mese dal match con Buddy, che non era stato uno dei più agevoli tra quelli sostenuti dal campione. E Conn, a differenza dei “bidoni” affrontati da Louis negli ultimi mesi, era pugile di tutt’altro livello. Campione mondiale dei pesi mediomassimi dal 1939 al 1940, il “Figlio di Pittsburgh” aveva lasciato vacante la corona dopo la quarta difesa: il suo intento dichiarato era salire nei massimi e sfidare Joe Louis. La sua candidatura a sfidante prese quota a suon di vittorie per KO su elementi di buona quotazione, il migliore dei quali era Bob Pastor, già rivale di Louis nel 1939. Pastor, tra l’altro, fu l’uomo che infranse i sogni di Lem Franklin, un ambizioso pugile nero che si candidava a sfidare Louis. E’ il caso di fare una digressione su Franklin, perché di lui si parla pochissimo e si sa ancor meno. Il ragazzo era nato in Alabama come Louis, e come Louis aveva trovato nei pugni il modo migliore per scampare alla miseria e ai soprusi riservati a chi aveva il suo colore di pelle. Per queste ragioni, il campione guardava a lui con simpatia e si disse disposto a dargli un’occasione. Fissò anche una data, a settembre del 1942, dopo la rivincita con Buddy Baer. Ciò che Franklin doveva fare era continuare a vincere fino ad allora, così da mantenere la posizione al vertice della classifica. Nella graduatoria annuale stilata da Nat Fleischer a febbraio del 1942, Franklin era in seconda posizione, alle spalle del solo Billy Conn. Ma Conn aveva già ottenuto la sua possibilità a giugno del 1941, quindi il prossimo a ricevere una chance sarebbe stato Lem Franklin. E la chance sarebbe stata meritata, perché il ragazzo venuto dal Sud aveva vinto ben venti incontri negli ultimi due anni, e diciotto di quelle vittorie erano state per KO. Nel 1941, fece fuori tra gli altri due pugili di alta quotazione come Jimmy Bivins e Abe Simon, che finirono entrambi KO. Franklin era un picchiatore selvaggio: badava poco alla difesa e pensava solo a colpire quanto più forte poteva. Infatti si rompeva facilmente la mano destra, cui non lasciava neanche il tempo di guarire del tutto. Se la ruppe di nuovo nel match con Simon, eppure tornò sul ring appena due mesi più tardi, per poi disputare un altro match in attesa di quello con Bob Pastor. Nel frattempo, Louis aveva schiantato Buddy Baer in meno di un round, confermando una volta di più la sua inesorabilità nelle rivincite. Se Franklin avesse battuto Pastor, avrebbe avuto accesso a Joe Louis. Ma ciò non accadde, perché Pastor – che pure non era un colpitore – mise KO l’avversario in otto round, spegnendone così le ambizioni. Da quel momento in poi, la carriera del ragazzo fu un calvario. Ad appena un mese dalla sconfitta con Pastor, Franklin fu rimesso su un ring: l’intento del suo manager, il noto Jack Hurley, era forse fargli recuperare in fretta il credito perduto, ma il risultato fu la perdita anche di quello residuo, perché Franklin subì un rovinoso KO al primo round. E ne subì un altro, sempre al primo round, solo tre mesi più tardi, per mano dell’imbattuto Joe Muscato. Lì si sarebbe dovuta fermare la carriera sportiva di Lem Franklin, che invece andò avanti: nel 1943, il pugile nero finì KO contro Lee Savold nell’ultimo round di un match che la stampa definì “sensazionale”. Il KO fu terribile, ma non impedì a chi gestiva la carriera di Franklin di fissare una rivincita ad appena due mesi di distanza: fu un’altra sconfitta per KO. Ne servì un’altra ancora per convincere il pugile a ritirarsi: una decisione finanche tardiva, che fu purtroppo revocata un anno dopo. L’epilogo fu tanto triste quanto scontato: nell’estate del 1944, dopo l’ennesima sconfitta per KO, Franklin riportò gravi danni al cervello e giacque esanime per oltre un’ora: morì dieci giorni più tardi, il 3 agosto. Il paradosso della vicenda è dato dal fatto che Larry Lane, l’avversario di Franklin, fu incarcerato con l’assurda accusa di omicidio, mentre i veri responsabili di quella morte restarono impuniti.
Per tornare a Joe Louis, il suo match con Billy Conn fu uno dei più impegnativi tra quelli che sostenne come campione: Conn, che era un pugile magnifico, mise in grossa difficoltà il campione con la velocità e la mobilità della sua boxe. Nel dodicesimo round, lo sfidante riuscì addirittura a scuotere Louis con un paio di ganci, convincendosi forse di poter vincere prima del limite. Quando ci provò, nel round successivo, finì KO sotto i colpi del Bombardiere. Conn fu molto criticato per la condotta che gli costò la sconfitta: ancora oggi, la sua scelta di scambiare sul posto con Louis è giudicata dissennata.
Il 7 dicembre 1941, le forze aeronavali giapponesi attaccarono la base navale statunitense di Pearl Harbor, causando oltre 2400 morti. Il Presidente Roosevelt parlò di “giorno dell’infamia”, dato che nessuna dichiarazione formale di guerra aveva preceduto l’operazione. L’entrata in guerra degli Stati Uniti fu la conseguenza logica e inevitabile: neanche i campioni mondiali di boxe poterono sottrarsi al reclutamento. E ancor meno poté farlo Joe Louis, perché il campione dei pesi massimi era simbolo di forza, valore e coraggio assoluti: in caso di guerra, doveva servire da esempio ai connazionali, specie ai più giovani. L’importanza che gli americani attribuivano all’impegno militare degli sportivi più rappresentativi – e nessuno sportivo, negli Stati Uniti d’allora, era più rappresentativo del campione mondiale dei pesi massimi – è ben dimostrata dal caso di Jack Dempsey e Gene Tunney. Il pubblico statunitense non perdonò mai a Tunney la colpa – se così si può dire – di aver spodestato Dempsey dal trono dei massimi nel 1926: non solo per l’amore che nutriva verso Dempsey, considerato come il peso massimo per eccellenza in virtù della sua boxe assertiva e potente, ma anche per la sincera disistima che aveva per Tunney, ritenuto indegno di succedergli per via del suo stile scientifico e calcolatore. Ma Tunney si guadagnò l’ammirazione e il rispetto imperituri dei suoi connazionali servendo nei Marines durante la Prima Guerra Mondiale, mentre Dempsey fu pesantemente biasimato per essersi sottratto a quel dovere ottenendo furbescamente l’esenzione militare. Insomma, per quanti meriti sportivi un pugile potesse avere, il valore del patriottismo veniva comunque per primo.
Va da sé che Louis non potesse venir meno all’impegno marziale, e infatti se ne fece carico anche oltre il dovuto: all’inizio del 1942, quando era già sotto le armi, Joe disputò due match di difesa del titolo mondiale, devolvendo il ricavato del primo al Naval Relief Fund e quello dello secondo all’Army Relief Fund. L’ammontare complessivo della cifra fu di circa 90.000 dollari, nessuno dei quali finì nelle tasche di Joe. Il suo ruolo nell’esercito non era certo quello del soldato semplice: Louis era impiegato soprattutto come testimonial per la campagna di reclutamento; il suo volto campeggiava nei poster come quello dello zio Sam, con sovrimpressa una frase che il pugile disse durante una cena tenuta al Relief Fund. La frase, che ebbe ampio risalto sui giornali, diceva così: “Vinceremo, perché Dio è dalla nostra parte”. Un’uscita tipicamente americana, simile ad altre proferite da uomini politici statunitensi in tempi ben più recenti. Quelle parole, assieme alle generose donazioni, fecero di Louis l’incarnazione dello spirito patriottico americano. E Joe – è bene ricordarlo – era un nero.
Per la cronaca, le due difese del titolo che Louis disputò all’inizio del 1942 furono due match di rivincita: il primo, contro Buddy Baer, che se l’era guadagnato lamentando un colpo irregolare come causa della sua sconfitta nell’incontro precedente; il secondo, contro il ciclopico Abe Simon. Entrambi gli sfidanti, accomunati dal fisico imponente, furono messi KO: Baer, addirittura, durò meno di un round. Seguì un lungo periodo d’inattività, interrotto solo da un insignificante match con tale Johnny Davis, valevole come difesa del titolo solo per la NYSAC (New York State Athletic Commission). Fino alla fine della guerra, i titoli mondiali di tutte le categorie furono congelati, perché i loro detentori, essendo sotto le armi, non potevano difenderli. Furono istituiti dei titoli “ad interim”, altrimenti detti “duration titles”, che avrebbero avuto vigore fintantoché i titoli regolari fossero rimasti sospesi; dopodiché, i campioni ad interim avrebbero potuto affrontare i campioni legittimi per definire le nuove gerarchie. Ci fu un pugile, negli anni dal 1942 al 1946, che vinse i titoli ad interim dei pesi massimi e dei pesi mediomassimi. Quel pugile era Jimmy Bivins, un portentoso mediomassimo nero che, tra le tante sfortune avute nello sport e nella vita, ebbe anche quella di essere imbattibile nell’unico periodo in cui ciò non contava, ovvero durante la guerra. In quegli anni, Bivins mise in fila ventisette incontri senza sconfitte, affrontando e battendo i pugili migliori delle due categorie che frequentava. Joey Maxim, Tami Mauriello, Bob Pastor, Ezzard Charles, Anton Christoforidis, Lloyd Marshall, Melio Bettina, Archie Moore, Oakland Billy Smith: tutti, in quel periodo, cedettero a Bivins, anche quelli che l’avevano battuto in precedenza. Quando la guerra finì, i campioni legittimi tornarono a difendere i rispettivi titoli mondiali; ma Bivins non ottenne la possibilità di sfidare Joe Louis, né quella di sfidare il campione dei mediomassimi Gus Lesnevich, perché una controversa sconfitta ai punti all’inizio del 1946 gli fece perdere il credito che aveva guadagnato. In quel contestato verdetto, che i giudici diedero al futuro campione Jersey Joe Walcott, ci furono diverse anomalie: anzitutto, le ampie divergenze tra i punteggi dei tre giudici; quindi, il ripensamento di uno dei tre ufficiali, che commutò un punteggio favorevole di un punto a Bivins in punteggio favorevole a Walcott per via del knockdown inflitto all’avversario. La verità era che Walcott, da quando era passato con il manager Felix Bocchicchio, aveva i cosiddetti santi in paradiso, mentre Bivins, quei santi, non li ha mai avuti dalla propria parte.
Non appena rimise i guantoni, Louis concesse la rivincita a Billy Conn, lo sfidante che più d’ogni altro l’aveva fatto soffrire. Ancora una volta, Joe confermava l’abitudine di dare una seconda chance ai rivali che più la meritavano. Era un match attesissimo, perché molti pensavano che Louis, arrugginito per l’inattività, avrebbe sofferto ancor più che nel primo incontro. Ma il campione ostentava la solita, imperturbabile tranquillità. A chi gli chiese della mobilità di Conn, che tanto l’aveva disturbato nel match precedente, Joe rispose con una frase che sarebbe diventata una massima della boxe: “Può correre”, disse, “ma non può nascondersi”. E così fu, in effetti: Conn pensò perlopiù a correre per il ring, perdendo quasi tutte le riprese finché, nell’ottava, Louis trovò il modo di fermarlo. Fu un KO che non ammetteva discussioni né repliche. La performance di Conn in quel match fu gratificata del poco onorifico titolo di “flop dell’anno”.
Dopo Conn, fu il turno di Stefano Mauriello, “Tami” per gli amici, un bisteccone del Bronx che aveva la dinamite nel pugno destro. Il match durò un solo round, ma fu un concentrato di emozioni: l’eco del gong d’apertura non si era ancora spenta del tutto quando il destro di Mauriello atterrò sulla mascella di Louis, facendolo sbandare paurosamente. Era appena il primo colpo dell’incontro! La reazione del campione fu immediata: un suo gancio sinistro mise subito al tappeto Mauriello, che finì KO poco dopo. Ancora una volta, Louis si dimostrava micidiale quando l’avversario si arrischiava ad affrontarlo a viso aperto, ma si confermava anche vulnerabile al destro altrui.
Il regno più durevole di sempre si avviava ormai verso la fine. I quattro anni d’inattività dovuti alla guerra si facevano sentire, come del resto le molte battaglie sostenute in carriera. La mobilità di Louis, sulle gambe come sul tronco, si era ridotta al minimo, anche se le combinazioni restavano letali come in passato. I suoi aspiranti sfidanti sentivano che il tempo era maturo per un cambio al vertice: due pugili, in particolare, potevano essere capaci di assestare al campione la spallata giusta. Uno era Elmer Ray, uno scultoreo nero della Florida con mani di piombo; l’altro era Jersey Joe Walcott, nero del New Jersey, che abbiamo già citato parlando di Jimmy Bivins. I due si affrontarono nel 1946, due mesi dopo la vittoria di Louis su Mauriello, in un match che doveva servire da spareggio per nominare il prossimo sfidante al titolo. Vinse ai punti Elmer Ray, che conquistò così il primo posto nella classifica ufficiale dei pesi massimi. La sua sfida a Joe Louis sarebbe dovuta essere l’immediata conseguenza, ma non lo fu. Non sappiamo di preciso cosa accadde nelle segrete stanze del boxing statunitense, ma possiamo immaginarlo: Felix Bocchicchio, manager di Walcott, trovò il modo di ottenere una rivincita con Ray prima del suo match con Louis. La rivincita si fece l’anno dopo e vide Walcott prevalere ai punti con verdetto a maggioranza: sarebbe stato lui a sfidare il campione, mentre Ray non avrebbe mai avuto la sua chance. Cosa sarebbe successo se Ray avesse affrontato Louis al posto di Walcott? Non possiamo saperlo, ma possiamo immaginarlo: nel 1949, a cavallo della data in cui Joe annunciò il ritiro, i due disputarono tre match di esibizione, tutti dominati dall’ex campione. Elmer Ray fu un picchiatore terribile, ma non aveva la tecnica necessaria per competere con Louis.
Fu quindi Walcott a salire sul ring con Joe, a dicembre del 1947. Lo sfidante era il pugile peggiore che Louis potesse incontrare in quel momento, o forse in qualunque momento: aveva una tecnica superba, uno stile sgusciante e un tempismo eccellente nei colpi d’incontro. Insomma, era esattamente il tipo di pugile che il Bombardiere soffriva di più. E infatti il campione soffrì parecchio, quella sera: fu anche messo al tappeto due volte, con altrettanti colpi d’incontro. Il secondo, in particolare, ricordò il destro d’incontro che Schmeling usò sistematicamente nel suo primo incontro con Louis. Alla fine del match, era chiaro a chiunque che Walcott meritasse la vittoria; a chiunque meno che a due dei tre giudici, i cui cartellini premiarono il campione. Solo l’arbitro Ruby Goldstein, che faceva anche da giudice, diede la vittoria a Walcott; ma fu messo in minoranza. Il pubblico ebbe l’ardire di fischiare, sebbene Louis stesso fosse chiaramente imbarazzato e dispiaciuto per aver beneficiato di un’ingiustizia. Il campione si avvicinò con fare dimesso a Walcott e gli disse a voce bassa: “I’m sorry, Joe”. Non c’era gloria in quella vittoria, e Louis lo sapeva.
La rivincita era un atto obbligato. Si fece l’anno dopo, a giugno del 1948. Per lunghi tratti, il match fu la riedizione del precedente: Il trentaquattrenne Louis era in netto declino, lento e impacciato, mentre Walcott, che pure era suo coetaneo, era fresco e veloce. Sembrava che il passaggio di mano dovesse essere il naturale epilogo di quel match. Walcott era in vantaggio sui cartellini di due dei tre giudici, mentre Louis era avanti in quello dell’arbitro. Era l’undicesimo dei quindici round in programma: Walcott era molto sicuro di sé. Gigioneggiava, faceva mosse irridenti: si sentiva in completo controllo. Louis, per parte sua, non faceva una piega: restava composto e imperturbabile, freddo come una statua. Quando Walcott gli andò incontro con le braccia lungo i fianchi, spostandosi in modo ondivago com’era suo costume, il campione restò concentrato sul bersaglio: appena l’ebbe a tiro, esplose un’irresistibile serie di ganci a due mani, che scosse paurosamente il rivale. Walcott vacillò e infine crollò: l’arbitro contò fino a dieci e lo dichiarò “out”. Lo sfidante aveva pensato che Louis, siccome in declino, fosse ormai innocuo: un errore fatale, perché Joe, davanti a un bersaglio fisso, era ancora letale come ai bei tempi.
Il pericolo scampato contro Walcott convinse il campione a ritirarsi, prima che qualcuno lo rovesciasse dal trono. L’annuncio fu dato il 1° marzo 1949, quasi dodici anni dopo la conquista del titolo mondiale contro Jim Braddock. Gli fu chiesto d’indicare i due pugili che, secondo lui, meritassero di disputarsi la corona vacante: lui fece i nomi di Jersey Joe Walcott ed Ezzard Charles, un grande mediomassimo che era appena salito di peso con l’intento di sfidarlo. I due erano neri: alla sua gente, Louis volle fare quest’ultimo regalo.
Scrisse Nat Fleischer nel suo libro “Storia illustrata della boxe”: “Louis non aveva la tecnica del magistrale Johnson, la potenza d’attacco di Jeffries da una posizione raccolta, i devastanti colpi al corpo del lentigginoso Bob Fitzsimmons, l’elegante maestria di Jim Corbett e la velocità di Dempsey nell’assalire l’avversario, ma combinava una buona porzione di ciascuna di queste qualità, in aggiunta a un pugno poderoso”. Noi aggiungiamo che non abbiamo mai visto alcun peso massimo portare i quattro colpi fondamentali con la stessa padronanza di Joe, né tantomeno combinarli con pari efficacia e coordinazione. Ma le qualità più importanti di Louis, quelle che gli permisero di dominare così a lungo, erano altre: l’incredibile freddezza con cui risolveva le situazioni difficili e la capacità d’imparare dagli errori del passato. Louis andò molte volte al tappeto e fu scosso altre volte ancora, ma riuscì sempre a risalire la china senza perdere la calma. Alcuni pugili, come Conn e Walcott, lo misero in difficoltà con lo stile e la tecnica, ma lui trovò sempre il modo di risolvere il problema, senza mai farsi cogliere dall’ansia o dal timore di non farcela. Il suo volto era una sfinge: l’avversario non poteva leggervi alcunché di confortante o incoraggiante. Non aveva una buona mascella, Louis, come rilevava Fleischer stesso; ma aveva ottime capacità di recupero dagli atterramenti: quando si rialzava, le sue gambe non erano mai molli. In definitiva, non era un pugile esente da difetti, ma per ognuno aveva o sapeva trovare il giusto rimedio.
La carriera di Joe Louis non si chiuse dopo il ritiro da campione imbattuto. Il suo titolo finì nelle mani di Ezzard Charles, che batté Walcott in un match fatto di finte, controfinte e tatticismi. Fu uno spettacolo modesto rispetto a quelli che Louis era solito offrire: il pubblico fu prodigo di fischi e invocò il ritorno del vecchio campione. Anche Fleischer si mostrò contrariato: disse che Walcott e Charles erano “i due pugili peggiori che si fossero mai affrontati per il titolo mondiale dei pesi massimi”. A parte che ciò non era vero neanche allora, perché Willard e Moran – tanto per fare due nomi – erano di gran lunga peggiori di loro, viene da dire che il direttore di The Ring, se fosse vissuto fino ai nostri giorni e avesse visto ciò che noi vediamo, avrebbe certamente rivalutato i due pugili che allora deplorava. Sta di fatto che Charles era il nuovo campione, anche se la gente lo rinnegava. Louis fu convinto a rientrare non solo dalle suppliche dei suoi estimatori, ma anche dalla sua pericolante condizione economica, minata da investimenti avventati e dal conto spropositato che il fisco statunitense gli presentò. Furono addebitati a Louis ben 500.000 dollari di tasse: una cifra che sarebbe cresciuta esponenzialmente di anno in anno, dato il proibitivo tasso d’interesse allora in vigore. Dando per buona la cifra riportata da Nat Fleischer, Joe guadagnò 4.626.000 dollari nell’arco della sua carriera, ma le sue tasche ne videro sì e no un quarto. Alla fine del 1950, il suo debito sarebbe ammontato a un milione di dollari: insomma, gli venivano chiesti indietro i soldi che aveva effettivamente guadagnato. Nel computo, tra l’altro, erano finiti anche i soldi devoluti alla Marina e all’Esercito nel 1942, dopo i match con Baer e Simon. Di quei dollari, Joe non aveva tenuto per sé un centesimo, ma il fisco gliene chiese comunque conto. Il ritorno sul ring era l’unico modo per raccogliere soldi, anche se questi non sarebbero stati comunque abbastanza da saldare l’intero debito. La gente accolse il rientro di Louis come quello del sovrano legittimo che torna a reclamare il trono dal suo usurpatore. Ma ciò non accadde, né poteva verosimilmente accadere, perché Charles, con buona pace dei suoi detrattori, era non solo un campione, ma un fuoriclasse autentico ancora nel pieno delle forze. La battaglia fu impari e si concluse con la vittoria di Charles ai punti in quindici round. A seguito di quel successo, anche la recalcitrante NYSAC si decise a riconoscere Ezzard Charles come campione mondiale. Louis, per parte sua, si ritirò una seconda volta. Ma non era ancora finita.
I debiti non davano pace all’ex campione, che cercava di raccogliere denaro come poteva. Anche se Louis era l’ombra dell’atleta che era stato, complice l’ormai conclamata dipendenza da stupefacenti, non poté declinare l’invito a tornare sul ring, perché solo il ring poteva salvarlo. Dopo la sconfitta con Charles, vinse otto incontri in un anno, battendo anche uno sfiorito Jimmy Bivins. Poi, nel 1951, gli furono offerti 300.000 dollari per affrontare l’italoamericano Rocky Marciano, che viaggiava spedito verso una sfida per il titolo mondiale. Rocky dichiarò che Louis era “l’ultimo uomo al mondo che avrebbe voluto affrontare”: non perché avesse motivo di temerlo, ma perché nutriva una sincera ammirazione verso di lui e gli sarebbe dispiaciuto umiliarlo. Joe Louis, come avrebbe poi spiegato in un’intervista il dottor Ferdie Pacheco, famoso medico di Muhammad Ali, si era da tempo installato nell’immaginario collettivo come l’eroe americano: le molteplici valenze simboliche sottese nella sua figura sarebbero uscite danneggiate dal match con Marciano, forse anche più del suo fisico. Per gli americani, vedere il loro eroe ignobilmente maltrattato e sballottato sul ring sarebbe stato una sorta di trauma. Così fu solo in parte: Rocky dominò l’ex campione e gli inflisse un KO drammatico all’ottava ripresa, ma Joe gli oppose fino all’ultimo una resistenza fiera e persino commovente. Il vincitore non ebbe neppure l’animo di esultare: subito dopo il KO, tornò all’angolo con il capo chino e senza il minimo cenno di giubilo: era l’atteggiamento di chi aveva appena dovuto fare qualcosa che non avrebbe mai voluto fare. Una volta sceso dal ring, Marciano si recò nello spogliatoio di Louis per rendergli onore: “I’m sorry, Joe”, gli disse mestamente. L’integrità del mito e della dignità di Joe Louis era salva.
Era chiaro, però, che il vecchio campione non potesse continuare a scherzare con la sorte: aveva trentasette anni, non pochi a metà del secolo scorso, e un fisico minato dalle molte battaglie e da uno stile di vita ormai deleterio. Insomma, l’addio al ring doveva essere stavolta definitivo. Restava il problema delle impellenze economiche. Joe si arrangiò facendo mestamente il wrestler fintantoché il suo corpo glielo consentì; fu anche aiutato dal mondo dello spettacolo, che lo compativa per il trattamento ingrato riservatogli dalle istituzioni. Infine, trovò un impiego al Caesar’s Palace di Las Vegas, dove fece da monumento a se stesso. Quando il monumento vivente venne meno, fu eretta al suo posto una statua che c’è ancora oggi ed è meta di pellegrinaggio. Gli ultimi anni di vita furono quindi abbastanza sereni, anche se malinconici come quelli di quasi tutti i grandi pugili. Joe Louis morì per arresto cardiaco a Las Vegas il 12 aprile 1981, all’età di sessantasei anni. Poche ore prima, al Caesar’s Palace, aveva visto Larry Holmes difendere il titolo WBC dei pesi massimi da Trevor Berbick. Riteniamo che l’epitaffio ideale per Louis sia una frase del giornalista Jimmy Cannon, che parafrasò le famose parole di Albert Einstein dicendo: “Joe Louis è stato un orgoglio per la sua razza: la razza umana”.



