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Storie di Boxe

Quali sono le cause del calo di popolarità del pugilato in Italia?

Chiusura del serbatoio del dilettantismo, assenza di professionisti che vivano di boxe, calo del livello qualitativo, tv assenti

Leggendo i social network ho l’impressione che il popolo della boxe abbia individuato un unico responsabile di tutti i mali di questo sport: la televisione. Credo che la situazione meriti un approfondimento.

La televisione, qualsiasi essa sia (a meno che non riceva dei soldi per trasmettere un evento) propone spettacoli che potenzialmente garantiscono audience e l’arrivo di nuova pubblicità.

Si chiamano tv commerciali proprio per questo.

Il pugilato negli ultimi anni è stato trasmesso da Sportitalia, RaiSport, Italia 1 e Italia 2, Deejay Tv (Tv9), Sky, Tv8 e FoxSports. Le sue occasioni le ha dunque avute. Spesso le ha sprecate.

L’audience è oscillata tra 40.000 spettatori (0.35% di share) e 360.000 (3.50% di share). Per correttezza va precisato che il picco è stato registrato in una sola occasione da Italia 1, mentre la media di ascolti oscillava tra 200.000 e 300.000 utenti.

Non sono cifre che, riferite alla media giornaliera delle rispettive emittenti, facciano fare un salto sulla sedia. Quindi, c’è qualcosa di sbagliato che influenza negativamente la commercializzazione del prodotto.

L’accusa ricorrente è: i match vengono dati a notte fonda e su tv a pagamento.

I numeri rientrano nell’arco di quelli segnalati, anche quando il network che manda in onda l’evento è in chiaro e l’orario è ideale (attorno alle 22:30).

In quanto al fatto che alcune tv facciano pagare l’abbonamento mi sembra del tutto naturale. Prendiamo FoxSports, l’accusato di turno. Per acquisire i diritti del match deve versare una certa cifra alla società che li detiene. Poi deve organizzare la trasmissione, mettere a disposizione gli studi, pagare chi lavora sull’evento. Perché, non essendo un genere di prima necessità, dovrebbe regalarlo agli utenti?
FoxSports offre prodotti di prima qualità, chi ama la boxe dovrebbe ringraziarlo non riversargli addosso ogni sorta di accuse.

La Rai è l’unica ad avere il dovere di diffondere ogni disciplina. Ma dopo che ha ceduto i diritti del calcio, della Formula 1, del motociclismo, del tennis e di qualsiasi altro sport ci stupiamo che non trasmetta pugilato?

Io penso sarebbe più giusto chiedersi: perché la boxe non raccoglie indici di ascolto più alti?

Credo sia opportuno fare un passo indietro.

Non così indietro da risalire ai 4/5 milioni di telespettatori per i match di Rosi, ai 9 di un Oliva vs Gonzales mandato in onda da Rai 1 alle 22:00. Ma abbastanza indietro per arrivare a Bundu vs Petrucci, ottomila spettatori al Foro Italico in una serata organizzata da Davide Buccioni.

Daniele Petrucci era un personaggio molto popolare su piazza, Roma lo amava, aveva una boxe spettacolore che lo legava in maniera viscerale ai suoi tifosi.

Leonard Bundu era un campione che di certo non si risparmiava, aveva carisma e pugilato talentuoso.

Un’accoppiata vincente. Personalità, capacità di creare profondi legami con la gente, visibilità dei personaggi.

Ecco, da tempo manca una miscela di quella forza, capace di trascinare la gente fino a portare ottomila persone sulle gradinate del Foro.

La boxe di casa nostra soffre di due mali concomitanti che impediscono ai pugili di imporsi sia come atleti che come personaggi.

La prima pecca viene da lontano. Tutto è cominciato ad Atene 2004. Da quel momento in poi è stato chiuso il naturale serbatoio che riforniva il professionismo. I migliori dilettanti sono rimasti tali a vita.

Cammarelle, Russo, Valentino, Mangiacapre, Picardi non hanno mai fatto il grande salto. Non discuto le motivazioni che hanno influenzato le loro scelte, riporto solo un dato oggettivo. Il meglio del dilettantismo nazionale non ha aiutato lo sviluppo del professionismo.

E chi invece nel professionismo c’è ha subito la negatività di quello che io indico come il secondo male. L’impossibilità di rispettare la denominazione della loro attività.

In Italia credo siano due, al massimo tre, quelli che possono definirsi pugili professionisti in quanto tali. Ovvero gente che vive esclusivamente degli introiti ricavati dalla boxe, senza avere bisogno di fare un altro lavoro per sopravviere.

Questo comporta meno tempo da dedicare all’attività, a migliorare il proprio livello tecnico e atletico. Senza contare il coinvolgimento dal punto di vista mentale, con la testa fissa a fine mese e a non perdere il lavoro che consente loro di vivere.

marsili

DC

In aggiunta, pur essendo aumentato il numero dei tesserati rispetto a un recente passato, si combatte sempre meno. Prendiamo Emiliano Marsili e Giovanni De Carolis, tra i migliori in attività. Il primo ha disputato cinque match negli ultimi tre anni, l’altro ne ha fatti sette. La media è appena sopra o appena sotto i due incontri l’anno. Puoi permetterti questa frequenza se sei Joshua o Golovkin, non se sei un pugile italiano.

C’è anche carenza di spessore nelle sfide che vengono proposte.

Negli States per andare in Tv servono match importanti. E se non hai un mondiale da difendere, l’importanza dell’evento viene dalla scelta degli sfidanti.

Il 16 il neo pro Shakur Stevenson (4-0) affronta John Tapia (8-1-0).

In Inghilterra non è raro vedere salire sul ring due contendenti imbattuti. Non c’è la paura di macchiare il proprio record.

Quel che voglio dire è che da noi si fatica a crescere. Il pugile conosce il pericolo solo quando va a battersi per un titolo vero. E qui arriviamo al terzo punto dolente.

Ho sentito parlare di un piano di rilancio, l’ennesimo. Sembra sia fondato sull’importanza della posta in palio.

L’oro sono i titoli mondiali.

L’argento per gli europei e alcuni degli altri mille match etichettati dai vari enti tanto per dargli un nome.

Il bronzo per gli italiani.

È un piano ambizioso, ma che a mio avviso non poggia su basi reali.

Emiliano Blandamura il 15 aprile va in Giappone a sfidare Ryota Murata per il titolo Wba dei medi. E poi? Quali sarebbero gli altri italiani in lista di attesa per eventi come questo?

Stesso discorso per gli europei. Ci sono uno, due nomi in corsa. Poi il discorso finisce lì.

Manca il rifornimento di pugili di livello da parte del dilettantismo, non c’è la possibilità di svolgere un’attività costante e di qualità in Italia, non abbiamo al momento elementi di valore assoluto su cui puntare.

E manca la spinta promozionale che potrebbe arrivare da un grande evento che abbia come sede una città del nostro Paese. Non ci sono le condizione economiche per metterlo in piedi.
È un futuro tutto da costruire.

Servirebbe un’autentica rivoluzione, finanziata da mezzi adeguati e spalleggiata da una promozione in grado di imporre il prodotto pugilato.

Ma qui entriamo nel regno dell’utopia. Non è il mio campo.
Io, osservando la realtà, sono convinto che non sia colpa della televisione se il pugilato sta languendo al punto da diventare uno sport di nicchia. Siamo pochi a seguirlo, pochi ad ammettere questa realtà. È più facile scaricare le colpe sulla Tv che non lo manda in onda.

Il re è nudo, ma proprio non ce la facciamo a gridarlo.

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