Relazione su Muhammad Ali al VI° Convegno annuale della Società Italiana di Storia dello Sport di Vercelli
All'interno del VI° Convegno annuale della Società Italiana di Storia dello Sport, che si terrà venerdì 10 e sabato 11 novembre a Vercelli presso il Chiostro della Chiesa di Sant'Andrea nei pressi della stazione ferroviaria,dedicato al tema "Sport e Rivoluzione", lo scrittore Andrea Bacci terrà una relazione dal titolo "Le mille e più di mille rivoluzione di Muhammad Ali".
L'intervento di Bacci dovrebbe tenersi venerdì intorno alle ore 13,30. Lo stesso Bacci ha dedicato uno dei suoi libri più noti a Muhammad Ali, uscito nel 2013 per Ultra edizioni dal titolo, appunto, "La Rivoluzione di Muhammad Ali"

IO NON HO NULLA CONTRO QUEI VIETCONG
...La sera del 17 febbraio Muhammad Ali ha dei motivi per non essere proprio tranquillo, il giorno dopo si allena come al solito poi Robert Lipsyte, giornalista e amico, lo raggiunge in serata a casa a Miami per intervistarlo. Secondo il racconto di Lipsyte, completamente diverso da quello descritto nella biografia del '75, arriverebbe una telefonata in casa per Ali, che al ritorno è scuro in volto e alla solita schiera di amici, musulmani e non, dice che un cronista della radio gli ha comunicato che il suo esame di due anni prima, come quello di molti altri giovani americani, è stato rivalutato d'ufficio per la richiesta di incremento delle forze armate da inviare a combattere in Vietnam, e ritenuto buono per essere I-A, cioè abile e arruolato. Nonostante nella sua biografia del '75 Ali scriva che conosceva la questione del Vietnam perché ne aveva parlato Elijah Muhammad e lui stesso ne aveva discusso, disgustato dall'orrore, con Herbert Muhammad, secondo Lipsyte il pugile non sa minimamente di cosa si parli e di dove sia questo paese dal nome tanto strano. In men che non si dica il telefono di casa Ali è tempestato di chiamate di giornalisti che vogliono sapere cosa ne pensa lui di questo prossimo arruolamento, cosa pensa della guerra e della politica estera americana, tutte cose di cui non si era mai occupato prima. Come d'incanto, Ali al telefono con qualcuno azzecca la frase che lo fa passare alla storia e che sarà, da diversi punti di vista, la sua dannazione o la sua beatificazione:
Ragazzi, io non ho mai avuto niente da ridire con quei vietcong.
Quella frase, unita alla gemella “Nessun vietcong mi ha mai chiamato sporco negro”, fa il giro del mondo e appare in tutte le prime pagine dei giornali. Ma non solo: Ali è un fiume in piena e ai giornalisti, con voce che spesso è rotta dall'emozione, chiede come mai a Washington sono tanto ansiosi di dargli ottanta dollari al mese, la paga di un soldato, proprio a lui che in due combattimenti raccoglie danaro per sei aerei da combattimento. Si scatenano le reazioni, fortemente critiche e scandalizzate quasi tutte quelle americane, del mondo della boxe e della politica, più entusiastiche quelle del resto del mondo che invece ritiene quella guerra un'inutile carneficina. In particolare il filosofo inglese Bertrand Russell telefona e scrive ad Ali in toni fortemente elogiativi che il pugile lì per lì nemmeno comprende. Forse suo malgrado, e senza riuscire forse a capirci qualcosa se non studiandosi la materia nei mesi a venire, la vita di Muhammad Ali è definitivamente segnata da quella frase pronunciata quasi di getto e senza pensare. Negli anni Duemila, nonostante il mito universalmente riconosciuto di Muhammad Ali, ci saranno delle voci, che più avanti analizzeremo, di revisionismo critico sulla sua figura. In particolare lo scrittore e giornalista Mark Kram nel suo libro Ghosts of Manila del 2001 dirà che le frasi relative al fatto che nessun vietcong gli abbia mai fatto nulla, non sarebbero state in realtà mai pronunciate da Ali ma inserite nelle interviste ufficiali da qualcuno della Nation.
I riflessi pugilistici alle frasi di Ali sono la levata di scudo dei vecchi e patriottici campioni del mondo dei massimi, quelli bianchi come Gene Tunney e Jack Dempsey, e quelli neri come Joe Louis. Ma la cosa più importante è che la Commissione atletica dell'Illinois, che deve decidere sul destino del match con Terrell a Chicago, rifiuta di dare il suo assenso se Ali non prende le distanze da ciò che ha detto. Uno degli avvocati di Ali, il nero Edward Jocko, pressato anche dai promotori di Louisville, mette praticamente in mano al pugile la cornetta e compone il numero di Trier, presidente di quella commissione, al quale quasi sotto dettatura Ali medesimo declama le proprie scuse. Trier vuole però che l'abiura sia pubblica davanti alle telecamere alla sede della commissione. Ali, accompagnato da Jocko, si deve quindi recare a Chicago per presentare ufficialmente le sue scuse. Elijah Muhammad pare che non ci metta bocca, i promotori di Louisville cercano di convincerlo che lui in prima linea non ci andrà mai, che probabilmente sarà impiegato solo come cartellone pubblicitario alla guerra stessa, che magari il Vietnam non lo vedrà se non in televisione. Tutto pare tornare alla normalità, con il Chiacchierone pronto a mettere la sua coda tra le gambe e rimangiarsi le parole dette. Davanti alla commissione, a precisa domanda di Trier di ripetere quello che già gli ha detto per telefono, cioè scusarsi delle dichiarazioni anti-patriottiche che offendono anche il titolo che lui detiene, Ali getta la maschera e concede l'ennesimo colpo di scena della sua vita, rifiutandosi di ripetere quelle parole e scusandosi solo che le frasi pronunciate avrebbe dovuto dirle prima in quella sede e non ai giornalisti. Apriti cielo, spalancati terra: la commissione dell'Illinois rifiuta il proprio benestare allo svolgimento del match a Chicago, città dove Ali non combatterà mai più, e anche tutti gli altri stati americani si accodano, in un enorme calderone di critiche pesanti e di condanna totale verso l'uomo Ali e verso il pugile. Il match con Terrell è spostato di corsa in Canada, prima a Montreal poi a Toronto, ma a diciassette giorni dalla data stabilita, il 29 marzo, lo stesso Terrell si tira indietro...



