Continua la "riesumazione" di miei vecchi articoli...Quello che trovate oggi qui sotto risale alla primavera di quattro anni orsono. E' cambiato qualcosa? Non mi sembra e ciò é l'ennesima riconferma che tutto continua a rotolare in avanti stancamente, sempre uguale a se stesso. Forse proprio in ciò si annida la madre di tutti i mali...
Gualtiero Becchetti
(25 maggio 2013)- I tormenti della vita di ogni giorno; il sorriso che sempre meno affiora in una Paese che invece é sempre stato proprio il “Paese del sorriso”; la paura che serpeggia nelle strade e nelle piazze; le case lentamente trasformate in fortini dove rifugiarsi da ciò che sta fuori; i giovani che all’ottimistico e speranzoso chiasso tipico dell’età hanno sostituito i silenzi della malinconia o le grida della più violenta disperazione; la fiducia nel prossimo sconfitta dalla diffidenza e dalle ombre di un costante sospetto…Sembra quasi che tutto ciò sia simboleggiato da questa primavera dell’anno del Signore 2013 che non vuole cominciare, quasi come se il sole stesso, le gemme degli alberi, il profumo dell’aria ricolma di vita avessero deciso di batterci le loro mani sulla spalla per dirci: “State attenti, ché la ricreazione è finita”.
Sono brutti pensieri questi, alimentati dalla cruda realtà dei tempi e pure da un cielo ostinatamente cupo al quale noi non siamo abituati, figli disorientati di una terra dipinta di luce e che in questa stagione dovrebbe offrire un filo di speranza soprattutto a chi la speranza fatica a trovarla.
Forse è per questo che, osservando fuori dalla finestra il grigiore freddo di un maggio ripiegato su se stesso, mi viene spontaneo battere sui tasti parole in libertà e al contrario del solito non direttamente ispirate dalle vicende del ring; mi sembra infatti davvero strano pensare, con tutto ciò accade intorno, alle poche grandezze e alle tante miserie di qualcosa che occupa gran parte di noi, ma è razionalmente piccola cosa rispetto al resto. Il fatto è che gli esseri umani sono fatti così: quasi sempre fragilissimi ma a tratti incredibilmente forti. Naufraghi in balia dei marosi di Capo Horn, però capaci di galleggiare aggrappandosi al più piccolo degli scogli. Basta una passeggiata tra il verde, la compagnia di un amico, un attimo di serenità in famiglia, la parentesi rappresentata da ciò che ci piace per farci raddrizzare la schiena e alzare gli occhi, offrendoci di nuovo un grammo di forza per lottare contro la durezza della vita.
E allora mi consolo e penso che alla fine non è poi così stupida l’immagine di giovani e meno giovani, oberati da mille angosce, che varcano la soglia di una palestra per imparare o insegnare e che per un pur breve lasso di tempo non solo dimenticano il nodo che li attorciglia allo stomaco e alla gola, ma riescono a trarre persino la spinta per camminare sino a domani e dopodomani. E’ questa una follia di cui si sono alimentati pure i grandi artisti, coloro che scrivendo versi, componendo musica, dipingendo o scalpellando il marmo hanno esorcizzato molti dei tormenti che avevano dentro.
Ci si sente meglio, dopo…E’ così per quasi tutti. Da coloro che creano opere d’arte agli anziani che coltivano un orto, dall’atleta che spende se stesso nella competizione al bimbo che insegue le proprie fantasie, dal collezionista di monete o francobolli allo scienziato che edifica il futuro. Tutto ciò che ci fa stare bene è importante, perché senza di esso saremmo candele che aspettano con rassegnazione la fine dello stoppino.
E allora ritrovo me stesso pensando a questo: mi torna la spinta per dire (e vorrei gridarlo) che nessuno può permettersi d’infrangere il nostro meraviglioso giocattolo rappresentato da un quadrato di legno con sedici corde attorno e tre persone in mezzo illuminate da un cono di luce.
Non può permetterselo e non gli deve essere permesso, perché é un giocattolo che ci riempie l’esistenza, che ci fa divertire e riflettere, ridere e piangere, mostrare il meglio e il peggio di noi stessi, che dà da vivere ad alcuni e da sognare ad altri.
Lo squallore che quasi ogni giorno vi viene lanciato sopra a secchiate, la meschinità e la mancanza di rispetto con cui viene quasi ad ogni ora accartocciato non ci devono condurre alla rassegnazione, alla silenziosa attesa della fatale conclusione, ma a quella sana e gioiosa rabbia che fa restare giovani, a quell’ allegra sfida senza tregua che finirà solo quando finirà.
Abbandono per un attimo la tastiera e guardo fuori dalla finestra. Sarà un’illusione, ma mi sembra che tra le nuvole nere stia sgomitando il sole per venire finalmente fuori.
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