
In quest’epoca, segnata pugilisticamente dall’inflazione di titoli talvolta talmente fantasiosi da risultare persino imbarazzanti e pugili che si battono per cinture destinate e impolverarsi su una parete di casa senza alcuno sviluppo professionale, riguardanti talvolta aeree geografiche che nulla hanno a che fare con i pugili stessi (basti pensare a certi titoli del Mediterraneo con impegnati atleti che su tale mare non hanno mai trascorso nemmeno le vacanze estive), non si salvano purtroppo nemmeno i titoli mondiali e sono ormai persi nella notte dei tempi gli anni in cui gli appassionati erano in grado di citare a memoria e per categoria i “veri” campioni.
Le nefaste conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti e se la moltitudine di cinture in circolazione ha favorito cartelloni altrimenti privi di adeguato “fascino” e compiaciuto le ambizioni di pugili che dopo appena una manciata di match cominciano a reclamare il “loro” trofeo internazionale, in realtà “alla lunga” hanno allontanato moltissimi spettatori dai palasport e dagli schermi televisivi, con tutto ciò che di distruttivo ha fatto seguito…
Comunque, tornando ai campionati mondiali (Wba, Wbc, Ibf, Wbo, Ibo, Wbu, Gbu e chissà quanti altri ancora…), sognando che un giorno (temo quello di “San Mai”) si ritornerà secondo logica e ad un solo e unico titolare iridato, può risultare comunque interessante constatare come siano posizionati tali campionati nell’intero pianeta, ad inizio del 2018.
Naturalmente, il paese che vanta più cinture sono gli Stati Uniti con 14, incalzato dal Giappone con 10 e dalla Gran Bretagna con 8. Le posizioni su tale podio meriterebbero un’ulteriore riflessione, tenendo conto del numero degli abitanti e dei pugili professionisti tesserati, nettamente più rilevante negli Usa. Seguono poi, con 5 titoli il Messico e la Russia, poi la Tailandia e il Kazakistan con 3, Portorico, Ucraina e Filippine con 2 e a chiudere la lista, con un solo titolo, Venezuela, Cuba, Nuova Zelanda, Australia, Lettonia, Sudafrica e Canada.
Naturalmente, purtroppo, non c’è l’Italia…Ma momentaneamente ci si consola (si fa per dire!) della compagnia di altre nazioni “derelitte”, quali Germania e Francia, ad esempio, le quali però hanno qualche vantaggio in più rispetto al Bel Paese: una potenza organizzativa superiore e vari pugili che possono coltivare la speranza di arrivare “lassù” o almeno di poterci provare con qualche concreta possibilità di riuscirci.
Il 2018 della boxe italiana regalerà finalmente uno spiraglio di luce? C’è chi arriva a dire in effetti che stiamo vivendo un “buon momento”. Speriamo che questo “buon momento” passi in fretta, perché a non accorgersene di tale “gioioso” periodo sono per primi proprio i pugili, poi tutti gli altri che dietro ad essi operano. Basta interpellarli...
Ci si potrebbe anche solo accontentare per ora di vedere spalancate le finestre e sentire aria fresca irrompere in una stanzetta sempre più piccola per offrire un alito di vita.
Sarebbe un segnale che il futuro del pugilato verde-bianco-rosso non è solo alle nostre spalle.



