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All'angolo neutro con Glauco Cappella: il primo match.

PugiliCasco

Ero in attività da poco più di tre mesi. Tutte le sere, dopo ogni allenamento, importunavo il mio allenatore, Stefano, il quale veniva in palestra a piedi e gradiva volentieri un passaggio a casa, qualora qualcuno si trovasse ad uscire insieme a lui. Spesso capitava che quel qualcuno fossi io. Beh, diciamo che io ci mettevo del mio, per farlo succedere ogni volta...

Il tragitto non era lungo, giusto cinque minuti di macchina, ma in questo breve percorso riuscivo ad essere piuttosto molesto con lui, che mi sopportava con pazienza mentre gli chiedevo con tutta l’insistenza di cui ero capace di farmi combattere, di farmi fare il pugile.

La risposta non era negativa né positiva; niente di più che un “vediamo” che a me non soddisfaceva per niente. Ma cosa avrei potuto fare? Anche i maestri avevano bisogno di capire se si potevano fidare di me oppure no. Oggi finalmente lo capisco pure io.

Gli allenamenti continuavano e, dopo il lavoro, ogni giorno mi cambiavo, prendevo la mia borsa, andavo in palestra superando le loggiate all’ingresso ed entravo in un’atmosfera “pugilistica” che si sentiva, si intuiva già dall’odore dell’aria mentre respiravi. In quella palestra mi allenavo io, in quel periodo, ma si era allenato anche il mio maestro attuale. Ogni volta pensavo ad allenarmi per bene e a prepararmi ad un match che prima o poi sarebbe dovuto arrivare, “cacchio”! Ce la mettevo tutta per rompere l’anima a Stefano. Mi allenavo come si doveva in vista di un incontro che sarebbe arrivato con un buon preavviso...o almeno così immaginavo io.

Comunque, la sera di un indimenticabile martedì, ricordo, entrando vidi Stefano seduto sul bordo del ring al lato della porta e quindi  me lo trovai proprio davanti. «Venerdì combatti», disse puntandomi il dito.

Io non risposi, se non con un cenno della testa, come a dire “sì”. Andai verso lo spogliatoio. Ma quale preavviso? Ma quale preparazione “strafiga”? Ma chi sei, Muhammad Ali (di pugili “moderni “ ancora non ne conoscevo)? Mi cambiai, corsi e da quel momento fino al giovedì sera, ricordo solo guanti, guanti, guanti e…rimproveri. Se da una parte ero contento che finalmente il maestro “anziano” della palestra mi considerasse, dall’altra ero troppo scoraggiato per quanto ero incapace.

«Pensavi che la boxe fosse facile?». Oppure: «No, no! Gira di più il polso!»; «Oh, stacca quei piedi!» e in tutto questo, la sessione di guanti non era altro che “botte”. Certo, non è che stessi per morire, non era niente di diverso da quello che ci si aspetta in una palestra di pugilato ma, dentro ribollivo. Ero troppo scarso, insomma.

La sera del match, Stefano non poteva venire… Sarei andato solo con il maestro anziano, Sergio. Non ci voleva! Lui non era per niente convinto che lo avrei ascoltato, che avrei fatto le cose come si deve.

Ci pesiamo, ci cambiamo e aspettiamo il nostro turno. Il mio avversario era di casa e debuttava anche lui. Ecco, tocca a noi.

Metto i guanti.

Salgo la scaletta.

Il caschetto.

Chiamano il mio nome al microfono. «Alza il braccio». mi dice Sergio.

Un goccio d’acqua e il paradenti sigilla tutto.

Mi giro verso l’arbitro e...“Cazzo”, ho già il fiatone…”.

“DIIIIIIIIIIIN!”

Non voglio che mi rimproveri ancora. Assolutamente no. Io sono forte.

Il mio avversario non era quello davanti a me, ma era quello seduto al mio angolo; era contro di lui che stavo combattendo. Dopo poco, non era più seduto. Era in piedi e mi incitava. Ci stava credendo, cazzo! Ci credeva!

Io portavo colpi su colpi… Tanto, il fiato era già finito da un pezzo. Passa la prima ripresa e all’angolo vengo inondato di parole che però, chissà come, riesco a capire. Non erano parole a caso, urlate e incomprensibili. Mi incitava, mi consigliava, mi guardava.

Porcaccia miseria, non avrei perso per niente al mondo. Dentro ero come una fiamma che bruciava tutto quanto!

Passa la seconda ripresa e torno all’angolo. Acqua. «Giù le braccia dalle corde», mi dice il maestro. Io non ho più nemmeno la forza di respirare. Adesso c’era proprio foga nelle sue parole. Combatteva anche lui insieme a me. Tutti i maestri lo fanno, ma io lo scoprivo in quel momento.

Terza ripresa. Ogni tanto butto un occhio al mio angolo per carpire qualche “dritta”. Lui mi fa i segni delle azioni che voleva da me e io le faccio, come un automa. Non volevo essere rimproverato, l’ho detto e lo confermo. Suona la campana, l’ultima, e torno sfinito da lui manco avessi combattuto venti riprese. «Se non ti danno la vittoria m’incazzo», dice mentre mi pulisce e mi toglie guanti e caschetto. “Che?!”,  penso; ma non riuscendo a dire nulla, mi arrendo al fatto di non aver capito.

Quel giorno gli arbitri diedero il verdetto a mio favore. Ero contento. Sergio era contento. Io e il mio avversario ci abbracciammo. Gli diedi metà della mia barretta alla mela che faceva schifo (oggi mi scuso, ma l’ho saputo anch’io solo in quel momento). Alla fine è il gesto che conta, Francè!

Ringrazio ancora oggi Stefano e Sergio, della Nuova Cluana Boxe, per avermi fatto entrare in questo mondo. Anche se le strade si sono poi divise, il primo grazie va proprio a voi.

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