
Era un giorno del luglio del 2004. Io ero al supermercato a farmi i fatti miei, quando vidi in fila alle casse un gruppetto di persone in tuta con in mano cocomeri, buste di latte e sacchetti del macellaio. Non so perché, ma mi soffermai più del dovuto a guardarli e ne riconobbi uno in particolare, Matteo Angioletti. “Cazzo! Ma quello è Angioletti!”, pensai o addirittura lo dissi ad alta voce, non ricordo; e quelli insieme a lui chi volete che fossero, se non i nazionali di Ginnastica? Io non andai a salutarli, perché non volevo fare il fenomeno della situazione, ma Angioletti mi riconobbe e mi salutò. Lo stesso fecero gli altri…
Non fu una vibrazione quella che sentivo nelle vene… fu una fiammata!
Dopo 15 giorni partirono per Atene e il resto è storia nota.
A 19 anni capii che quel sogno, forse un po’ ingenuo, di emularli su di un podio a cinque cerchi, con una corona di alloro sul capo e una medaglia al collo, la mano sul petto, una bandiera tricolore che si alzava di fronte a me e la chiusura del tutto con “L’Italia chiamò”, sarebbe rimasto tale. Un sogno.
Sapete, ormai è appurato scientificamente che la materia, tranne che nello zero assoluto, non sta mai completamente ferma. La materia vibra.
Io ero molto al di sopra di -273°C, eppure ero immobile dentro. Non avevo più vibrazione.
Mi iscrissi all’università, fu solo un breve approccio con i libri… Tranquilli, “guarii” nel giro di un anno!
In quel periodo andavo a correre in pista, così, senza un senso.
Vidi un video su Youtube di un certo Usain Bolt. La canzone di sottofondo diceva “…perché quando arrivo io, mi porto dietro il fuoco e ti riporto alla vita”. Avete mai sentito una caldaia che si accende? Ecco, quello fu il rumore che sentii io all’altezza del petto, circa. In sintesi, non studiavo mai, ma prendevo due autobus per arrivare alla pista di atletica più vicina e seguire la scheda che mi aveva dato un allenatore.
Una volta, nevicava talmente tanto che non potevo ritornare a casa e rimasi all’università quel fine settimana. Avrei potuto dare una bella sgrossata al programma per l’esame, ma i miei piedi erano a fare impronte sulla neve della pista, che venivano coperte ad ogni ripetuta di 60m. per quanta ne veniva giù.
Partii dopo qualche mese come volontario nrll’esercito e andai di reparto a Salorno, un paesino più che sperduto tra Trento e Bolzano. Qui, tra i vari militari, ce n’era uno con cui legai parecchio e diventammo amici. Un ragazzo siciliano più grande di me di un paio d’anni. Enzo era un tipo “grezzo” e un po’ duro, sia d’aspetto che di carattere; uno che si tolse una verruca con un coltello. Poi ovviamente è ritornata, ma avete capito il tipo, insomma. Lui aveva fatto il pugile, poi era passato ad altri sport da combattimento ma quell’atteggiamento combattivo, che poi ho capito da dove venisse, lo metteva in tutto quello che faceva. Dalla caserma al paese c’erano circa 4 km. e noi avevamo preso l’abitudine di farli correndo. Al paese c’era una palestra di pesi e arrampicata. Noi facevamo un po’ di pesi e un po’ di arrampicata per poi tornare correndo. Alla caserma avevamo il CAGSM, che per chi non sa cosa sia, è il percorso di guerra, quello in cui si deve passare sotto al fil di ferro con il passo del leopardo, si superano vari ostacoli e si arriva alla fine cercando di essere più veloci possibile. Il classico circuito che si vede fare in Tv, insomma. Passavamo davvero molto tempo dentro quel percorso. La mia voglia di combattere, è dipesa molto da questa amicizia con Enzo.
Dopo un anno tornai a casa e iniziai a lavorare come imbianchino. Avevo una palestra vicino casa che già conoscevo, in cui si faceva la boxe. Un giorno ci entrai e l’allenatore mi diede un foglietto con su scritte le visite e i documenti che servivano per allenarsi. Portai tutto.
Dal primo match in poi, è stato un susseguirsi di alti e bassi, come è logico che sia; ma il rumore della “fiamma pilota” che si accende è sempre ritornato e lo stomaco ha sempre trovato un motivo per farmi avvertire quel fremito. Era la proiezione di quel “me stesso” che sarei voluto essere a generare la vibrazione. E’ come passeggiare con un ologramma di te stesso che cammina qualche metro avanti a te e tu lo vedi, lo segui. Qualche volta ci sono delle interferenze e non lo vedi più nitidamente, ma è sempre lì, si gira, ti aspetta per non farti rimanere troppo indietro e poi si riprende a camminare insieme.
Ma sei tu a seguire lui. Perché lui sa dove deve andare; sei tu che non sai la strada e allora lo segui. Sei tu che dipendi da lui, non il contrario. Quella proiezione è reale, c’è per davvero e basta seguirla per avere la vita dentro di sé, per non essere “fermi”. Per “vibrare”…
Io, quella proiezione di me stesso nella boxe, non la vedo più e la vibrazione non c’è.
E’ questo il motivo che mi ha fatto decidere di fermarmi. Nessuna paura, nessuna scusa. Può anche risultare patetico o qualcuno potrebbe dire “Beh, ma potevi capirlo prima”.
Sì, è vero, le condizioni sono le stesse, non è cambiato nulla quindi, potevo capire prima dove NON sarei arrivato.
I miei maestri Andrea e Daniele hanno creduto in me. Li ho forzati io in molte scelte che ho fatto e loro, forse, hanno sentito la stessa vibrazione che sentivo io e hanno deciso di iniziare questo cammino insieme a me. Mi hanno adottato quando ero senza palestra. Ho bussato da loro e mi hanno accolto, mi hanno insegnato. Adesso io ho voltato loro le spalle. Ho attraccato la mia nave, mi sono fermato. Non mi scuso per questo, non sono ipocrita e sapevo bene cosa stavo facendo quando ho deciso. Però li ringrazio di tutto. Ringrazio loro e tutti i miei compagni di allenamento, per ogni sudata fatta insieme.
Prima c’era un tremore interiore che mi spingeva sempre in avanti. Avrei pianto dentro, se avessi smesso. Quindi, prima non era il momento.
Ora sì.
Grazie Boxing Club Castelfidardo.
Grazie Daniele.
Grazie Andrea.



