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l’incredibile storia in ascensore di Gustavo Ballas, l’ex-iridato tra Paradiso e Inferno

di Gualtiero Becchetti

Ballas

(Gustavo Ballas ai tempi gloriosi del Luna Park)

Si può prendere l’ascensore tante volte nella vita. Ma può succedere anche di premere il tasto sbagliato e di scendere in basso invece che salire in alto. Persino tanto in basso da trovarsi all’Inferno. E da lì è difficile ritornare su. Qualcuno ce la fa, ma molti non riescono nemmeno più a trovare l’ascensore. E rimangono tra le fiamme. Per sempre.
Certamente anche in Italia qualcuno ricorderà il pugile argentino Gustavo Ballas che tra qualche giorno, il 10 Febbraio, compirà sessant’anni. Sì, è proprio lui, il supermosca che negli anni “80 fu campione del mondo e rimase ai vertici internazionali per tre lustri. Lui, che quando combatteva in ogni angolo dell’Argentina, ma soprattutto nell’immenso e mitico Luna Park di Buenos Aires dove solo le “stelle” avevano l’onore di reggere il cartellone, attirava folle immense ed era amato come uno di quei campioni “speciali” che sembrano eterni e incorruttibili come gli dei dell’Olimpo.
Ecco.
Gustavo l’ascensore lo prese tanti anni e tanti anni fa, quando sembrava ospite “fisso” del Paradiso e tutto gli sorrideva. 120 match professionistici in carriera, con 105 vittorie (29 ko), 9 sconfitte e 6 pareggi. Tra il 1976 e il 1990 la media di otto match all’anno, con punte di dodici, perché Gustavo lo chiamavano “Mandrake” per la diabolica abilità nell’evitare i colpi, come una specie di “clone” di Nicolino Loche, “El Intocable” per il quale la gente impazziva e non per i pugni che dava, ma per quelli che non prendeva.
E’ stato dipendente dall’alcol e poi dalla droga per ventisei anni, Ballas. La natura gli ha fortunatamente ragalato un fisico di ferro, altrimenti non sarebbe più con i piedi su questa terra da un pezzo. “Mandrake”, lo racconta lui stesso, si era arreso dapprima alla bottiglia seguendo le cattive compagnie che sempre, come luride sanguisughe, s’attaccano al personaggio di successo e tuttora maledice l’alcol, perché lo ritiene responsabile del successivo passo verso gli stupefacenti. Ricorda ancora la “prima volta” e l’affascinante e ricca signora che gli allungò la “roba” nel suo appartamento, nel periodo in cui tutto sembrava possibile e permesso… Nemmeno sapeva cosa fosse, ma stordito dalle bevute l’accettò.
Il famoso tasto sbagliato. Quello che conduce all’Inferno!

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(La somiglianza di Ballas, ritratto contro il giapponese Muruyama, con Nicolino Loche)


Era campione del mondo. Cominciò in breve ad essere anche un ubriacone e un drogato. “Quando bevi non sai ciò che fai e prendi tutto quello ti offrono e viceversa. T’illudi di dominare queste due bestiacce e invece solo loro a dominare te…”.
Poi, miracolosamente Gustavo ha ritrovato in un folgorante attimo di lucidità l’antico orgoglio del campione che fu. Ha capito che doveva combattere il più duro dei match e in solitudine, lontano dalle ovazioni del Luna Park. “All’inizio è difficile, perché sei abituato a vivere con le schifezze che il tuo corpo richiede-Confessa “el campeon”- Sì, non mentirò, costa un po’. Ma con la volontà e il desiderio si viene fuori. Non ho avuto problemi con la famosa “ricaduta” in 10 o 15 anni. Fortunatamente non mi è successo; non ho mai voluto che succedesse. Nella mia città oggi sono molto rispettato e nessuno mi offre più quei veleni. Quando sei un bambino, è il problema…”.
Gustavo Ballas accusa infatti il mondo dello sport, soprattutto del pugilato, di non preoccuparsi se un ragazzo va a scuola o no, se studia o spreca il suo tempo e per questo non ha una propria palestra come tanti ex-colleghi. “Io avrei al massimo uno o due pugili, perché pretenderei per prima cosa il loro impegno sui libri– Sostiene amaramente- L’ignoranza apre la strada alle tragica fine di tanti atleti, una volta finita la carriera…”.
Da guerriero vero, non cerca alibi, non dà colpe a nessuno e se gli si chiede se gli hanno rubato i soldi manager o tecnici disonesti, alza le spalle affermando di essere l’unico colpevole di avere buttato tutto ciò che la boxe gli aveva dato, in cambio di alcol e droga.
Il lungo viaggio di Ballas è stato lungo, sofferto, pieno di scossoni, ma alla fine il famoso ascensore l’ha riportato lassù, se non in Paradiso almeno in quei paraggi…
Si è messo ad aiutare chi l’aveva aiutato e si autodefinisce uno psicologo da “strada”, perché leggendo, copiando, ascoltando e rivoltando in positivo ciò che aveva sofferto in prima persona, adesso spende il suo tempo per un’organizzazione dedita al recupero dei ragazzi finiti male. Ha persino trovato la forza, pochi mesi orsono, di completare gli studi che aveva abbandonato da ragazzo e di diplomarsi...

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(Ballas oggi, mostra orgoglioso il suo diploma scolastico)

“Non c’è gioia più grande di sentire una mamma che ti ringrazia di avere salvato suo figlio-Sottolinea con orgoglio “Mandrake”-E’ una soddisfazione che nemmeno la conquista del campionato del mondo mi ha dato. Oggi raddrizzo le barche altrui, ma ho raddrizzato per prima la mia. Anche economicamente. Quando sono tornato nella mia città di Villa Nueva, vicino a Villa Maria, sono stato costretto a vivere un paio d’anni dai miei suoceri perché non avevo più niente. Oggi ho di nuovo una mia casa, una mia auto e certamente non sono ricco, ma vivo bene”.
A chi gli chiede perché abbia scelto di offrire i suoi giorni all’esistenza del prossimo, risponde che ha sempre amato farlo, sin da quand’era bambino, e ora trova motivo di profonda gioia e appagamento nell’indagare cosa si cela dietro alla vita di ogni drogato, per poi cercare di risolverne i guasti.
Ricorda infine con commozione e tenerezza suo figlio Gustavo, che vive in Cile e  laggiù è stato contattato da una appassionato che fu grande tifoso del papà, il quale gli ha chiesto se poteva metterlo in contatto con lui…Gustavo Ballas nemmeno immaginava di avere qualcuno che lo ricordasse ancora, tanto lontano dal suo Paese. Ma la gioia più inattesa gli è arrivata una sera, mentre stava guardando la televisione con sua moglie. C’era un servizio su Mike Tyson, in quei giorni in Argentina. Un intervistatore domandò ad “Iron Man” quali pugili argentini ammirasse maggiormente e Tyson rispose: “Carlos Monzon e Gustavo Ballas”.  “Come faceva Mike a conoscermi e a ricordarsi di me? Il mio regno è stato effimero e pensavo che tutti parlassero ormai più dell’alcool e della droga che delle mie imprese sul ring…”
Scuote la testa tuttora incredulo, colui che fu un idolo del Luna Park eppoi un prigioniero dell’Inferno.
Ce l’ha fatta. Ha ritrovato l’ascensore e ha premuto il tasto giusto. Ora, da “psicologo di strada”, ogni giorno ascolta il suono del gong e riprende a combattere. Per gli altri…e senza guantoni alle mani.

https://gualtierobecchetti.wordpress.com/

 

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