Grazie a Nino amo la boxe
Avevo compiuto da poco 10 anni quella magica notte di Benvenuti-Griffith al Madison. La boxe non rientrava nei miei interessi di bambino sportivamente tutti concentrati sul calcio e forzatamente sul tennis dove mi mandavano i miei genitori. Mia sorella giocava i tornei giovanili ma stava smettendo per la scoliosi, io non ero bravo e poco interessato. Leggevo però i giornali, soprattutto la pagina sportiva ed ero stato incuriosito da questo italiano che si diceva fosse bello ma forse non abbastanza bravo per una impresa come era quella di battere Griffith a casa sua. Mi ero reso conto che quello che Benvenuti cercava di fare era qualcosa che solo al mitico Primo Carnera fosse riuscito, e l'America allora era più lontana di adesso, ci si andava ancora più spesso in nave che in aereo, ricordavo il varo della Michelangelo e della Raffaello, le mitiche navi che collegavano Genova a New York.
In casa mia la boxe non era considerato uno sport da mia madre, mia sorella neppure sapeva cosa fosse, mio padre, vecchio saggio, taceva e la guardava da finto distratto.. Però quella notte la televisione non l'avrebbe fatta vedere perché il governo aveva vietato la trasmissione via satellite. Mio padre disse semplicemente che avremmo saputo il risultato la mattina dopo e io me ne ero andato a letto come sempre dopo Carosello, come milioni di bambini italiani erano abituati a fare allora. Avevamo allora una piccola radiolina nera chiusa in una custodia di cuoio nero, mio padre la usava per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto e per immalinconirsi delle sorti del suo, e poi mio, Napoli. Quella radiolina di sera dopo cena non veniva mai usata, ma se per caso mio padre l'avesse cercata non l'avrebbe trovata al solito posto sul mobile del tinello.
Era già sotto il mio cuscino quella radiolina. Non so davvero come feci a svegliarmi all'ora giusta, non lo ricordo. Forse non avevo nemmeno dormito quando iniziò la radiocronaca di Paolo Valenti che mi trasportò davvero in un altro mondo. Fu entusiasmante, eccitante, tiravo pugni nel letto, immaginando quei colpi che partivano da una parte e dall'altra. Sicuramente non dormii un solo secondo dopo l'annuncio di quella incredibile vittoria: Benvenuti era il campione del mondo!
La mattina dovevo andare a scuola. In bagno mio padre si stava radendo la barba. Gli dissi : "Benvenuti ha vinto!" Mi chiese come facevo a saperlo ma non ricordo cosa gli risposi. A scuola lo raccontai ai compagni e da quel momento cercai di rubare le immagini di boxe ogni volta che fosse possibile. Mazzinghi, Atzori, Lopopolo, Arcari e i grandi d'America, naturalmente Alì. Ma per me la boxe era Benvenuti. L'urlo "Nino! Nino" del pubblico italiano mi faceva rabbrividire. Come tutti i tifosi non volli capire quando non ne aveva più. Ricordo quando perse il primo match con Monzon a Roma, lo vidi da solo perché mio padre, che aveva capito tutto, se ne era andato a dormire. Quando Nino perse prima del limite mi misi a piangere e lo raggiunsi in camera dei miei. Mi disse che la sconfitta prima o poi arriva anche per i grandi ma che perdere non era un disonore.
Era ed è vero. Ed è vero che grazie a Benvenuti, che ho avuto il piacere di incontrare alcune volte, che amo la boxe, lui mi ha trasmesso una malattia dalla quale non ho nessuna voglia di guarire. Oggi come ieri, come 50 anni fa, la febbre è ancora alta. Molto alta.



