
C’è quasi imbarazzo, pudore, nel ricordare un grande pugile che se n’è andato per sempre ieri, nella sua lontana Santa Rosa, al centro dell’Argentina, dove le pampas si estendono a perdita d’occhio. Si chiamava Miguel Angel Campanino e aveva 72 anni e da due anni lottava con una malattia che alla fine l’ha sopraffatto. Forse vale la pena “spolverare“ la memoria dei purtroppo pochi appassionati italiani che forse sanno chi sia.
“Zorro”, com’era chiamato dai suoi tantissimi ammiratori il welter “pampeano”, nel 1973 fu in italia per una tournèe di tre mesi nel corso della quale sostenne quattro match, vincendoli tutti per kot, contro lo statunitense Johnny White a Roma, poi contro il francese Vermandere (pugile di alta classifica europea) a Torino, quindi contro il quotato portoricano David Melendez di nuovo a Roma e infine contro il brasiliano Rodrigues a Milano. A quel punto se ne tornò a casa. Che ci stava a fare qua un insolente sudamericano che vinceva sempre prima del limite? Le tournée all'estero si prolungano, solitamente, quando si perde...
Purtroppo per lui, tanto fu amato in patria quanto trascurato oltre i confini. Era nato nel posto sbagliato. In quel Sudamerica dove puoi essere forte quanto vuoi, ma sei “fuori mano”, lontano dalle sedi dove le sorti della boxe mondiale vengono decise e da cui soltanto pochissimi campioni sono riusciti ad emergere, soprattutto in quegli anni.
Da dilettante “Zorro” sostenne 37 match, con 31 vittorie, 3 pareggi e altrettante sconfitte. Ma fu a torso nudo che divenne un beniamino di quella folla pur abituata ad un “boxeo” di altissimo livello, benché trascurato dalle alte sfere. 104 (sì, 104!) i combattimenti disputati, con ben 95 successi (34 per ko), 4 pareggi e appena 3 sconfitte in dodici anni di carriera (1966-1978). Un record fantastico!
Elegante, tecnico, fisicamente fortissimo, fantasioso, spettacolare e con carattere e personalità da vendere, sarebbe diventato campione del mondo ovunque. Invece, no. Ma non se ne lamentò mai. Il rispetto e l’ammirazione della sua gente gli avevano riempito a sufficienza il cuore. Anche dopo aver dato l’addio al ring, in breve tempo si fece strada come tecnico di boxe e impresario musicale. Basti pensare che Maradona, al culmine della gloria e della carriera, per mettersi in forma in vista dei Mondiali 1994 scelse la sua palestra, tra le tantissime, e si sottopose ad una preparazione atletica “da pugile” che ne esaltò le doti sul campo.
Fu anche eletto per alcuni anni miglior pugile argentino pound for pound, tra i pochissimi a poter vantare una difesa di qualità mirabile al pari dell’attacco.
Affrontò e batté i migliori grandi dell’epoca: Abel Cachazú, Mario Guilloti, Esteban Osuma , Horacio Saldaño, Everaldo Costa Azevedo, Ramon Mendez e tanti, tanti altri.
La chance iridata gli arrivò solo a fine carriera, in Messico, quando incappò in un tremendo destro di “Pipino” Cuevas al 2° round, che pose fine ai suoi sogni ormai quasi appassiti
Riposa in pace, grande campione.
Anche in Italia qualcuno non ti ha dimenticato.



