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Il ring é per tutti? Non é vero!...

PugileGuantoni

di Gualtiero Becchetti

Siamo alle solite. Incontri spesso squilibrati. Protagonisti inadeguati pur se ancora giovani oppure vecchi campioni incapaci di staccare la spina.
Intanto i giornali e le TV ne parlano, mentre qualcuno gioisce credendo che sia un ottimo segnale. Sicuri che non sarebbe una volta tanto più conveniente il silenzio, specialmente per il pugilato?
Nello sport il rischio è sempre in agguato. La natura offre prezioso benessere attraverso l’attività fisica, però richiede talvolta una contropartita ad altissimo prezzo. Gli incidenti incombono su chi pratica uno sport come le nubi nere che, nelle giornate estive, rovesciano improvvisi diluvi sulla terra. Ciò vale per i podisti, i nuotatori, i ciclisti, per tutti gli altri atleti "della domenica" e pure per i professionisti. Quando poi una disciplina è basata sul contatto fisico, ancora di più. La boxe per prima. Perché sul ring a "fare per davvero" non possono salirci tutti! Non si scala il Monte Bianco in scarpette da ginnastica né si scende negli abissi marini se si é mediocri nuotatori; non si pilota una Formula1 solo perché si ha la patente né si gioca una partita di rugby dopo anni di poltrona; non si vola in discesa dallo Stelvio in bici ai 100 all’ora quando si è abituati soltantp alle ciclabili della città né ci si tuffa dalle rocce di Acapulco avendo appena fatto salti “a bomba” nella piscina comunale…
E non si va sul ring per combattere, quando non si è (o non si è più) in grado di farlo.
Ci si può fare male, molto male.
E’ indispensabile avere l’integrità fisica non intaccata da una carriera troppo lunga e dura; una competenza tecnica che consenta non tanto di colpire quanto di non essere colpiti; una freddezza psicologica e un supporto all’angolo che permetta di capire ciò che sta accadendo, per di dire “basta” quando il limite tra la luce e buio sta per essere superato.
"Ma in fondo la boxe si fonda sul coraggio!-Si sente spesso dire-E se uno ne ha, perché proibirgli di combattere?".
Già! Ma il coraggio lo si pretende sempre dai pugili…E invece, quando l’orgoglio e il coraggio accecano l’atleta, ecco che dovrebbe intervenire l’ “altro” coraggio: quello di colui che gli deve impedire di combattere e, con le buone o le cattive, vieta al proprio atleta di giocarsi troppo…tutto.
E dirò di più. Se qualcuno preposto a tutelare il presente e il futuro del pugile-uomo fosse a sua volta talmente accecato dalla passione e dal “tifo-amore” da non rendersi conto di quanto potrebbe accadere, allora dovrebbe essere addirittura chi gestisce l’avversario a rifiutare la sfida, a dire che il match è squilibrato e persino pericoloso, ad avere la saldezza e la nobiltà d’animo di rinunciare ad una facile vittoria infarcita però con il rischio di provocare due vittime: soprattutto chi si è giocato l’integrità fisica, ma anche il rivale che ne è stato l’involontario strumento.
Esistono tanti modi di amare il pugilato.
Lo penso, l’ho scritto e lo ripeto.
Ciascuno può ritagliarsi un proprio ruolo, un proprio angolo dove estrinsecare la passione per il ring senza salirvi sopra per cimentarsi in combattimenti "veri". 
Lassù ci deve andare solo chi può farlo con serenità e sicurezza.
Lassù ci deve andare solo chi va a vincere o perdere con un pugile come lui e non colui che, senza saperlo, potrebbe trovarsi di fronte un avversario invisibile che talvolta chiede in cambio persino tutto.

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