
Lo-i, Lo-i, Lo-i.
E poi, I-ta-lia, I-ta-lia, I-ta-lia, I-ta-lia.
Sessantunomila e novecento spettatori paganti, 150 milioni di incasso. Più o meno 1,7 milioni di euro al cambio attuale. La folla è in delirio per l’idolo del nostro pugilato.
È l’1 settembre del 1960.
Sul ring di San Siro,si combatte per il mondiale superleggeri, Duilio Loi sfida Carlos Ortiz.
Ha perso la prima sfida a San Francisco con verdetto poco limpido. Una battaglia dura, andata avanti per tutte e quindici le riprese, chiusa da un verdetto di split decision: 148-146 e 145-143 per il detentore, 145-143 per lo sfidante.
Duilio ottiene la rivincita a Milano. E le rivincite lui non le sbaglia mai.
Il campione tra otto giorni compirà 24 anni, da cinque boxa da professionista.
Lo sfidante di anni ne ha 31 con tante battaglie alle spalle.
Parte male, il lavoro al corpo favorisce il portoricano, poi il nostro campione comincia a macinare quella boxe fatta di mille colpi e nessuna pausa.
Il riscatto inizia nel settimo round. Alla fine il verdetto è a maggioranza: 74-73 e 72-69 per Loi, 72-72 per il terzo giudice.
Duilio conquista il titolo negli stessi giorni dell’Olimpiade romana. L’obiettivo della Roll-Flex del mitico Liverani fissa il guantone destro del milanese che sposta la mascella del campione, trasformandone la faccia in una tragica maschera.
Lo proclama campione la voce chiara e e stupenda di Renato Proserpio, il principe dei ring announcer. Un’apoteosi. La Domenica del Corriere gli dedica la copertina, il settimanale Grand Hotel lo ingaggia come protagonista di un fotoromanzo.

Loi è artista e mago, raffinato stratega. Principe di tecnica e campione di furbizia, non solo di destrezza. Il più amato dagli italiani negli anni della rinascita e del boom economico. Impersona la nostra rivincita, simboleggia l’intelligenza del Paese, la capacità di andare al massimo e scalare la montagna sino ad arrivare in cima al mondo.
È il terzo italiano, dopo Primo Carnera e Mario D'Agata, a indossare la cintura.



