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Mouhamed Ali Ndaye non ha mai smesso di inseguire il suo sogno

 

di Sergio Arcobelli

Un nome, un destino: Mouhamed Ali. Gli antichi romani usavano il modo di dire nomenomen perché credevano davvero che il nome segnasse il destino di una persona, che fosse un presagio per la sua vita.Non è un caso se allora l’ex pugile italo-senegalese, omonimo di Muhammad Ali, dunque, abbia alla fine seguito le orme del Più Grande. Sin da piccolo ha indossato i guantoni perché quello, in fin dei conti, era il suo futuro. Non solo: come il grande Ali è impegnato a diventare un simbolo per il suo popolo, un uomo il cui fine è sempre stato quello di battersi per gli altri, per i deboli. L’ultima grande dimostrazione di generosità è avvenuta qualche mese fa, quando Mouhamed Ali Ndiaye è stato il promotore di un’iniziativa di solidarietà fra l’Italia e il Senegal: ossia la donazione, in pieno Covid, di un'ambulanza in favore dei connazionali. E’ stato questo l’ennesimo gesto di carità ed altruismo di questo 41enne ex pugile che, in questi anni, ha capito di avere una missione da compiere: quello di garantire un futuro migliore per le generazioni a venire, specie per chi come in Africa non ha i mezzi per farlo. 

Ali Ndiaye uno

Ma prima di diventare un campione di boxe e di solidarietà, Ali Ndaye ha affrontato un lungo e tortuoso cammino. Un percorso iniziato nel Senegal, dove da bambino ha iniziato a scagliare i pugni al sacco nel cortile di casa. Racconta:

“Sono un figlio d’arte. Mio padre era un pugile ed è stato campione del Senegal per cinque volte. Si chiama MoussaNdiaye. Era un fan di Muhammad Ali e quando sono nato ha voluto a tutti costi darmi il suo nome. Ho avuto il privilegio di essere battezzato dal grande Muhammad Ali, quando avevo solo 5 mesi e poi quando avevo quasi 10 anni. Quel giorno lo ricordo ancora: 14 gennaio 1989. Abbiamo parlato, lui in inglese ovviamente ma c’era anche un interprete. Era un giocherellone: prendeva un fazzoletto bianco e faceva dei giochi come un mago. Abbiamo mangiato assieme. Ho ancora le foto di quei due incontri insieme ad Ali, immagini che sono custodite come un tesoro dal valore inestimabile. E’ stato mio papà ad inculcarmi la nobile arte. E’ stato il mio primo maestro. Mi allenava nel cortile di casa: c’era un sacco attaccato a dei ferri. All’età di 5-6 anni avevo già iniziato a fare pugilato. Da lì è nata la mia storia.

Mi allenavo tutti i giorni con mio papà, a cui dirò sempre grazie per avermi tenuto lontano dalla strada. Fino ai 18 anni studiavo e combattevo, ma per seguire la mia passione dovevo prendere una scelta: sport o libri. Ho scelto così lo sport e tra il 1997 e il 1998 sono diventato a soli 18 anni il primo campione senegalese. Ho proseguito il mio percorso e vinto anche nel ’99 e 2000, l’anno dei Giochi di Sydney. Abbiamo fatto le qualificazioni per l’Africa, ma non è andata bene perché non eravamo ben preparati. Eravamo tre, abbiamo perso e siamo ritornati a casa. A quel punto, ho detto a miopapà: voglio diventare un campione come Muhammad Ali. Ma le possibilità nel mio paese non mi permettevano di farlo. Così sono andato in Francia. Per fortuna l’ambasciata francese mi ha dato il visto di un mese.

Mouhamed Ali Ndiaye, la vita in un libro

Quando stava per scadere il visto Schengen, sono finito qui, in Italia, da parenti e amici”. 

Siamo soltanto all’inizio della storia di Ali Ndaye. Prosegue il suo racconto: “All’inizio in Italia è stata dura. Ma dentro di me avevo questo sogno di diventare campione. Con tutte le difficoltà, volevo affrontare qualsiasi ostacolo, raggiungere gli obiettivi e poi diventare campione. Ed infatti, una volta scaduto il visto, sono diventato un clandestino, come tanti di noi che arrivano da altri Paesi. Dal 2000 fino al 2002, per sopravvivere e pagare l’affitto nella casa dove mi ospitavano, ho fatto il vu cumprà come tantissimi miei connazionali che vengono qui in cerca diuna vita migliore. Pur facendo il vu cumprà, però non ho mai sacrificato la palestra e non ho mai smesso di inseguire il mio sogno. A Brescia, dove c’era mio cugino che faceva anche lui pugilato in Senegal, senza documenti non potevo frequentare la palestra. Mi sono trasferito in Toscana da un altro cugino. Lì ho cominciato a vendere accendini, come venditore ambulante. Questo fino a quando nel 2002 hoconosciuto su un treno una ragazza siciliana di Sciacca, di nome Federica. Ci siamo sposati e dal 2004 sono cittadino italiano. Ho immediatamente cominciato a combattere per la pugilistica Galileo Galilei Mazzinghidi Pontedera e Pisa e sono stato convocato in Nazionale. Ho iniziato a vincere subito alcuni tornei”.

Poi, sul più bello, la sfortuna si abbatte su Ali Ndayea Santo Domingo, in raduno con la nazionale: distacco della retina. “Sono rientrato e mi sono operato: mi hanno vietato di frequentare la palestra per via di questo problema. Per fortuna l’operazione è andata benissimo. Mi ha operato il dottor Rizzo, allora primario dell’ospedale Santa Chiara di Pisa. Grazie a lui sono tornato sul ring. Ho vinto quattro incontri in una sola settimana. E il campionato italiano. Dopo 40 anni ho riportato un titolo di boxe nella città di Pontedera, la città di Sandro Mazzinghi che ho avuto modo di conoscere e che purtroppo è scomparso recentemente. Per me è stato un onore aggiungere un piccolo mattone e riportare in auge la boxe italiana a Pontedera, dopo 40 anni di assenza a livello nazionale”.

ALI CANCELLA due nDIAYE

Mouhamed Ali Ndiaye si è tolto delle belle soddisfazioni sul ring. Dopo essere passato professionista nella categoria dei supermedi nel 2005, tra i suoi successi più importanti si ricordano: il titolo di campione del mondo Youth IBF ; il titolo di campione italiano nel 2008 contro Roberto Cocco, proprio nella sua città, a Pontedera;ma, soprattutto, il titolo vacante dell’Unione Europea conquistato l’11 novembre 2011 al dodicesimo round contro Andrea Di Luisa. Un titolo poi difeso il 26 maggio 2012 contro lo spagnolo Jose Maria Guerrero. Nel 2015 l’ultimo incontro disputato da Ali Ndiaye, sconfitto dall’ex campione mondiale Giovanni De Carolis. “Ho capito che dovevo smettere, avevo l’ernia, poi c’era il problema della retina…Il mio dottore mi ha consigliato di ritirarmi. Ho pensato: c’è un’altra vita dopo lo sport. Metto gli occhiali e vado avanti”. Di quegli anni, resta un solo rammarico: non aver incontrato per la terza volta il suo padrino, Muhammad Ali. “Ho cercato di onorarlo in tutti modi. Se lo avessi incontrato di nuovo, probabilmente gli avrei detto questo: il bambino che avevi in braccio nel 1980 è diventato pugile, è diventato campione. Sono felice. Poi, forse, mi sarei messo a piangere”.

I riconoscimenti più importanti, però, li ha ottenuti fuori dal ring. Lui, Ndiaye, per il suo impegno nel sociale è stato nominato nel 2012 dal Senegal Ambasciatore di buona volontà per i disabili. In questi anni Ali Ndiaye ha portato a Touba, principale centro religioso del paese con 500mila abitanti, diverse ambulanze e mezzi dismessi della Pubblica Assistenza di Pisa, della Croce Rossa e dei vigili del fuoco, supportato dalla stessa Pa pisana, dal Comune di Pontedera e dall'associazione "Touba Ca Kanam”.

“Ho lavorato da volontario nella croce rossa e nei vigili del fuoco. Quando ancora combattevo raccoglievo dei soldi per comprare dei mezzi di trasporto per i disabili del quartiere dove sono nato a Pikine. Le 8-9 ambulanze sono arrivate tutte. Adesso stiamo cercando di portare altri mezzi di soccorso in Senegal. Non potete capire: ci sono mezzi di trasporto non a norma in Italia ma che in altre parti del mondo fanno la differenza e che possono salvare le persone, come nel mio paese dove il 46% delle persone vivono sotto la soglia di povertà. Sono impegnato a diventare un campione anche nel sociale. È una sfida che metto in campo. Per fare solidarietà e dare umanità. Ci provo. Quando ho la possibilità di farlo lo faccio. Non aspetto altro. Da immigrato ho capito che bisogna dare per avere, seminare per raccogliere, questa è la mia filosofia. Però da solo non posso fare tutto. Serve l’aiuto di tutti. Con l’aiuto della mia città Pontedera e l’aiuto dell’Italia, possiamo salvare tante persone, perché da solo nessuno ce la fa”.

ALI CANCELLA subito

È stata pubblicata una biografia sulla favola di Ali Ndiaye. Un’opera dal titolo “Mi chiamo Mouhamed Ali” (Casa editrice Piemme) scritta da Rita Coruzzi, una ragazza diversamente abile. Il libro è uscito l’anno scorso nel maggio del 2019. “Lo abbiamo presentato a Roma, lo abbiamo donato anche al Santo Padre”. C’è stato spazio anche per una comparsa in tv: Ali Ndiaye ha recitato in una miniserie televisiva dal titolo “Il bambino della domenica” in cui l’attore protagonista, Beppe Fiorello, interpretava proprio un pugile.

ALI TRE CANCELLA

Ma nella vita di Ndiaye non ci sono confini e limiti di…bontà e altruismo. Italia o Senegal poco importa, basta dare una mano a chi ne ha davvero bisogno. Nella “sua” città, dove vive insieme a sua moglie e ai suoi tre bimbi, sogna di aprire una palestra. “Con il comune di Pontedera stiamo progettando di aprire una palestra pe il pugilato e per l’attività fisica, in favore dei bambini delle scuole.C’è un progetto che vogliamo fare insieme alle istituzioni, una palestra grande, ben attrezzata. Voglio trasmettere la mia passione ai giovani, insegnando valori quali il sacrificio. Perchénon bisogna mai rinunciare e arrendersi, si può sempre imparare a fare qualcosa. Il pugilato, in fondo, insegna questi valori”.

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