Oggi, 17 Novembre 2020, ricorre il 53° anniversario del vacante campionato europeo dei pesi medi tra Carlo Duran e lo spagnolo Luis Folledo a Torino, con una folla bloccata all'esterno del palasport per l'esaurimento dei biglietti! Per incredibile coincidenza, esattamente trent'anni dopo, il 17 Novembra 1997 a Ferrara, diventava campione del mondo dei welter il figlio di Carlo, Alessandro Duran, sconfiggendo il sudafricano Peter Malinga. Chi non ha vissuto quegli anni nemmeno può immaginare cosa rappresentasse per l'opinione pubbica dell'epoca la disputa di un titolo continentale di pugilato, che era appena un gradino sotto quello del mondo (quando solo Wba e Wbc erano le sigle iridate esistenti). Se vorrete leggere il seguente brano, tratto dal mio libro "Duran!Duran!Duran!" (Ed. BradipoLibri Torino-2012), potrete farvene un'idea e chi invece già c'era...ricorderà meglio.
Gualtiero Becchetti
...Chi non abbondava mai in sorrisi e battute era il maestro Strozzi il quale, prendendo in pugno la situazione, riportò i presenti alla concretezza delle cose con poche ed essenziali parole: “Abbiamo tutte le possibilità di battere Folledo, ma non bisogna sbagliare e trascurare niente. Serve uno sparring buono che affianchi Macchia e Bossi, quando c’è, perché è sempre avanti e indietro da Milano; non mandate un “cacciavite” qualsiasi altrimenti lo rispedisco subito a casa”.
Andrea Ciaccio rassicurò il maestro: “Ne troviamo uno come si deve negli Stati Uniti e lo facciamo arrivare entro 15 giorni; non c’è nessun problema perché l’importante è vincere... Per quella sera non ci sono altre alternative”.
La riunione si concluse a tavola e la circostanza favorì il coinvolgimento anche di Massimiliano e Alessandro. Il primogenito, in verità, era un bambino buonissimo, riservato e capace di giocare per giornate intere da solo e senza disturbare nessuno; diverso il piccolo Alessandro che, a soli
due anni e mezzo, si faceva notare per la lacrima facile e il carattere assai meno tranquillo. “Il papà deve allenarsi, deve diventare fortissimo e quindi ha bisogno di stare tranquillo, di riposare e di dormire-Li catechizzò Strozzi, sforzandosi incredibilmente di assumere un tono ed un’espressione bonaria-Non fate confusione, non urlate, non fatelo arrabbiare perché poi è stanco e va a finire che perde...”. Con gli occhioni sgranati e vagamente intimoriti dallo sguardo e dalla voce di Nando, la cui personalità intimidiva anche gli adulti di scorza dura, i piccoli Duran ascoltarono le raccomandazioni accompagnandole con cenni d’assenso del capo, anche se forse Alessandro non si rendeva ancora ben conto chi fossero e cosa
volessero quegli estranei in casa sua.
A partire dal giorno dopo, Carlo prese ad allenarsi come un “dannato”, adottando orari e stili di vita degni di un eremita, tanto che Strozzi, il quale conosceva bene le esagerazioni del proprio atleta, cominciò a tenerlo strettamente sotto controllo per evitare pericoli di “surmenage”.
Nel frattempo giunse a Ferrara, accompagnato dal suo coach, il californiano John Smith, un pugile di quotazione internazionale che prese alloggio in un albergo del centro e garantì un elevato standard nelle riprese di sparring. Dopo una settimana, Carlo andò all’hotel per regolare la prima tranche delle spese e strabuzzò gli occhi quando verificò l’enorme consumo di arance: 5 chili al giorno...
”In California sono abituato così-Si giustificò Smith che in quel momento stava proprio pranzando-Vitamine, energie...”. Duran, mentre lo statunitense parlava, notò qualcosa di strano; sul suo piatto, la grande costata di manzo ai ferri aveva uno strano aspetto e perciò gli chiese ragguagli in merito e questi gli svelò il segreto: “Se vuoi ancora più energia, quando mangi la carne al sangue la ricopri di miele...It’s good!”. Pochi minuti e Carlo fece rientro a casa con un vasetto di miele e non appena Augusta gli servì la “fiorentina”, la spalmò accuratamente con un abbondante dose del dolce nettare e la divorò, sforzandosi di dimostrare che non era male. Per anni Duran conservò questa terrificante abitudine, sollevando le rimostranze di coloro che condividevano la mensa con lui e trovando non poche difficoltà nei ristoranti, quando ordinava l’inconsueto piatto agli attoniti camerieri.
E giunse finalmente l’ora della verità. Il clan del campione italiano si trasferì qualche giorno prima dell’evento a Torino, accompagnato da innumerevoli articoli sui giornali e lunghi servizi televisivi, dove sarebbe stato poi raggiunto, nella “funerea” data del 17 Novembre, da parecchi
tifosi ferraresi. Il clima era particolarmente rigido in quel periodo e la nebbia imperversava su tutta la Pianura Padana. Forse questa contingenza, forse l’enorme tensione di cui fu vittima immediatamente dopo le operazioni di peso che si svolgevano ancora alla mattina dell’incontro, probabilmente entrambe le cose insieme, giocarono un pessimo tiro a Carlo, che si trovò a letto in preda a brividi di ferro e diarrea. Cercando di celare il problema, Augusta, Strozzi, Sabbatini e Ciaccio fecero mille volte la spola tra la hall e la sua camera con l’angoscia se farlo combattere o annullare il match. “Combatto, combatto!-Urlò per l’ultima volta il pugile, sollevandosi sul letto per prepararsi alla partenza verso il palasport-Non me ne frega niente se sto bene o male... Aspetto da tutta la vita questo momento e neanche se muoio ci rinuncio”. Passò un quarto d’ora e alcuni amici e parenti che l’attendevano ai piedi delle scale, quando lo videro rimasero senza parole: pallidissimo, con goccioline di sudore che gli la fronte e quasi malfermo sulle gambe, sembrava pronto più per un ricovero all’ospedale che non per salire sul ring. La partenza dall’albergo nei pressi della stazione di Porta Nuova e il viaggio in auto per raggiungere il Palazzo dello Sport furono segnati da un prolungato e inquietante silenzio, diverso da tutti i silenzi che caratterizzavano solitamente l’imminente ascesa al ring di Duran; era un silenzio cupo, pesante, impastato di paura e scoramento.
“Ma che cos’é successo?-Esclamò ad un certo punto l’autista-Che ci fa tutta ‘sta gente in mezzo alla strada?...”. Carlo, Augusta, Strozzi e Macchia protesero istintivamente il viso verso i rispettivi finestrini e si resero conto che non era successo nulla di allarmante, se non che una folla enorme si stava accalcando attorno ai botteghini per acquistare il biglietto... Mancava ancora parecchio tempo all’inizio della riunione eppure lo spettacolo era incredibile! Duran, che già aveva tanti motivi per essere agitato, divenne di colorito ancora più verdognolo nel constatare quale enorme responsabilità si portava sulle spalle; in quell’indimenticabile notte, 1500 persone non riuscirono a prendere posto sugli
spalti e venne stabilito un record di pubblico tuttora imbattuto per una manifestazione di pugilato a Torino.
L’attesa del main-event fu carica di adrenalina e gli incontri di contorno, con le vittorie di Eduardo Corletti su Copeland, di Biscotti su Tavarez, di Macchia su Bisotti e Oggiano su De Pace, furono guardati con ben scarsa attenzione.
Finalmente, mentre ai microfoni radiofonici della Rai già era in collegamento con tutta Italia Paolo Valenti, il più famoso radiocronista dell’epoca, lo stesso che avevo narrato a quasi venti milioni di italiani, in piena notte, la mitica vittoria di Benvenuti contro Griffith al Madison Square Garden, preceduti dalle rispettive bandiere fecero il loro ingresso tra le dodici corde Carlo Duran e Luis Folledo. Fiero, sicuro di sé, a testa alta lo spagnolo, con indosso un atipico ed elegante accappatoio bianco lungo sino a metà coscia e pantaloncini del medesimo colore; a testa bassa, con completo bianco e nero, l’italiano. Per entrambi, candidi guantoni. Agli inni, Folledo sollevò il viso al cielo e accanto a lui una leggenda della boxe, il medio cubano Kid Tunero, fuoriclasse degli anni 30/40 stabilitosi in Spagna e ora suo allenatore; quando risuonò l’inno di Mameli, Carlo Duran esplose in un pianto dirotto e se tale incontenibile manifestazione emotiva fece accrescere ulteriormente il caldissimo sostegno dei “freddi” torinesi, provocò invece brividi aggiuntivi ai parenti, amici e tifosi arrivati da Ferrara. Al suono del gong, però, si ebbe quasi la sensazione, per chi conosceva i retroscena delle ultime ore, che gli abbondanti lacrimoni avessero contribuito a sciogliere il “magone” che Carlo si portava dentro. I primi round furono equilibratissimi, perché al lungo jab di Duran s’opponeva un identico lungo jab di Folledo; alle sue schivate e agli spostamenti sul tronco corrispondevano similari azioni dell’iberico; al suo rapido gioco di gambe faceva da contraltare un altrettanto elegante e rapido gioco di gambe dell’avversario. Strozzi, all’angolo, era una statua di sale, apparentemente freddo e distaccato come se stesse assistendo ad un incontro tra novizi; negli intervalli parlava pochissimo, secondo il suo stile, ma a partire dalla quinta ripresa cominciò ad incalzare Carlo:
“Mettigli il montante destro; mi ascolti o no?”. “Ho paura di farmi incrociare dal gancio sinistro... È ancora veloce e fa male...”, ribatteva regolarmente Duran. “Mettigli il montante destro o vuoi fare di testa tua? Mi dai retta?...”. Alla nona ripresa il combattimento era ancora incerto, anche se
Folledo sembrava avere scoperto ormai tutte le carte che aveva a disposizione e Carlo, accompagnato dal boato della gente ogni volta che allungava un braccio, pareva avere ormai dimenticato del tutto le angosce e stava passando in testa, guadagnando terreno un centimetro alla volta. Tra il decimo e l’undicesimo round Nando Strozzi salì la scaletta con occhi di fuoco e dopo aver tolto il paradenti al suo pugile, guardandolo come se lo volesse sbranare, gli disse: “Se non gli porti il montante destro giuro che vado via... Ma non vedi che ormai hai l’uomo in mano? Cosa stiamo a fare ancora qui? I giochini?...”.
Stavolta Carlo non osò neanche aprire bocca e al suono del gong prese il centro del ring, come accadeva ormai da qualche ripresa; con una serie di jab fece arretrare Folledo contro le corde e iniziò una serie alla quale Luis s’oppose piegandosi in un tentativo di schivata e proprio in quel momento Duran lanciò il sospiratissimo montante destro che lo colse alla punta del mento, facendolo cadere pesantemente prima sull’ultima corda e quindi al tappeto. Barcollando, con cuore ed esperienza Folledo riuscì ad arrivare al gong, mentre il Palazzo dello Sport era diventato una bolgia. Strozzi, mise una mano sulla spalla di Carlo e gli sussurrò con sconcertante naturalezza una sola frase: “Adesso lo metti ko...”. Punto. Parole che non ammettevano replica.
L’italo-argentino, infatti, partì a spron battuto e in pochi attimi fu palese che il pugile di Kid Tunero non aveva recuperato i postumi del kd, non opponendo alcuna difesa ai suoi colpi, tanto che l’arbitro si frappose quasi subito allargando le braccia in segno di sospensione. Un secondo dopo
Nando Strozzi era già sul quadrato e lo festeggiò a modo suo: “Era ora... Ci voleva tanto a “mettere” quel montante?”...
Carlo Duran era campione d’Europa.



