Chi la boxe la ama deve reagire per non essere complice
Mi auguro abbiate letto gli articoli pubblicati ieri di Eric Armit sulla WBA e della Redazione su Triller, in aggiunta a quello di qualche giorno fa di Gualtiero Becchetti sul rientro, che siano esibizioni o meno, delle vecchie glorie.
Articoli importanti che sono stati scritti, senza essersi accordati, per un comune sentire: la boxe sta rischiando di subire dei colpi che potrebbero portarla all'estinzione o a un futuro molto simile a quello farsesco del wrestling dove tutto è truccato a beneficio del gran numero di gonzi che popolano il nostro pianeta. E di questa situazione sono responsabili in tanti, troppi.

Come possa pretendere la boxe di avere ancora credibilità nel marasma in cui è precipitata rimane un mistero. Negli Stati Uniti la sua popolarità è precipitata, mezzo secolo e passa fa era lo sport più popolare assieme al baseball, adesso si è persa nelle retrovie. Inutile lamentarsi che manchino i grandi personaggi di un tempo perché questo è vero solo in parte. Manca la credibilità! Qualsiasi sport serio, il calcio, il football americano, il basket, hanno una squadra campione del mondo, una del campionato nazionale, una della coppa del proprio continente. Tutti sanno cosa ha vinto, che so, il Barcellona calcio, chi fosse il suo allenatore, chi vi giocasse. Nella boxe no, ci sono 4 sigle mondiali ognuna con 4 o 5 campioni del mondo, una che sgomita per farsi largo e altre 15-20 sparse per il pianeta. E' impossibile pretendere che un appassionato qualsiasi si riconosca in un campione di un mondo così frammentato. Credete che il calcio avrebbe lo stesso seguito se campione del mondo non fosse la Francia ma nello stesso tempo la Germania, l'Ungheria, il Brasile e il Giappone? Vi illudete. E la WBA messa nel mirino da Armit non è certo l'unica responsabile anche se forse la più scandalosamente comica. Quelli che ogni tanto dicono che il WBC è la sigla più seria non sanno di cosa stiano parlando. Il WBC è stata la prima sigla ad assegnare un titolo "mondiale" dei massimi a tavolino quando regalò il titolo a Ken Norton senza nemmeno farlo combattere. L'ultima sua invenzione, il campione in franchise è una delle più disgustose ingiustizie che caratterizzano il pugilato. Il fondatore della IBF è stato condannato perché si provò che riceveva danaro per fare le classifiche e quella sigla non si è più realmente distinta in senso positivo, la WBO ha creato persino un proprio campionato europeo quando esiste un organismo continentale che è l'EBU. Adesso ci prova la IBO di cui noi avremmo un campione "mondiale" nel bravo Michael Magnesi. Quanti ci credono? Quanti fuori dal ristretto giro dei malati di boxe hardcore sa chi è Magnesi? Crede davvero Magnesi di essere campione del "mondo" o partecipa anch'egli a una grande recita da "venghino signori venghino" di circense memoria?. Abbiamo la più completa stima di questo pugile, gli abbiamo dato un nostro riconoscimento annuale, ma prima di definirsi qualcosa che non è ancora perché non chiede di incontrare Oscar Valdez o Germonta Davis o Jamel Herring? Nino Benvenuti è diventato campione del mondo dei medi battendo Emile Griffith e non un pincopalla trovato in qualche parte del mondo.
Ma lo vogliamo dire che il re è, come si dice, nudo? Che lo sanno tutti perché queste sigle esistono, che impongono pagamenti per le loro ridicole cinture, che aggiustano le classifiche, nominano sfidanti, inventano titoli fantasiosi perché sono solo delle imprese che cercano profitto? Non è vero che gli appassionati seguono il pugilato perché c'è un titolo in palio, con questa balla si fanno fessi solo quelli della RAI per poi perderli come quando 20 anni fa si accorsero che gli si rifilavano spettacoli indecorosi come sta ricapitando adesso.
Aveva ragione Rino Tommasi quando diceva che lo scandalo non è che ci siano tanti titoli mondiali ma che ce ne sia più di uno! E difatti negli ultimi anni della sua attività si era allontanato dal pugilato. L'impressione è che però è che si sia giunti al limite della sopportazione, da più parti si avverte che così avanti non si va. Sono passati più di 30 anni da quando Roberto Fazi cominciò a chiamare i match di quelle sigle "titoli di sigla". Così dovrebbero fare tutti, e se non possiamo pretendere che così facciano organizzatori e manager (che mi ricordano tanto i cavalli dei vetturini romani che mangiano nel saccone della biada in Piazza di Spagna), dobbiamo farlo noi che scriviamo di boxe, dovrebbero farlo i giornalisti delle televisioni a cominciare da DAZN, dovrebbero farlo gli stessi pugili.
E la salvezza della boxe non può passare attraverso le buffonate di Triller in cui un bullo che si fa chiamare influencer pretende di essere un pugile portandosi dietro milioni di cosiddetti followers, tutti incompetenti pronti a passare ad altro sport non appena compaia un altro pifferaio di Hameln. Nemmeno attaverso il patetico rientro di panciuti ex pugili cinquantenni. Abbiamo avuto la sfortuna di ascoltare la telecronaca della riunione in cui il bullo di cui sopra era diventato il protagonista. In quella riunione c'era un match in apparenza serio, cioè Prograis-Redkach. Ebbene quella telecronaca era solo una sequela di risate, stupidaggini una dietro l'altra, nessun commento non dico tecnico ma almeno di cronaca di quello che avveniva sul ring. Ha un bel dire Triller che De La Hoya non fosse ubriaco, l'hanno visto e sentito tutti, Matt Christie ne ha fatto il protagonista di un editoriale su Boxing News definendolo un uomo che ha bisogno di aiuto. Ha bevuto solo un paio di drink? Problema tipico di chi è un alcolista non reggere più un bicchiere.
Ma al di là di queste miserie la verità è una sola. La salvezza della boxe può venire solo con una rivoluzione dal basso, come del resto succede con la maggioranza delle rivoluzioni. E spetta ai soggetti che indicavo prima farla. Forza ragazzi, il re è nudo. Non lasciate e non lasciamo che qualcuno lo rivesta.



