
6 Gennaio 1967. Ripropongo un brano del mio libro "Duran! Duran! Duran!" (BradipoLibri Ed- Torino) in cui, chi ne ha voglia, potrà leggersi quanto accadde prima e durante quel lontano "oggi" di cinquantacinque anni fa. E' divertente, serve a ricordare il grande Carlo Duran e il guerriero riminese Luciano Lugli, entrambi purtroppo non più tra noi, ma soprattutto cos'era il pugilato italiano d'allora, cosa valeva una cintura tricolore e come la gente attendeva gli eventi...Leggetelo, se ne avete voglia e tempo. Fa capire tante cose. E se mi scriverete un vostro parere, ve ne sarò grato.
Gualtiero Becchetti
"...Confortato nella scelta dal tacito assenso di Nando Strozzi, la “proposta indecente” venne archiviata in un battibaleno dal duo Sabbatini-Ciaccio che, nel giro di pochi giorni prospettarono al loro pugile di difendere il tricolore a Rimini, il 6 Gennaio, contro l’idolo di casa Luciano Lugli. La borsa era davvero stratosferica, sei milioni (quando uno stipendio mensile medio s’aggirava sulle 80.000 lire!), anche se nel vecchio Palazzo della Fiera c’era da attendersi un’atmosfera davvero incandescente. Lugli era un generoso combattente con le mani abbastanza “pesanti” ma troppo esposto ai
colpi per un’impostazione tecnica carente in difesa, spettacolare e amatissimo dai propri concittadini, affascinati dal cuore con cui si batteva sul ring. Per una di quelle strane alchimie che nello sport si creano talvolta tra atleta e tifosi, richiamava più pubblico di quanto avrebbero quasi sempre fatto i ben più celebri fratelli Stecca. Quando i giornali riportarono la notizia dell’imminente sfida, a Rimini si creò un’attesa che oggi è difficile persino immaginare... Ma nessuno poteva prevedere che l’atmosfera sarebbe diventata poi rovente, come accadde.
Già da tempo Carlo non perdeva occasione per chiedere con insistenza a Nino Benvenuti la rivincita del match di tre anni prima, ma il triestino aveva ormai nel mirino Emile Griffith e ribatteva che con lui la partita era già stata giocata ed archiviata con la sua sconfitta; la rivalità cresceva di settimana in settimana e ad allenare Nino era l’imolese Libero Golinelli, il più romagnolo di tutti i romagnoli, con il tipico sangue bollente e il carattere “fumino” accentuato da una lunga e avventurosa permanenza in Brasile. Luciano Lugli s’affidò proprio a lui per prepararsi alla sfida con Carlo e fu come provare a spegnere un incendio usando estintori caricati a benzina.
Qualche giorno prima del combattimento fu indetta la rituale conferenza stampa in un hotel di Rimini, alla presenza di un grandissimo numero di giornalisti e sotto i riflettori della Rai. I pugili e i rispettivi entourage s’erano appena seduti in semicerchio su divani e poltrone che Carlo, temperamento argentino non poi tanto dissimile da quello romagnolo, rivolgendosi direttamente a Golinelli, gli chiese provocatoriamente: “Allora, è pronto ad incontrarmi il tuo campione?”. “Certo che è pronto e te ne accorgerai il giorno della Befana”, rispose il tecnico, non avendo capito che Duran si riferiva a Benvenuti e non a Lugli. Carlo, lanciando uno sguardo quasi noncurante al suo sfidante, allora esclamò: “Lascia stare lui, poverino, che non c’entra niente... Sto parlando di Nino!”. A quel punto, Golinelli esplose e senza alcun indugio si lanciò contro Carlo gridando: “Come ti permetti di dirgli “poverino? Te la faccio vedere io...”.
Per quanto seduto, Duran mise in azione la sua ben nota tecnica difensiva ed evitando l’attacco di Libero, lo colpì con una manata d’incontro sul petto che lo fece ricadere all’indietro, gambe per aria, sulla poltrona da cui era partito, mentre intorno scoppiava il caos. Nei giorni seguenti e con i quotidiani sportivi che trattavano l’evento a caratteri cubitali in prima pagina, si diffuse ovunque la voce che Carlo Duran e Golinelli erano venuti alle mani, s’erano ricoperti d’insulti e che l’italoargentino aveva detto di andare a Rimini per prendersi la calza della Befana, sotto forma di una cifra dai tanti zeri offertagli per una “passeggiata”. In effetti, sarebbe stato impossibile allora immaginare che da lì a non molto tempo dopo tra Duran e Golinelli sarebbe nata una collaborazione e un’amicizia foriera di importanti vittorie, tanto che entrambi avrebbero molto spesso riso di quella vicenda riminese che li aveva messi l’uno contro l’altro e non solo a parole...
Parecchia gente era arrivata il giorno faridico da Ferrara per un derby emiliano-romagnolo divenuto esageratamente “cattivo”, considerando l’apparente disparità delle forze in campo. C’era una folla inimmaginabile in quel gelido pomeriggio del 6 gennaio 1967 e sin dall’ingresso si comprese che non era la giornata adatta per tifare Duran.
Mentre scendevano i primi fiocchi di neve e i più accesi supporter riminesi prendevano di mira tutti coloro che non riconoscevano come loro concittadini, persino Augusta e i suoi familiari ebbero problemi ad entrare nel PalaFiera, nonostante esibissero il regolare biglietto. “Non c’è più posto, non entra più nessuno-Gridavano le maschere ai tanti che s’accalcavano alle porte-La sicurezza non lo permette... Fatevi rimborsare i biglietti!”. “Ma io sono la moglie di Duran”, insistette Augusta ed è doveroso sottolineare che, pur fatta oggetto di occhiate fulminanti, nessuno pronunciò alcuna frase irriguardosa nei suoi confronti, contrariamente a quanto accadeva per molti altri. La questione fu risolta da un carabiniere di servizio il quale si rese conto dell’impiccio e la fece entrare insieme al piccolo drappello dei parenti. All’interno faceva un freddo tremendo e qualche goccia d’acqua gelida cadeva qua e là dal soffitto, in un’atmosfera che molto, ma molto di rado è data da vedere attorno a un ring italiano.
Carlo, un’ora prima, era stato accolto da insulti, fischi e dal lancio di qualche mandarino e palla di carta, protetto dalle forze dell’ordine e alla porta del proprio spogliatoio aveva trovato il cartello con scritto “Cassius Clay”, che ironicamente i romagnoli avevano apposto per sottolineare la sua presunta irriverenza e spavalderia. “Grazie dei complimento-Disse Carlo all’addetto che l’aveva accompagnato e lo fissava per coglierne le reazioni-Troppo gentili... Davvero! Non ne sono degno...”.
Quando salirono sul ring Lugli e Duran, sembrava stesse per iniziare la sfida tra Ettore e Achille; i riminesi, parecchi addirittura in piedi sulle sedie, scandirono un “Ciano-Ciano” a Luciano Lugli che somigliava ad un tuono, mentre per accogliere Carlo ricorsero ai più coloriti e velenosi epiteti offensivi di cui il pittoresco e stupendo dialetto locale è ricco. Al suono del gong, Lugli attaccò subito e le volte del locale tremarono, ma fu l’unico momento, perché dopo una manciata di secondi Duran iniziò un vero e proprio tiro al bersaglio con l’evidente intento d’impedire che il pubblico si galvanizzasse troppo. Le riprese cominciarono a dipanarsi l’una dopo all’altra all’insegna di una supremazia schiacciante di Carlo che Lugli cercava di contrastare unicamente con il proprio coraggio. Troppo poco per il detentore del titolo.
Ad un certo punto, il beniamino di casa cadde al tappeto e prima che l’arbitro intervenisse, Carlo l’aiutò a rialzarsi, facendo scendere un improvviso silenzio sugli spalti; ancora qualche minuto e la cosa si ripetè e stavolta Lugli, nonostante il secondo intervento di Duran per rimetterlo in verticale, fece davvero fatica a ritrovare l’equilibrio delle gambe. Visto che ormai il match stava assumendo connotati pericolosi, l’arbitro allargò le braccia in segno di sospensione; era la nona ripresa.
I tifosi, dopo un momento di comprensibile e tacita delusione, salutarono Duran con un lungo applauso, dimostrando di avere ben compreso come egli avesse tentato di salvaguardare il loro beniamino e, da buoni romagnoli, per loro la questione era definitivamente chiusa; salvo che per il fratello dell’indomito Lugli il quale, cedendo ad un momento di incontrollata frustrazione, salì sul ring e aggredì l’arbitro il quale, è proprio il caso di dire “alla Duran”, con un passo laterale l’evitò, facendolo ruzzolare sotto l’ultima corda del ring.
All’uscita, una coltre di neve alta come non la si vedeva da decenni accolse gli spettatori e per i ferraresi divenne un’epica avventura tornare a casa ma, con una bella vittoria in tasca, tutto passò nel libro degli indimenticabili aneddoti sportivi della città di cui, ancora oggi, i meno giovani che la vissero amano rivisitare tutti i particolari...".



