Le scoperte della scienza e il parere di medici e pugili sui danni del pugilato
Tris Dixon non è uno di quelli che sforna un libro dietro l'altro tipo catena di montaggio, ma quando scrive fa centro. Il quarantenne ex direttore di Boxing News aveva esordito con The Road to Nowhere che per me è il più bel libro di boxe che abbia mai letto in lingua inglese. Quel libro racconta il viaggio negli Stati Uniti di Dixon, allora modesto pugile dilettante, alla ricerca di vecchi campioni di cui si erano perse le tracce. Un viaggio percorso con i mezzi più economici possibile per visitare gli idoli di un tempo, la maggior parte dei quali ridotti in cattive condizioni. Da non molto è uscito il suo ultimo, bellissimo, e per certi versi scomodo, libro: "Damage" The untold story of brain trauma in boxing", cioè "Danno, La storia non detta dei traumi al cervello nella boxe"
Dixon ha interpellato negli Stati Uniti famosi neurologi, neurochirurghi, patologi, che si sono dedicati alla ricerca per il football americano, la boxe e anche il calcio per capire come mai tantissimi, troppi pugili, finiscono la loro vita non solo mediamente in anticipo ma soprattutto con malattie neurologiche che finora venivano diagnosticate come sindrome di Parkinson o di Alzheimer o la terribile SLA, ossia scerosi laterale amiotrofica, che uccise Ezzar Charles. Messe da parte definizioni mortificanti e un po' offensive come "punch drunk" (ubriaco di pugni) e pugilistica dementia, Dixon riconduce, con l'aiuto di questi scienziati, il tutto a una definizione più appropriata quale "encefalopatia cronica traumatica" ora riconosciuta in campo medico. E' stato esaminando il cervello di Paul Pender (campione del mondo dei pesi medi a inizio anni 60) che si è giunti alla conclusione che nel suo cervello, come in quello di altri atleti, pugili e non, vi si trovava una grande quantità di una proteina chiamata Tau mentre non si trovavano altri elementi atti a suffragare le diagnosi precedenti delle sopracitate sindromi. Il caso più celebre rimane quello di Muhammad Ali probabilmente affetto dall'encefalopatia cronica traumatica laddove il probabilmente è d'obbligo perché la famiglia di "The Greatest" si è rifiutata di far esaminare il cervello del loro defunto congiunto. Il problema allo stato attuale è che la proteina Tau non è rilevabile se non post mortem, se fosse possibile misurarne l'accumulo in vita si potrebbero fermare i pugili interessati prima che diventi troppo tardi.
Dixon alterna le opinioni dei medici con la visita a pugili in difficoltà ascoltando cosa pensano laddove possano ancora connettere. E' impressionante rendersi conto di come quasi tutti i pugili che hanno fatto grande la categoria dei pesi massimi negli anni 60-70 siano deceduti ancora giovani e con le proprie capacità di comunicare e muoversi gravemente danneggiate. Solo George Foreman, Earnie Shavers e Chuck Wepner ne sono usciti bene ma mentre i primi due sostengono ciò sia avvenuto perché non hanno mai usato alcool e droghe allenandosi sempre, il terzo invece sostiene di non essersi mai negato nulla il che lascia pensare anche a predisposizioni genetiche.
Tutti gli intervistati, medici e pugili o loro famigliari, hanno concordemente indicato che i danni sul lungo percorso derivino soprattutto dalle eccessive sedute di sparring in palestra mentre i neurologi sostengono che prima dei 14-15 anni nessun ragazzo dovrebbe essere mai colpito alla testa perché l'encefalo non ha completato la sua formazione e si rischiano danni gravissimi. Se pensiamo che in alcuni Paesi il professionismo inizia a 15 anni...
Particolarmente toccante la vicenda dei fratelli Denny e Phil Moyer. Denny è stato campione del mondo dei pesi superwelter ad inizio anni 60, sfidante mondiale di Carlos Monzon fra i medi, avversario di Nino Benvenuti. Phil è stato un buon peso medio nello stesso periodo. Entrambi sono finiti in ancor giovane età in un ospizio dove si sorreggevano a vicenda con un caschetto in testa per proteggerli dalle cadute e accuditi da un padre di 95 anni!
Sia chiaro, Dixon è un appassionato di boxe come chi scrive questo articolo ma perché la boxe del XXI secolo diventi più sicura è necessario investire nella ricerca, istruire gli addetti ai lavori. Tanto è migliorato rispetto, per esempio, agli anni 60, ma sono ancora troppi quelli che, magari per interesse personale, girano la testa dall'altra parte. Il libro di Dixon ha molto successo, è un vero atto d'amore per la boxe e i suoi protagonisti, molti dei quali ripetono che rifarebbero comunque tutto. Leggetelo, è un libro duro, scomodo, commovente, purtroppo non tradotto, ma pieno di incontestabili verità alle quali sarebbe davvero delittuoso non prestare ascolto.



