
di Dario Torromeo
Questa è la storia di una ragazza coraggiosa.
Finita nel tunnel buio della depressione, si è impegnata in una drammatica lotta per uscirne.
Il demone è sempre lì, ma adesso sa come tenerlo a bada. Non è un nemico da abbattere, ma un compagno di viaggio con cui dovrà imparare a convivere.
Mi chiamo Jessica Galizia, ho dodici anni.
Non sono una bambina, non lo sono mai stata.
Sono nata a Verona, in una famiglia difficile. Un padre assente, una madre impegnata in troppi ruoli, mille lavori, senza avere la forza per affrontare la battaglia.
Sono sola, non ho nessuno a cui chiedere aiuto.
Ho diciotto anni, sono inquieta.
Nero è il colore della mia vita, ce l’ho con il
mondo intero.
Sono ribelle, aggressiva.
Un amico dice seguimi, imparerai a controllare la rabbia che ti porti dentro.
Entro nella palestra di Alessandro Bovo, a Verona.
La boxe mi conquista subito.
Divento pugile. Mi piace pensare che sul ring troverò un po’ di serenità.
La rabbia sembra scomparire, finalmente un po’ di pace. Ma è solo l’ennesima illusione di una vita che mi ha tirato mille pugni sulla faccia. Fanno male.
Vado avanti. Non riesco a sentirmi libera. I demoni riempiono le mie notti.
Anche sul ring la serenità è presto sparita.
Combatto a 75 chili, nei pesi medi. Ci sono poche donne in questa categoria. Mi ritrovo ad affrontare quasi sempre le stesse rivali. Dieci volte Andrea Hilary Gomiero, quattro Chiara Salerno. Ho bisogno di fare esperienza, ho bisogno di crescere.
Ho 23 anni.
Mi sposto a Ferrara, nella palestra di Alessandro Duran.
Arrivo in Nazionale. Mi sento piena di orgoglio, indosso la maglia azzurra, mi batto per il mio Paese.
Non va. È l’ennesima conferma, è il mio destino. Sono una perdente.
Lascio cinque match su sei alle avversarie.
Mi sconfigge l’azera Aynur,
la francese Davina,
l’indiana Rani,
l’altra indiana Kachari,
la bielorussa Kebikova.
Tutti mi vedono salire sul ring, in realtà lassù c’è solo un fantasma con la mia faccia. Né la mia mente, nè il mio corpo sono tra quelle sedici corde.
Cammino nel deserto della solitudine. Ho un crollo psicologico.
Il dolore mentale è meno forte di quello fisico, ma è più difficile da sopportare. Non provo emozioni, mi sembra che nulla abbia importanza. Il macigno che un tempo pesava sulle mie spalle, è diventato grande come una montagna. Mi tengo tutto dentro. Anche nelle giornate piene di sole, cammino nel buio della notte. Entrare in palestra mi dà fastidio. Non so cosa sia la gioia, non ho il piacere di una risata, non riesco neppure a sognare. Nessun desiderio da esaudire.
La depressione è una cappa nera che mi isola dal mondo.
Ho 25 anni.
Smetto.
Me ne vado in Svizzera. Lontano da casa. Così, penso, sarò più libera di decidere cosa fare della mia vita.
Per due anni non infilo i guantoni. Non ce la faccio. Mi fa fatica il solo pensarci.
Da una parte c’è tutto il male che ho sofferto, dall’altra la paura di scoprire cosa io possa trovare al di là del sipario. Il terrore si impossessa di me ogni volta che penso di ricominciare a lottare.
Alla fine mi convinco. Vado da una psicoterapeuta.
Ho sempre cercato un riferimento esterno, quando mancava mi sentivo male. Con il tempo ho capito che la sicurezza devo cercarla dentro di me.
Ho finalmente imparato a chiedere aiuto.
Comincio a non avere più paura di parlare del mio male. Mi sfogo, cerco di liberarmi del peso che porto sulle spalle, dell’imbarazzo per i giudizi degli altri, delle rinunce per il timore di deludere qualcuno, dell’incertezza che mi impedisce di fare un passo avanti.
Lentamente scopro come affrontare il demone. È sempre lì, ma adesso so come tenerlo a bada. Non è un nemico da abbattere, ma un compagno di viaggio con cui dovrò imparare a convivere.
Ho 27 anni, voglio ricominciare.
Faccio la migrante al contrario. Da Verona, mi trasferisco a Napoli.
È proprio la città che fa per me. Parlo, parlo, parlo. Parlo tanto, finalmente.
Il sole, i colori del mare, il cibo, la gente. Mi piace tutto di questo posto. Non mi fanno mai sentire sola.
Mi affido al migliore.
Patrizio Oliva mi aspetta nella palestra Milleculure, al Rione Traiano. Mi regala l’attenzione che ogni allievo merita, porta alla luce le motivazioni giuste.
Lanciamo la sfida.
Vogliamo andare all’Olimpiade di Parigi 2024.
Sono pronta.
Sogno la seconda occasione.
8 ottobre 2023, la data della rinascita.
Al PalaVesuvio di Napoli, ho la risposta ai miei dubbi.
Affronto Oliwia Toborek, la polacca che lo scorso anno ha vinto l’oro agli Europei e l’argento ai Mondiali.
La batto chiaramente.
Il maestro è felice.
“L’hai superata con classe, tecnica, determinazione. Hai accettato gli scambi a viso aperto, hai portato diretti perfetti e potenti. Avevi davanti un’avversaria titolata. L’hai superata. Hai sempre avuto un grande potenziale, non riuscivi ad esprimerlo. Il destino ha voluto farci incontrare per costruire qualcosa di bello. Dobbiamo scalare la montagna, ce la faremo”.
Dice anche che mi muovo con eleganza, ho tecnica e senso tattico. Pugno pesante e leggerezza nelle gambe. Devo solo acquisire una maggiore sicurezza.
Quando suona il gong lui scende e io non posso permettermi il lusso di sentirmi la donna più sola del mondo. Devo sradicare le mie radici, affondano in un terreno avvelenato dallo sconforto. È un dramma che mi accompagna fin da bambina.
Il maestro, forse per allentare la tensione e darmi una spinta in più, mi dice che i campioni non sono solo quelli che vincono. Dice che hanno pieno diritto di sentirsi tali anche quelli che ci provano.
Adesso lo so, ne sono pienamente convinta.
Posso diventare una protagonista, il sogno non rimarrà tale.
Il pugilato è la mia salvezza. Ho preso a pugni la depressione, ho vinto una battaglia, sono consapevole che non potrò mai concedermi il lusso di abbassare la guardia. Le ferite della mente non si vedono, ma sono assai più insidiose delle cicatrici sul corpo.
Vado avanti. Le qualificazioni olimpiche, di marzo 2024 a Busto Arsizio, saranno la prova decisiva. O dentro o fuori. Devo salire su quel ring, se voglio guadagnarmi il diritto di sfidare il mondo.
La mia rivale per un posto in squadra si chiama Melissa Gemini. È brava, ha coraggio, sa soffrire, boxa con grinta dalla corta distanza.
Credo di avere una possibilità.
Stavolta potrò giocarmela senza pesi sulla schiena.
Leggera nell’animo, pesante nei pugni.









