Tutto quello che la gente non sa o non vuole sapere
Prima di addentrarci in quello che ormai risulta chiarissimo sui due incontri fra Alì e Liston è necessaria una premessa: tutto quello che troverete scritto, che possa sorprendervi o meno, non riguarda il valore di Muhammad Ali, né come pugile né come persona. Sono tra l’altro convinto che Ali fosse all’oscuro di tutto fino a secondo incontro concluso. C’è invece motivo di credere che da quel momento in poi abbia perfettamente capito, altrimenti sarebbe stato uno stupido e non lo era, come fossero andate le cose. Prova ne è l’istintivo gesto con cui a Lewiston invitò Liston, che gli si era sdraiato davanti per un buffetto, a riprendere a combattere, gesto immortalato nella più celebre fotografia della storia della boxe. Non lo ha però mai ammesso: alla pelle, amici, ci teneva anche lui. Ma veniamo al dunque.
Al Braverman è stato l’uomo che assieme a Don Elbaum ha coinvolto Don King nella boxe. King lo ha ripagato nominandolo, praticamente a vita, direttore della Don King Productions. Peso massimo che ha disputato solo tre incontri da professionista vincendoli tutti nel 1941, Braverman ha fatto poi molta carriera come allenatore e manager. Affiliato a Cosa Nostra, Braverman ha avuto fra i suoi pugili anche Frank De Paula, il mediomassimo che la stessa mafia ha ucciso per uno sgarbo personale. Charles Farrell, l’autore del libro cui si fa cenno nel primo articolo pubblicato lunedì 12 febbraio, a sua volta collegato alla mafia, pianista e manager di pugili con l’abitudine di “aggiustare” incontri, era amico di Braverman e da lui ha conosciuto retroscena e verità sui due match fra Alì e Liston. Lasciamo quindi a lui la parola.
“ Al mi disse che Frankie Carbo aveva bisogno di qualcuno che stesse vicino a Liston per tenerlo in riga per i due match truccati con Ali. Al Braverman fu quello scelto per questo lavoro. Se guardate i filmati di Liston che si avvia verso la rivincita di Lewiston vedrete Al inquadrato mentre dirige l’interazione fra Liston e la stampa. Al era d’accordo con me che Liston fosse il più grande peso massimo mai vissuto, una dichiarazione importante da parte di un peso massimo cresciuto durante l’era di Joe Louis. Aveva una grande opinione anche di Ali ma era sicuro che Liston lo avrebbe gestito se i loro match fossero stati regolari. Asseriva ciò che io avevo sempre sospettato: Sonny Liston si era “tuffato” in entrambi i match con Ali.
Anche se è ampiamente accettato che il secondo Muhammad Ali-Sonny Liston fosse un match truccato molta gente pensa che il loro primo fosse genuino. Non lo era. Il primo trucco, quello che importava davvero, ebbe luogo a Miami. Lewiston fu solo come spazzare via i pezzettini di paglia rimasti in giro e andare a casa. Il primo incontro ha dato a Frankie Carbo e ai suoi compari il grande colpo mentre risolveva nello stesso tempo il problema di cosa farne di Sonny Liston. Ed è stato il primo incontro che ha posato il primo mattone per le fondamenta dell’agiografia di Ali.
Frankie Carbo e Chris Dundee erano vera gente di boxe., capaci e dediti a mettere in scena match interessanti. Organizzando riunioni settimanali al Miami Auditorium, Dundee non poteva permettersi di deludere gli spettatori. Ma Carbo e Dundee avevano una lunga e prosperosa storia di incontri truccati insieme, inclusi quelli con grandi di ogni tempo come Willie Pep, Ike Williams, Kid Gavilan e Harold Johnson.
Fino a circa 50 anni fa gli incontri truccati avevano poca somiglianza con le goffe pantomime che vediamo oggi. I veterani potevamo “portare avanti” gli avversari, spesso impegnandosi in serie di match convenienti, scambiandosi vittorie in città alternate, di uno o dell’altro, costruendosi il pubblico per una “bella” in una arena più grande.
Ali era la sede giusta per il primo Ali-Liston. Tutti facevano soldi a Miami così non ci sarebbe stata molta supervisione da parte di una Commissione. Nell’affare entrò Angelo Dundee che era salito nei ranghi dopo un lungo apprendistato con Al Silvani e Withey Bimstein. Dundee aveva lavorato all’angolo di molti pugili controllati dalla mafia e poteva essere considerato una assicurazione come allenatore di Ali.
Perché sacrificare il più prestigioso titolo dello sport? Il campione del mondo dei pesi massimi, in un era dove ce ne era uno solo, non era conosciuto da uomini, donne e bambini e non guadagnava borse enormi per le sue difese del titolo? No. Non se si trattava di Sonny Liston che era entrato nel mercato del titolo già “morto”. Aveva avuto troppo successo nel suo assalto al titolo, decimando ogni significativo sfidante nella categoria. Si credeva ampiamente che nessuno avesse una possibilità contro di lui. Per peggiorare le cose alla gente Sonny non piaceva. Mantenere il titolo per un decennio non avrebbe nell’insieme generato i soldi che gettare il match con Ali generava in 25 minuti senza tasse da pagare sulle vincite. Nella truffa di Miami chi sapeva come scommettere sul non testato novizio incassò su base 8 a 1. Soldi liberi, ma non senza una strategia, per massimizzare gli incassi dovevano essere stabilite in anticipo delle condizioni. Liston non doveva solo perdere, doveva perdere in maniera abbastanza ambigua da permettere che la realistica aspettativa del pubblico fosse che la prossima volta avrebbe vinto lui.
(Continua)



