
Questa è la storia di Johann Trollmann, pugile, martire dello sport, eroe dimenticato, attivo nella Germania degli anni Trenta e Quaranta. Un peso medio, amato dalle donne e odiato dal nazismo perché sinti. Nei suoi anni migliori i giornali lo sminuivano chiamandolo lo zingaro. I detrattori ridevano nel vederlo combattere, perché lui oscillava sulle punte e schivava i colpi come se stesse ballando sl ritmo del jazz.
Era stato il suo allenatore a convincerlo a muoversi in quel modo. Johann faceva fatica a tenere i colpi, serviva una strategia per schivarne il più possibile. Muoversi veloce tra le corde, volteggiare portando il jab, non dare un bersaglio fisso. Tutto questo in anni in cui i pugili se ne stavano piantati al centro del quadrato a portare pugni rabbiosi per sfuggire alla fame. Unica raccomandazione, tenere su le mani.
Trollmann, no. Lui saliva sul ring con un sorriso beffardo stampato sul volto e iniziava a danzare in scioltezza, schivava con eleganzam faceva partire diretti e ganci da angolazioni che gli avversari non pensavano neanche potessero esistere.
Dopo Johann, in tanti avrebbero combattuto in quel modo. Aveva segnato un punto di svolta. Il suo stile sarebbe stato adottato in molte le scuole di pugilato.
Trollmann ballava e vinceva, anche tredici incontri in un solo anno, scalava la classifica e sognava di battersi per il titolo di campione tedesco dei pesi medi.
Intanto il mondo cambiava. Nel 1933 il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori saliva al potere, varava le leggi razziali di Norimberga e decideva che gli ebrei non potevano più fare la boxe, praticare sport agonistici. La politica persecutoria, nelle fasi iniziali del nazismo, aveva ancora un minimo di tolleranza verso il popolo romanì. Il 9 giugno del 1933 veniva finalmente data a Trollmann, che aveva 26 anni, l’occasione di battersi per un titolo. Quello dei mediomassimi. Saliva sul ring regalando sette chili al suo avversario, il campione in carica Adolf Witt.
Johan si batteva bene, schivava con eleganza, il pubblico applaudiva. In platea c’era anche Georg Radamm, il presidente dell’associazione pugili tedeschi. Non riusciva a sopportare l’idea di vedere Witt, messo in difficoltà da uno zingaro, rimanere indietro sui cartellini. Ordinava così ai giudici di emettere un verdetto di no decision. Per paura di una violenta contestazione da parte del pubblico, Trollmann veniva dichiarato vincitore. La vittoria era solo un’illusione servita per calmare gli animi. Pochi giorni dopo, infatti, era revocata. Trollman veniva punito per la sua pessima boxe. E questo era solo l’inizio.
Poco più di un mese dopo, il 21 luglio 1933, a Trollman veniva imposto di combattere contro Gustav Eder. Secondo i piani del potere doveva essere sconfitto in pubblico in maniera inequivocabile, doveva essere uno smacco talmente clamoroso da far dimenticare il titolo conquistato il 9 giugno. Gli accordi erano chiari. Se non voleva rischiare di perdere la licenza, Trollmann doveva rimanere piantato al centro del ring e combattere come facevano tutti i pugili del tempo. Gli era stato anche vietato di saltare qua e là come uno zingaro per evitare i colpi. Decideva di rispettare l’accordo, ma non resistiva alla voglia di lanciare un ultimo sberleffo in faccia ai nazisti. Saliva sul ring con i capelli tinti di biondo e il viso ricoperto di farina. Incarnava, provocatoriamente, il perfetto uomo ariano promosso dal regime. Durante l’incontro rimaneva immobile a farsi massacrare da Eder. L’orgoglio e il coraggio lo tenevano in piedi per cinque riprese, poi crollava al tappeto. Da quel ko non so sarebbe più ripreso. La carriera di pugile era finita quel giorno. Negli anni successivi diventava un fenomeno da baraccone.
Per guadagnarsi da vivere si batteva in giro per la Germania, tra Hannover e Berlino. Nelle fiere di paese, nei luna park.
Nel 1935 le persecuzioni razziali si allargavano anche contro i non ebrei, mirando a tutte le minoranze, compresi i rom e i sinti. Vivere, per Trollman, diventava come camminare sul bordo di un abisso. Nel 1938 era deportato nel campo di lavori forzati di Hannover-Ahlem dove rimaneva per qualche mese. L’anno successivo, nel novembre del 1939, veniva arruolato nella Wehrmacht. Era spostato in Polonia, poi in Belgio e infine in Francia. Nel 1942 veniva emesso un decreto. Rom e i sinti erano esclusi dalla Wehrmacht per motivi razziali. A giugno dello stesso anno Trollmann era arrestato e destinato ad Hannover, nella centrale degli zingari nella Hardenberg-Str. A ottobre lo spostavano ad Amburgo, nel campo di concentramento di Neuengamme. Perdeva la forza, calava visibilmente di peso.
Albert Lütkemeyer, soldato ed ex arbitro di boxe, in spregio alla persona e al pugile che Trollman era stato, ogni sera, quando era ormai consumato dalla stanchezza per il lavoro giornaliero, lo obbligava a combattere contro uomini delle SS.
Johann cercava di cavarsela. Con l’aiuto del comitato illegale dei detenuti, assumeva l’identità di un prigioniero morto e riusciva a farsi spostare al sottocampo di concentramento di Wittenberge. Ma anche qui veniva riconosciuto. Lo costringevano a combattere contro Emil Cornelius, un kapò. Trollmann, nonostante fosse ormai il fantasma di sé stesso, vinceva. Cornelius si vendicava, uccidendolo a tradimento durante un turno di lavoro.
Trollmann veniva sepolto e dimenticato per decenni. Dopo numerose pressioni pubbliche, nel 2003, arrivava, finalmente, la sua riabilitazione umana e sportiva.
Stefano Martufi
(Cofondatore di Marp Edizioni e autore del docufilm Oltre il ring, 2009. Menzione d’onore al Festival Internazionale del cinema sportivo di Milano).



