Due articoli, tante riflessioni. Il New York Times racconta, attraverso un match a Kabul, l'immagine positiva della boxe. Roveri su BRW descrive le contraddizioni italiane. Sbagliano in tanti, ma gli unici che pagano sono i pugili…
Negli ultimi giorni, la lettura di due articoli mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti del pugilato di oggi. La prima storia l’ha raccontata (mercoledì) Matthew Rosenberg sulle pagine del New York Times, l’altra Maurizio Roveri su Boxeringweb.
Lo so, stiamo parlando del giornale più popolare del mondo e del nostro piccolo sito. Ma è lo spessore delle storie che mi interessa, non certo il mezzo con cui sono state divulgate.
Rosenberg ha descritto l’intercontinentale dei medi Wbo. Sarebbe stato un match come tanti, se non si fosse svolto a Kabul, Afghanistan. Per la prima volta un incontro professionistico in quel Paese. Hamid Rahimi (tedesco di origini afghane, nelle due foto) ha sconfitto il tanzaniano Said Mbelwa. C’erano tremila persone sotto il tendone che ha ospitato il combattimento, altre decine di migliaia l’hanno visto in tv. E’ stato un evento di grande importanza per quella nazione, basta guardare i filmati dei giorni che hanno preceduto la sfida per rendersene conto. Discorsi pubblici, incontri con i potenti del luogo, coinvolgimento di una folla sempre più grande. Per una sera il popolo è riuscito a non pensare alle atrocità della guerra, alle sofferenze di una realtà difficile da gestire. Per poche ore si sono sentiti liberi da qualsiasi ingerenza politica o militare. La gente afghana è tornata a vivere un clima di normalità. Poi, il match è finito e la vita di tutti i giorni è ricominciata. La paura è tornata di nuovo a comandare.
Gli organizzatori amano etichettare le riunioni più importanti. In passato abbiamo sentito Rumble in the Jungle, Thrilla in Manila e altre pregevolezze del genere. Quella di Kabul era “Fight 4 Peace”. Così, semplicemente. E allora ho pensato che mi trovavo davanti a una situazione paradossale. La boxe, che è sempre stata proposta dalla maggioranza dei media come qualcosa di violento, di primitivo, qualcosa da abolire piuttosto che da capire, per una notte era diventata un simbolo di pace. Aveva regalato uno spazio di serenità a chi di serenità non ne trova mai nelle ore che scorrono minacciose, sempre con i nervi tesi a caccia del minimo segnale che scuota una situazione di pericolo e la trasformi in minaccia mortale. Il pugilato, due uomini che su un ring si sfidano e si picchiano ma nel rispetto delle regole, aveva assunto un ruolo da mediatore. Tra la crudeltà di una guerra infinita e il piacere di una serata di sport.
Tutto qui. Non mi sembra poco.
Il racconto fatto da un giornalista bravo e preparato come Maurizio Roveri, mi ha invece portato dentro una realtà infinitamente meno tragica, ma sicuramente drammatica. La descrizione di Simone Rotolo che esce dallo stanzino medico nella notte bolognese, bende abbondanti a coprire uno spacco profondo al sopracciglio e sguardo triste, è da grande scrittore. Ma la storia di cui parla Maurizio appartiene alla vita, non alle pagine di un romanzo. Rotolo aveva appena battuto Lorenzo Cosseddu nel tricolore dei medi. Era il vincitore, ma aveva un brutto spacco al sopracciglio e le mani che trasmettevano un dolore continuo al cervello. In tasca, la borsa. Quattromila euro (Loreni smentisce, Roveri conferma e ha ogni parola di Rotolo catturata dal registratore). Troppo poco per continuare a soffrire. E’ per questo che Simone confessava al giornalista di volerla chiudere lì. Il pugilato era uno sport che ormai poteva offrirgli solo dei rischi.
So di pugili che per un titolo italiano hanno preso ancora meno, mi dicono addirittura di qualcuno che ne sia uscito con mille euro. E allora mi chiedo: ha un senso continuare? Quasi nessuno dei 190 professionisti italiani vive di boxe. Per tirare avanti devono fare un altro lavoro. In pratica il professionismo non esiste più. E quando l’Aiba riuscirà nel suo intento di eliminare anche il dilettantismo, il cerchio si chiuderà.
Da noi, come in tante altre parti del mondo, mancano i soldi. Le televisioni non offrono compensi adeguati, le cifre sono insignificanti. Gli sponsor, come in ogni altro settore dell’economia italiana, latitano. I comuni devono risolvere mille altri problemi prima di pensare a finanziare una riunione di pugilato. Rimane l’incasso al botteghino. Poca cosa per tenere su una riunione. Anche perché si fatica a capire quale possa essere la giusta via per pubblicizzare un evento.
Prendiamo la riunione di Padova, quella con l’europeo superpiuma e il mondiale della Galassi. Il giorno dei match, trentacinque righe sulla Gazzetta e venticinque sul Corriere dello Sport. Poi, basta. I giornali nazionali non avevano neppure una breve. E quando sono andato a vedere la difesa di Bundu con Moscatiello a Brescia, ho scoperto che il quotidiano locale apriva la pagina di sport con le bocce. La boxe era confinata solo di spalla.
Sono pochi i giornali che ancora seguono i campionati con un inviato, mi è parso di capire che ci si sia ridotti a Gazzetta e Boxeringweb. Sono lontani i tempi in cui gli editori investivano in uomini e denaro sulla boxe, consci della dimensione del fenomeno e dei gusti del pubblico a cui facevano riferimento. E a quei pochi inviati rimasti, gli organizzatori complicano la vita anziché agevolarla. La boxe è l’unico sport che non ha capito in che epoca viviamo. A bordo ring non ci sono quasi mai prese elettriche per i computer, all’interno dei locali non esiste connessione wireless.
La boxe è sempre più ghettizzata. In Italia è diventata una disciplina per pochi adepti. Si parla all’interno di un gruppo, sempre più piccolo, e lo si scambia per il mondo intero.
Il fatto che una rivista gloriosa come “Boxe Ring” sia scomparsa dalle edicole e abbia visto ridurre a piccoli numeri la sua reale diffusione (non tengo volutamente conto delle copie inviate alle società o ai Comitati Regionali) sarà pure un segnale da tenere in considerazione.
Nell’allestimento delle riunioni manca la volontà di dare spettacolarità all’evento. Si vola bassi. Si mette su il match principale e il lavoro finisce lì. Non c’è promozione, non si prova a costruire uno spettacolo attorno all’incontro clou. Al massimo si manda qualche messaggio attraverso una mailing list datata nel tempo. E si completa il programma con una serie di match così scontati che un qualsiasi bookmaker non accetterebbe scommesse.
Per creare interesse, uno sport ha bisogno di storie, personaggi, campioni. Ma anche di continuità e di certezze date da un calendario, composto da eventi più o meno importanti ma sempre credibii, che non conosca modifiche in corso d’opera.
Tutto attorno a noi c’è un universo di sport dotati di un calendario e di un discreto numero di personaggi. Parlo ad esempio del nuoto, della pallavolo, della scherma, del tennis femminile, del basket, della Formula 1, del motomondiale. La boxe continua invece a fare passi indietro. Uno ad uno sono usciti di scena i giornalisti specializzati. Si sono tutti dedicati ad altro. E i nuovi colleghi non hanno neppure voglia di provarci, giudicando il pugilato come una disciplina vecchia, senza futuro, morta.
E poi, dalla stampa sportiva si pretende complicità, non senso critico. Alla prima annotazione negativa, nasce lo scontro.
Mancano i soldi. Gli organizzatori si muovono tra mille difficoltà, ma stanno meglio dei pugili. Gli atleti sono quelli che soffrono più di tutti questa situazione. Le fatiche, i sacrifici, i rischi sono rimasti gli stessi. Ma le borse si sono ridotte alla miseria.
Servirebbero persone in grado di gestire globalmente l’intero prodotto. Ci sarebbe la Federazione, ma in viale Tiziano (è un discorso vecchio, dura ormai da dodici anni) questo settore non interessa. Meglio quello che io chiamo da sempre “il dilettantismo di Stato”. Meglio scalare l'Aiba che impelagarsi nel caotico mondo del professionismo. C’è la Lega, dirà qualcuno. Vero. E sinceramente non mi sembra abbia agito male finora, anche se ha fatto poco per garantire un adeguato sviluppo promozionale del pugilato. Ma è veramente difficile mettere assieme i pochi organizzatori rimasti. Ognuno di loro è convinto di potercela fare da solo. Ognuno di loro agisce come singola entità. Faticano a capire che solo muovendosi come gruppo, condividendo ogni singola componente del mestiere, riusciranno a sopravvivere. E’ questo metterli assieme, a mio avviso, il compito più difficile della Lega.
Rosenberg mi ha restituito un po’ di ottimismo. Mi ha ricordato come nel mondo della boxe ci sia ancora gente che sa come muoversi in questo universo così complicato. Sa cosa significhi creare un evento e offrire un’immagine totalmente positiva del pugilato.
Roveri mi ha riportato sulla Terra. La realtà italiana è quella che lui ha descritto, piena di contraddizioni. Il pugilato sta morendo e nessuno vuole guardare in faccia la verità.



