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Bordo Ring

E’ ora di fare un passo indietro

Gianluca-BrancoPiù dignità ai titoli italiani, l’europeo come obiettivo primario, evitare avventure mondiali sconsiderate. Le Tv imparino a giudicare i match dal valore dei pugili, non dall’etichetta…

 

Una dichiarazione di Gianluca Branco (“Questa cintura la regalo al sindaco di Civitavecchia”) dopo la conquista del titolo dell'Unione Europea dei welter, ha scatenato interessanti discussioni tra gli appassionati. Per quanto mi riguarda, non mi sono piaciuti il tono e le parole usate. Ma nella sostanza, come non dare ragione a Branco (nella foto)? Il problema esiste da anni, ma ormai è diventato una vera piaga.

Il pugilato è infestato dalla sigle mondiali, mi limito in questa analisi alle quattro riconosciute in Italia.

C’era un tempo in cui esisteva solo il Wbc (nato nel 1963), poi è arrivata la Wba (1968), a seguire Ibf (1984) e Wbo (1988).

C’era un tempo in cui esistevano solo tre categorie di peso (era il 1865: leggeri, medi e massimi), poi nel 1921 sono diventate otto (si sono aggiunte mosca, piuma, superpiuma, welter, mediomassimi), da qualche tempo (l'inizio della fine è datato 1987) si sono moltiplicate fino a raggiungere la folle cifra di 17 con l’ultima nata (pesi paglia). Sembra che il prossimo anno se ne possa aggiungere una diciottesima, quella dei supermassimi.

Ma non ci si accontenta. Ci sono sigle che hanno più detentori della cintura assoluta. E così troviamo cosiddetti campioni del mondo, super campioni del mondo, campioni Diamond, campioni Silver, campioni a Interim. Poi si comincia a scendere e si distribuiscono titoli continentali di sigla, internazionali, giovani, intercontinentali, giovani internazionali, giovani intercontinentali, giovani silver. Curioso che per il titolo del Mediterraneo abbiano combattuto anche pugili ucraini, ungheresi e bulgari. Il mare deve avere sconfinato per arrivare sino a quei posti che a memoria d’uomo non sono mai stati bagnati da quelle acque. A meno che non si considerino il Mar Nero e il Mar d’Azov come “sottotitoli” del Mediterraneo. Con l’Ungheria si raggiunge il record assoluto, non avendo quel Paese sbocchi sul mare. Ma ormai nel pugilato non ci si meraviglia più di niente.

Anche la vecchia Europa ha ceduto. E dopo i titoli europei, sono arrivati (nel 2002) quelli dell’Unione Europea, cinture la cui denominazione facilita l’aumento della confusione (Ebu-Eu).

In attesa del campionato di via Cristoforo Colombo (Roma), riservato solo agli abitanti delle palazzine che abbiano un numero civico pari e vivano in un appartamento dal terzo piano in su, mi soffermo sui titoli già esistenti.

Perché ce ne sono così tanti? La risposta è semplice: perché ci guadagnano in tanti. Prima di tutto (e soprattutto) gli enti mondiali. Le tasse sul titolo, sui pugili, il costo della cintura, il pagamento di giudici/arbitro/supervisor. Sono bei soldini. Sembra che i campionati nell'area più vicina al mondiale, valgano da soli cinque milioni di dollari l’anno.

Gli organizzatori sono stati caricati da una valanga di costi, a partire dall'offerta d'asta per cui devono pagare dai 5.000 ai 10.000 dollari a fondo perduto. I match per il titolo pretendono (a seconda dell’ente che sanziona la sfida) da 3.500 a 5.000 dollari per la cintura, 3.000 dollari per le assicurazioni mediche, il pagamento di arbitri e giudici. E questo è un capitolo a parte. Per gli ufficiali di gara la tassa cresce con il crescere delle borse, si va da un minimo di 1.600 dollari a un massimo di 8.150 per gli arbitri, da 1.300 a 5.150 per ciascuno dei tre giudici. Il supervisor prende da un minimo di mille dollari in su. Le spese (viaggi, in business se il volo è intercontinentale, vitto e alloggio a carico del promoter) si assommano a quelle di pugili e medici (un calcolo per un match medio è attorno ai cinquemila euro, in Italia). Gli Enti mondiali pretendono poi il 3% sul  movimento lordo dei guadagni del campione per quel combattimento e una tassa che va dai cinque ai 25.000 dollari per il titolo in questione.

Ma anche le cinture minori producono ottimi introiti alle sigle che governano la boxe. Prendiamo un Intercontinentale: 2.000 dollari affinchè il match sia sancito dall’ente in questione; 500 al supervisor, 900 dai due pugili, 600 all’arbitro, 1.500 ai tre giudici, 900 per la cintura. Spesa media attorno ai 5.500 dollari a match.

Insomma un fiume di soldi che scorre dalle tasche di promoter e pugili per finire in quelle degli Enti mondiali.

Gli organizzatori sono obbligati a pagare, se vogliono lavorare. Qualcuno ricorda, tanto per restare in Italia, una riunione trasmessa in televisione negli ultimi due anni senza che ci fosse un titolo in palio? E se la tv non trasmette, gli sponsor (che sono già pochi) si allontanano. I comuni, che chiedono una maggiore visibilità in cambio di un contributo, non accetterebbero neppure il dialogo se non ci fossero le telecamere a mandare in onda il nome della città o le parole del primo cittadino.

Gira e rigira, scaricando dall’alto in giù, si arriva al punto che quando è il momento di pagare il pugile di soldi in cassa ce ne sono davvero pochi. Così qualcuno paga, ma solo ai più bravi, il giusto nei termini fissati. Qualche altro paga il giusto, ma con lunghe e snervanti dilazioni. E qualche altro limita al minimo, quasi sempre con una cifra che ritengo offensiva, le borse di chi sul ring soffre e tiene in piedi lo spettacolo.

Ecco, ho cercato si spiegare perché da otto titoli mondiali siamo arrivati a 68 titoli di sigla, perdendo credibilità e immagine.

Una soluzione, forse, ci sarebbe.

     1. Restituire ancora maggiore dignità alle sfide per il titolo italiano. Rotolo-Signani, Kolaj-D’Agata, Rotolo-Cosseddu, tanto per restare agli ultimi tempi, sono stati incontri spettacolari, avvincenti.

     2. Considerare come traguardo primario, di importanza assoluta, la conquista della corona europea (Boschiero-Fegatilli, Boschiero-De Vitis, Bundu-Petrucci hanno confermato di valere, sul piano dell’interesse, quanto alcuni titoli mondiali).

     3. Cercare poche e mirate sfide ai titoli di sigla. Puntarci solo quando c’è un guadagno sicuro: economico o sportivo. Solo quando il valore dell’atleta sia tale da giustificare il tentativo o la borsa sia così consistente da far prendere in considerazione il rischio. Lasciare da parte le avventure senza sbocco.

rossiPer quanto riguarda titoli e titoletti, il sogno è che siano messi da parte. I match valgono a prescindere dal piccolo titolo che offrono. Pensate che Dieli-Takoucht o Gianluca Branco-Bienias sarebbero stati meno belli se non ci fosse stata in palio la cintura dell'Unione Europea? Credete che l’interesse per il match di sabato a Roma tra Rossitto (nella foto) e Bacurin sarebbe stato diverso se non avesse avuto addosso un’etichetta? No, ma… Vero, quasi sicuramente le televisioni non li avrebbero trasmessi. E avrebbero sbagliato.

Da anni si ripete la stessa cosa. Il match bello lo fanno i pugili. O gli organizzatori capaci di trovare due sfidanti che abbiano caratteristiche tali da rendere piacevole lo spettacolo. Non certo l’etichetta che si appiccica sopra l’incontro. Ma questo sembra essere un discorso difficile da capire, soprattutto da parte delle tv. Forse perché al loro interno non hanno più dirigenti in grado di valutare un match, senza dovere credere al buio alla validità dello stesso. Sembra che riescano a fidarsi solo quando accanto ai nomi dei contendenti trovano quello di una sigla…

Sperare di tornare al passato è un’utopia e come tale è inutile inseguirla. Non viviamo nella stessa situazione socio economica dei tempi d’oro, altri sport sono arrivati a rubare popolarità al pugilato, gli interessi dei giovani hanno trovato sbocchi diversi, nuove discipline da combattimento hanno tolto possibili adepti. Dunque, inutile sognare. Ma si può continuare a tenere sopra il livello di guardia la boxe seguendo un percorso semplice e difficile allo stesso tempo. Bisogna restituirle credibilità. E questo possono farlo organizzatori e pugili, non certo le etichette dei titoli intercontinentali, internazionali, del Mediterraneo e via dicendo. Io non ne posso proprio più. E non credo che si trovi in giro qualche vero appassionato che si metta davanti alla tv o paghi il biglietto di una riunione solo perché c'è un simil titolo in palio.

Per andare avanti, bisogna dunque fare un passo indietro.

Sembra facile. Talmente facile che credo sia quasi impossibile.

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