Staccate le macchine che lo tenevano artificialmente in vita. Aveva vinto il titolo in tre differenti categorie di peso. Aveva battuto Limon, Rosario, Mancini, Boza Edwards, Duran e Leonard. Era stato sconfitto da droga e alcool…
La vita di Hector Macho Camacho è finita alle 7:50 di un pomeriggio d’autunno, il 20 novembre 2012. E’ finita su una strada di Bayamon, un sobborgo di San Juan de Portorico, dove era nato il 24 maggio del 1962. Il report medico fisserà la morte nella mattina americana di sabato 24 novembre, quando la famiglia ha deciso di staccare le macchine che consentivano al suo cuore di continuare a battere. Il 22 mattina i dottori avevano già decreato la sua fine cerebrale. “L’esame mostra una linea piatta, senza evidenziare alcun tipo di attività”, aveva ammesso Ernesto Torres, il direttore del Rio Piedras Medical Center dove il pugile era stato ricoverato.
Due uomini a bordo di un SUV si erano affiancati alla macchina in cui, sul sedile del passeggero, aveva preso posto il portoricano e avevano aperto il fuoco. Un proiettile aveva colpito Camacho alla mascella sinistra, aveva rotto la carotide, danneggiato tre delle quattro arterie che portano sangue al cervello, spezzato due vertebre cervicali e si era conficcato nella spalla destra. Hector aveva perso immediatamente conoscenza. Erano le 7:50 del 20 novembre 2012, la sua vita si era spenta lì.
Tre volte in arresto cardiaco, con il cuore che non riusciva più a pompare sangue a sufficienza nel cervello, Macho si è arreso. Un altro proiettile sparato dagli assassini aveva già ucciso il suo amico d’infanzia, Alberto Yamil Mojica Moreno (su di lui un lungo dossier della polizia portoricana, con la maggior parte delle accuse legate alla droga). La polizia ha trovato nove bustine di cocaina nelle tasche di Moreno e una decima bustina, aperta, in macchina. La scena del delitto è stata recintata. E’ sulla via PR-147 davanti all’Azukita, un negozio di liquori.
Quella di Hector Camacho è stata una vita in corsia di sorpasso. Sempre a folle velocità. Personaggio stravagante e bizzaro, solo sul ring decisamente positivo. Vestiva in modo eccentrico, amava l’oro americano (quello vistoso a 14 carati, non a 18 come il nostro), portava una collana con una targhetta pesante come il piombo. C’era scritto MACHO. Non era il soprannome, ma un modo di vivere.
Un’infanzia difficile come quella di tanti bambini di Portorico, poi la fuga con la mamma a New York. Il quartiere di Spanish Harlem era diventato il territorio dove sarebbe cresciuto. Lì aveva imparato subito a lottare, fin da piccolo. Era l’unico modo per sopravvivere. Karate e boxe le aveva studiate per difendersi, non per passione. Poi però aveva cominciato a vincere. E qui c’è la parte buona della storia di questo campione..
Una lunga carriera da dilettante chiusa con 96 vittorie, 4 sconfitte e tre Golden Gloves. Poi, l’esordio al professionismo. Palcoscenico su cui sarebbe rimasto trent’anni, dal 1980 fino all'ultimo match datato 14 maggio 2010, senza mai annunciare il ritiro. Aveva già compiuto 50 anni e stava ancora programmando un incontro per la prossima stagione.
Maledetto nella vita, campione nel pugilato. Aveva vinto il mondiale in tre diverse categorie di peso e sempre battendo ottimi pugili: Bazooka Limon nel 1983 per il titolo Wbc dei superpiuma, Luis Ramirez nel 1987 per il titolo Wbc dei leggeri e Ray Boom Boom Mancini nel 1989 per il titolo Wbo dei superleggeri. Aveva affrontato e sconfitto rivali come Cornelius Boza Edwards, Vinny Pazienza, Greg Haugen, Roberto Duran, Howard Davis jr e un Sugar Ray Leonard a fine carriera. Il suo record parlava di 79 vittorie, 6 sconfitte e tre pari. Si era misurato con i grandi (Trinidad, De La Hoya e Chavez) perdendo, ma mai prima del limite. Veloce, buon tecnico, mancino, aveva difficoltà a imporsi sul piano fisico, ma in lui c’era sufficiente talento, ritmo e rapidità di braccia da consentirgli di centrare obiettivi importanti.
Aveva guadagnato molto, ma questo non l’aveva salvato dal cadere nel peccato. Droga e alcool, ma anche furto con scasso (condannato a sette anni, poi ridotti a uno più sei con la condizionale, per avere derubato un negozio di computer in Mississippi nel 2007, aveva scontato due sole settimane in carcere). Recentemente era stato accusato di abusi su bambini, il processo si sarebbe dovuto svolgere nei prossimi mesi.
Saliva spesso sul ring vestito da antico romano, i capelli corti e ricci erano in tema con l’abbigliamento. Quando suonava il gong si sentiva libero, finalmente poteva esprimere il suo pugilato fantasioso. Nella boxe è stato un campione. Un eroe non da tutti amato, non sempre ammirato. Nella sua vita maledetta ha messo in fila una serie di disastri tali da farti chiedere se si divertisse a correre a occhi chiusi nella notte, come cantava Lucio Battisti.
“It’s Macho Time” era il suo grido di battaglia. Ora per lui c’è solo il silenzio eterno.



