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Bordo Ring

Solo i pro’ possono salvare la boxe

parisi001Nelle ultime due Olimpiadi i dilettanti azzurri hanno vinto tutto, ma non hanno prodotto il rilancio del pugilato italiano. Serve un campione che traini il movimento. La Fpi ha l’obbligo di cercarlo…


L’unico volano che può innescare una ripresa del pugilato italiano è il professionismo. Non è un’opinione, è un fatto.

Nelle ultime due Olimpiadi (Pechino 2008 e Londra 2012) abbiamo vinto sei medaglie, di cui una d’oro. E l’abbiamo fatto nelle categorie più prestigiose. Roberto Cammarelle nelle ultime tre edizioni dei Giochi ha vinto un bronzo, un oro e un argento (in ordine cronologico). In altre parole, più di così non si poteva chiedere agli azzurri.

Ma neppure questi risultati esaltanti sono riusciti a produrre il rilancio della boxe di casa nostra.

Le televisioni non l’hanno più finanziata a sufficienza, gli sponsor l’hanno progressivamente abbandonata, gli spettatori si sono ridotti in maniera preoccupante.

“E’ una situazione figlia della crisi economica.”

Mi sembra già di sentire la risposta nelle orecchie. Ma perché altre Federazioni non ne hanno risentito? La Federtennis, ad esempio, ha aumentato l’utile di bilancio e si è addirittura inventata una sua televisione.

O meglio (e di più) la Federazione Rugby.

Ecco l’esempio da seguire. Ha sofferto negli anni Novanta, avendo bene in testa l’obiettivo da raggiungere. Agguantare il Sei Nazioni. C’è riuscita, è entrata nel mondo del super professionismo e sono arrivati i soldi. Tanti soldi. Ma la FIR non è rimasta ferma, ha saputo gestire la fortuna che aveva tra le mani. Ufficio marketing efficiente, responsabile dei grandi eventi di livello assoluto, promozione continua dello sport. Il budget iniziale, con appena un miliardo delle vecchie lire da gestire, si è trasformato negli anni. Ora il rugby è una miniera che produce contratti televisivi vicini agli 800.000 euro a partita. Ma ancora una volta la Federazione non si è accontentata e ha puntato più in alto. Ha inseguito e ottenuto lo Stadio Olimpico per le partite della nazionale, lo ha riempito con sessantamila spettatori ed ha portato a casa circa 2,5 milioni di euro a gara.

Super professionismo, grandi impianti, organizzazione, promozione.

Tutto quello che manca alla nostra boxe.

Eppure il Sei Nazioni produce audience che un grande match di pugilato può facilmente superare (il rugby non andava oltre il milione e mezzo in chiaro, è vicino ai duecentomila sulla pay tv).

Cosa manca alla boxe? Il campione in grado di fare da traino. Tanto per restare a un recente passato uno come Giovanni Parisi (nella foto in alto) o Gianfranco Rosi.

Dunque un pugile professionista in grado di fungere da volano per l’intero movimento.

Bisognerebbe concentrare i propri sforzi su questo per provare a salvare il nostro sport. E invece il professionismo viene scaricato totalmente sulle spalle di una Lega che fatica ad andare avanti. Il pugilato era sull’orlo del baratro prima che la Lega arrivasse, ha vissuto bene per due anni, ora si avvia a tornare su quel pericoloso confine a un passo dal precipizio.

Centonovanta professionisti o giù di lì, ma quanti di loro vivono solo di boxe? Due, tre, al massimo cinque (mi sento ottimista!). Gli altri fanno altri lavori per campare. Come volete che su un terreno simile possa nascere il trascinatore di folle?

Parisi e Rosi erano l’esempio della dedizione totale alla professione. Facevano solo quello. Allenamenti, incontri, apparizioni pubbliche, televisione (quest’ultima grazie  anche all’intervento decisivo di un personaggio come Sabatino Durante, che all’epoca ha fatto molto per questo sport).

MarsiliEmiliano Marsili (nella foto), uno dei tre migliori pound for pound di casa nostra (assieme a Bundu e Boschiero) mi diceva in una recente intervista:

Solo un pazzo può accettare di allenarsi e lavorare per 18 ore al giorno e alla fine guadagnare pochi euro. Sveglia alle 6. Alle 6.45 sono in preparazione a Ladispoli. Alle 10.30 torno a casa, faccio uno spuntino e poi vado a prendere mia figlia a scuola. Pranzo, alle 14.30 sono in palestra da Massai. Alle 17 esco per tornare a casa.

E quando gli ho detto: “Poi, finalmente, ti riposi”, ha sorriso e mi ha risposto: “No, mi cambio e vado a lavorare. Sono al porto di Civitavecchia dalle 17.30 alle 23. Solo a mezzanotte riesco ad andare a dormire. E in tutto questo mettici che durante la preparazione sono nervoso, maledico ogni volta il dietologo, me la prendo con chiunque mi stia vicino. Queste cose le capisce solo chi le fa.”

E Marsili è campione europeo e lavora con un’organizzazione attiva come la Round Zero di Giulio Spagnoli e Luca Ferrara.

Rai e Sky non trasmettono da tempo il professionismo di alto livello (e adesso anche Sportitalia, ultimo baluardo prima dell’oblio, sembra meno presente di prima).

Cosa dovrebbe offrire la boxe per tornare ad essere nuovamente desiderata dalle tv?

Un prodotto valido.

Una programmazione che garantisse il rispetto degli impegni.

Un'adeguata promozione dell’evento.

In cambio di un accordo potrebbe comunque offrire un’audience migliore di tanti altri sport, minori costi di gestione, diritti televisivi meno dispendiosi.

Il secondo passo dovrebbe essere la ricerca di sponsor a cui vendere un pacchetto di eventi annuale. Magari fissando un bonus, una percentuale a seconda dell’audience televisiva raggiunta.

Si potrebbero creare tre fasce di programmazione.

Eventi mensili di Fascia A (campionati europei o mondiali, derby di alto livello tra italiani).

Eventi mensili di Fascia B (campionati nazionali).

Eventi bisettimanali di Fascia C (incontri dall’esito incerto e con un marchio di garanzia alto).

Potrebbe essere il modo per creare un terreno fertile in attesa del fuoriclasse capace di ridestare l’attenzione generale e restituire alla boxe il posto che merita.

Per fare tutto questo l’Italia avrebbe però bisogno di una Federazione che sposasse l’idea, che si convincesse che senza il grande campione professionista l’intero movimento muore. E che di conseguenza fornisse la linfa naturale di cui uno sport come la boxe ha bisogno. Il passaggio al professionismo dei migliori dilettanti dopo una sola Olimpiade.
E invece la Fpi si sta chiudendo sempre di più in se stessa. Via i reprobi del professionismo. Vivano da soli e se non ne sono capaci, muoiano pure. Per i federali esiste solo il dilettantismo. Non riescono a vedere che così facendo anche lì il loro futuro è fortemente a rischio.

Cammarelle non dovrebbe andare a Rio. E se ci ripensasse, avrebbe 36 anni con i problemi di salute che si porta dietro da sempre. E’ un campione a cui vanno riconosciuti i propri meriti. E’ vero che ha il vantaggio di una carriera con 230 match sulle spalle, ma è anche vero che vincere quello che lui ha vinto con l’incubo dei dolori alla schiena, è cosa che per molti altri sarebbe stata impossibile.

Russo a Rio de Janeiro avrà 34 anni e Valentino 32. Sempre che il peso leggero azzurro continui fino ai Giochi del 2016. Quello visto contro Lomachenko era l’ombra non solo del miglior Valentino, ma anche di quello degli ultimi tempi. Lui stesso l’ha riconosciuto ed ha capito che dovrà cambiare molte cose, dentro e fuori, se vorrà continuare a fare il pugile.

Picardi ne avrà 33 e con il pugilato dispendioso e le 224 sfide sulle gambe, dubito che potrà reggere ancora su ritmi alti fino al 2016. Parrinello aveva già annunciato la rinuncia a Londra. Restano Mangiacapre e Cappai. Sul pugile di Marcianise mi sono espresso recentemente (penso che avrebbe potuto essere gestito meglio), per il sardo c’è il problema della scarsa attività. Un solo match, una sconfitta, in questo 2013.

E qui entriamo in un altro buco nero del pugilato italiano. Le World Series of Boxing hanno bloccato il passaggio al professionismo, ma hanno anche tolto a molti dilettanti la possibilità di combattere. La squadra elite azzurra è composta dai sette elementi che ho appena nominato. E gli altri?

Il totale passaggio della gestione nelle mani dell’Aiba aggrava ancora di più il problema. Saranno sempre di meno i dilettanti che potranno svolgere attività, quasi nessuno potrà farlo ad alto livello internazionale. Il giardino dei sogni si secca e i fiori non nascono più. Prima perderemo il livello qualitativo, poi scenderà anche quello quantitativo.

Non ispira grande ottimismo un veloce sguardo ai vertici dell’attività giovanile. Negli ultimi campionati del mondo Youth, svoltisi lo scorso dicembre, siamo andati con cinque elementi e siamo tornati senza una medaglia.

Non c’è dunque salvezza per il pugilato italiano?

rosiL’unica possibilità che riesco a vedere è un misto di competenza e passione. Professionalità e conoscenza della materia trattata. Il tutto gestito con spirito guerriero, da combattenti. Bisogna andare incontro ai problemi e lottare contro chi non capisce quale momento si stia vivendo.

Bisogna togliere agli operatori del settore l’illusione che ad affogare saranno solo gli altri, che gestendo il problema da solisti ci si possa salvare. No, da questo casino infinito che è il pugilato italiano ci si salva solo se si agisce tutti assieme. Con la stessa unità di intenti e il rispetto delle regole. Un’utopia? Probabilmente lo è. Ma la situazione giustifica anche la voglia di aggrapparsi a un modello difficilmente realizzabile.

L’unica via d’uscita, la sola ancora di salvezza è un professionista/personaggio capace di smuovere il torpore generale e di rimettere in moto l’intero meccanismo, come hanno fatto al loro tempo Parisi e Rosi (nella foto). E questo lo si trova solo sedendosi attorno a un tavolo. Federazione, organizzatori, rappresentanti della Lega, pugili, allenatori, arbitri, medici. E tutti assieme, sotto la spinta della Fpi (sì, della FPI!) si studia come aiutare il professionismo e quindi il pugilato.

Mi dicono che non rientra nei compiti della Federazione aiutare la boxe professionistica, che il Coni dà i suoi contributi solo per il dilettantismo. E allora mi chiedo: se il nostro dilettantismo viene dato, senza alcuna difesa, in mano all’Aiba, perché mai il Coni dovrebbe continuare a versare contributi alla Federboxe?

Il pugilato è in sofferenza da sempre. Crisi cicliche da cui è uscito affidandosi ogni volta alle risorse del figlio maledetto, quello che non è stato mai ben visto a viale Tiziano. Dalla presidenza Marchiaro in poi. Il professionismo. Purtroppo ho tanti di quegli anni da ricordarmi il “piano Sabbatini” (parlo di Rodolfo) che prevedeva premi a crescere a seconda della valenza dell’evento proposto. Non lo dico perché auspico di tornare al passato, lo dico perché spero che oggi si possa studiare qualcosa di più moderno, quella era un’idea molto valida per l’epoca. Oggi si può pensare a qualcosa di diverso, ma ugualmente efficace.

Sarebbe davvero blasfemo pensare a un finanziamento federale a favore della Lega, chiedendo in cambio un piano dell’attività professionistica?

Ci sono pochi soldi? E’ nei momenti di crisi che bisogna investire, rischiando il poco che c’è. Altrimenti si “scompare" senza avere neppure lottato.

La Fpi faccia qualcosa!

O correrà il rischio, tra qualche anno, di trovarsi a gestire il nulla.  

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