
Una formazione azzurra degli anni Sessanta
di Gualtiero Becchetti
Ogni tanto bisognerebbe osservare le cose con occhio ingenuo perché attraverso la semplicità si arriva talvolta a capirle per la via più breve, quella percorsa dalla gente che arriva al “nocciolo” senza perdersi in contorsionismi mentali. Sto parlando di pugilato, quindi un minuscolo segmento della realtà, ma se tale approccio venisse adottato anche per le questioni determinanti nella vita di ciascuno di noi, forse il mondo andrebbe meglio.
Come qualsiasi persona che abbia un minimo di familiarità con la boxe, liberandomi da ogni esperienza passata e presente, leggo sulla carta stampata e in internet le notizie riguardanti tale disciplina sportiva…
Un macello!
Tra eventi annunciati e subito cancellati; tra regole incerte come le previsioni del tempo; tra sigle internazionali più numerose delle vendite “3X2” nei supermercati; tra una folla di campioni non si sa bene di cosa, vorrei possedere una magica bussola per non perdermi.
Bei tempi quando a soli sei anni elencavo orgogliosamente a memoria gli otto campioni d’Italia, d’Europa e del Mondo!…
A complicare e ad aggravare ulteriormente il “casino”, a parte la maledizione della pandemia, sempre più spesso si leggono sulle locandine appese alle vetrine dei bar, nei cartelloni stradali e nei rari articoli che i giornali dedicano al pugilato, informazioni totalmente fasulle.
Non so se per incompetenza o per malizia.
Il dato incontestabile è che sono comunque informazioni per l’appunto false. Credo che qualsiasi appassionato abbia notato la disinvoltura con la quale un titolo UE diventa Europeo, una cintura ad interim o comunque valevole per qualsiasi fantasiosa entità geografica si trasformi in Mondiale…
Si tratta di errore o si “ciurla nel manico”? Forse entrambe le cose. Ma il risultato è che chi mastica appena un po’ di pugilato si sente preso per i fondelli e manda tutto e tutti a quel paese, mentre chi non è abbastanza informato compra il biglietto o si mette dinanzi alla TV per assistere ad uno spettacolo e invece gliene viene propinato un altro e non di rado pure scarso.
Come se uno entrasse in un ristorante e scegliesse nel menu il risotto ai tartufi e gli venisse poi portato in tavola un piatto di spaghetti scotti.
Naturalmente l’equivoco (se così lo si vuole “generosamente” definire), coinvolge anche piccoli o importanti sponsor inconsapevoli, che prima o poi si rendono conto dell’accaduto e di boxe non ne vogliono mai più sentire parlare; ma pure i giornali “macchiati” dalla svista e persino le amministrazioni comunali.
Insomma, nel malandato pugilato italiano contemporaneo non sarebbe male se chi di dovere controllasse con attenzione e pure severità tali “furbatine” o “sviste”, perché la boxe non appartiene “a questo o a quello”, che se la possono vendere come vogliono, ma a tutti.
O almeno così dovrebbe essere.
Altrimenti, come sta infatti accadendo, ad essa finiscono per interessersi appunto solo “questo o quello”.
Spesso mi capita, per curiosità, di andare in cerca di foto pugilistiche del tempo che fu.
Ne possiedo migliaia gelosamente conservate e provenienti da ogni angolo d’Italia e del mondo. Pugili famosi e pugili sconosciuti. Campioni e modestissimi comprimari. Ma non scelte caso! Ciascuna di quelle immagini ha per me un significato particolare perché collegata a fatti, persone, aneddoti che sono stati importanti in certi momenti della mia vita. A dimostrazione che, senza neppure saperlo, anche la più modesta delle “comparse” che ha scavalcato le corde del ring una pur lieve traccia di sé l’ha lasciata.
Bellissimo, se ci si pensa…
Inoltre, spesso m’imbatto su Facebook, anche nelle fotografie pubblicate da alcuni storici appassionati e specialmente dal gallo olimpico a Montreal “76 Nando Onori, da Tony Verdiani, Miro Riga e altri instancabili organizzatori di “rimpatriate” con i vecchi amici e avversari dei “bei tempi” per rinverdire costantemente il legame tra gli eterni ragazzi che condivisero gli esaltanti saliscendi di un’avventura che li ha “marchiati” per sempre, come un tatuaggio dipinto nel cuore.
Osservando i volti attuali, sorridenti attorno ad una tavola imbandita o mischiati a tantissimi nella classica foto di gruppo “a squadra di calcio”, mi diverto a riconoscerli: talvolta con facilità, altre con fatica e altre ancora proprio devo rinunciarvi. Poi ci sono ulteriori immagini connesse all’attività agonistica di quei favolosi anni “60/”70: trasferte con le squadre nazionali, match con i colori azzurri o della compagine dei carabinieri…
Inevitabili scattano le riflessioni, come una lampadina che s’accende all’improvviso nel buio. Alcuni di quei giovani divennero in seguito stelle di prima grandezza, altri ottimi e popolari pugili, molti di più chiusero la loro parabola rapidamente o senza avverare le speranze che li circondava. La boxe è una disciplina estremamente selettiva e senza scorciatoie. Tanti non avevano forse il talento per andare oltre o difettavano del necessario spirito di sacrificio e di sopportazione o s’imbatterono in ostacoli imprevisti o in persone sbagliate o furono “spremuti” sino alla buccia quand’erano ancora frutti troppo immaturi. Fatto sta che quelle foto hanno immortalato atleti sul futuro dei quali tanti appassionati avrebbero scommesso la casa e che invece si dipersero lungo l’impervio sentiero che conduce in alto.
Le carriere sarebbe sempre saggio valutarle alla fine e non all’inizio; il valore dei pugili soppesarlo con la bilancia dei risultati e non delle illusioni. Ma al cuore non si comanda…
Non importa.
O quantomeno non importa più come una volta. E’ tutto alle spalle ormai. Chi non ha radici non ha né passato, né presente, né futuro. Vale sempre questa regola. Gli anziani-giovani che si ritrovano a sfidare qualche acciacco, anni e trigliceridi per la gioia di ritrovarsi sono un ottimo concime. Un concime per le generazioni di domani. Un concime per uno sport-non solo sport colpito al cuore, ma che non s’arrende. E con gli occhi puntati più avanti che indietro.



