
di Gualtiero Becchetti
Era nato a Modena il 17 Luglio 1914, alla vigilia della Grande Guerra che avrebbe cambiato il volto del mondo, ma aveva le proprie radici a Sant'Agata Bolognese, un paesino tra la città della Ghirlandina e Bologna, a due passi dalla provincia di Ferrara.
Era cresciuto tra i cavalli per tradizione commerciale-sportiva della famiglia e nelle nebbiose giornate della pianura emiliana o in quelle torride in cui il sole dà martellate in testa, come scriveva Giovanni Guareschi, sognava di diventare bravo al pari di nonno Fausto e babbo Nello nel condurre il sulky sulle piste delle infuocate corse al trotto.
Ma Umberto Branchini non riuscì ad avverare tale sogno. Uno dei pochissimi che non portò a compimento durante una vita talmente intensa che forse andrebbe moltiplicata per due o per tre...
Ci riuscirono invece il fratello Fausto e il figlio maggiore Marco.
Per il "Cardinale" ci sarebbe stato un futuro ancora più splendido e appagante.
Difficile sapere quando e perché gli venne dato il soprannome di "Cardinale". Da tempi immemorabili si tramanda che sia stato il giornalista Sergio Roscani ad appiccicarglielo. Forse l'aspetto mite e composto, o la parlata sempre tranquilla con la "erre" strascicata, o le formidabili doti diplomatiche, o lo sguardo sereno che infondeva fiducia. Fatto sta che in effetti poteva ricordare la figura di un porporato e tale, ad honorem, divenne per tutti.
Il ragazzo, chiuso a malincuore il capitolo dei cavalli, prese ad amare la boxe e a frequentare le palestre di Modena, incantato dalle tre medaglie d'oro conquistate dall'Italia alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928. Appurato però che i guantoni era più saggio lasciarli indossare ad altri, si ritagliò il ruolo di manager. Un po' per volta. Passo dopo passo. In piena guerra sposò l'amatissima Elena e tentò persino di entrare nel mondo cinematografico di Cinecittà, la Hollywood italiana da poco creata, mettendosi a disposizione di Roberto Rossellini per qualsiasi incombenza. Insomma, non era proprio il tipo che si sarebbe fermato a Modena...
Infatti, iniziando dal suo primo pugile, tal Probo Campioli, iniziò un cammino lunghissimo per il mondo, che l'avrebbe portato in Paesi e città di cui forse allora ignorava persino l'esistenza. Si trasferì a Milano e un poco per volta divenne quasi un perfetto "meneghino". Quasi. Perché in fondo al cuore rimase sempre il caldo sottofondo della sua "emilianità".
Imparò a parlare molteplici lingue, a salire e scendere dagli aerei e dalle navi come se si trattasse di autobus, a trascorrere notti in bianco per trattare match, sedi e borse seguendo le leggi impietose dei fusi orari in un'epoca in cui internet, i telefoni cellulari e i fax sarebbero sembrati strumenti degli extra-terrestri.
La planetaria famiglia della boxe divenne per lui come una smisurata sala d'attesa in cui conosceva tutti, dai più umili comprimari ai temibili uomini in nero, con il Borsalino sulle "ventitrè", che negli Stati Uniti avevano nel tristemente leggendario Frankie Carbo il loro massimo rappresentante. Abilissimo a gratificare i pugili, i maestri e i promoter perbene, il "Cardinale" fu altrettanto abile a sfuggire a Carbo, alle sue striscianti minacce, alle nefaste lusinghe e alla vicinanza dei suoi inquietanti accoliti dalle lunghe fedine penali che di per sé stesse dicevano tutto.
Attraversò da numero 1 il dopoguerra, i mitici anni Cinquanta e Sessanta costellati di immensi campioni, formidabili manager, indimenticati tecnici e straordinari promoter. Fu concorrente ma anche collaboratore, a seconda delle circostanze, di Rino Tommasi, Rodolfo Sabbatini, Vittorio Strumolo, Giovanni Busacca, Renzo Spagnoli, Bruno Amaduzzi, Rocco Agostino e tanti altri dei mostri sacri di un pugilato italiano che sembrava inarrestabile.
Si dice che durante la sua carriera abbia condiviso per ben quattromila volte la gioia della vittoria con i propri pugili. Si dice, perché tanto numerosi sono stati i successi da renderne praticamente impossibile un'elencazione precisa. E anche l'enorme felicità di un trionfo restava sempre contenuta, come si conveniva appunto ad un Cardinale. Al massimo un abbraccio all'atleta, un lieve sorriso e un passo indietro per lasciare agli altri le eclatanti e irrefrenabili manifestazioni di giubilo tra le corde del ring, come se a quel punto il suo compito fosse finito e già dovesse concentrarsi sull'impegno successivo.

In sessant'anni trascorsi con la valigia ai piedi e lo sguardo sopra e oltre il ring, è riuscito a portare alla conquista del titolo mondiale undici pugili e ben quarantatré alla cintura europea, quand'essa valeva non molto meno di quella iridata.
Burruni, Chionoi, Carrasco, Udella, Cuello, Mattioli, Loris e Maurizio Stecca, Damiani, Nati, Kamel Bou-Ali, Zanon, Minchillo, Manca, Santos, Cherchi, Valsecchi, Udella, Puddu, Nardiello e tantissimi altri che richiederebbero lo spazio di un elenco telefonico...
Quanti pugili, quanti campioni ha pilotato negli impervi sentieri della boxe!
Poi, con l'avanzare dell'età e il progressivo decadere del mondo a cui moltissimo aveva dato, e da cui moltissimo aveva ricevuto soprattutto in termini morali, Umberto Branchini prese dolcemente, quasi in punta di piedi, a farsi da parte. Era nel suo stile. Il Cardinale non aveva voluto i fuochi d'artificio nei momenti del massimo fulgore e non gradiva struggenti note di violino ora che il sole era alle spalle.
I figli Giovanni, Adriano e Marco per qualche anno diedero la sensazione di esserne i degni eredi. Marco (che era stato anche driver, come avrebbe desiderato babbo Umberto) e Adriano (manager) hanno poi preso invece altre strade, demotivati forse da una boxe che somigliava sempre meno a quella vissuta dal padre. Però Giovanni pareva quasi un predestinato e ancora oggi, alla vigilia delle quadriennali elezioni del presidente della Fpi, è difficile che qualcuno non sussurri il suo nome...Ma le sue doti manageriali si sono estrinsecate altrove. Si sono trasferite al Calcio. Alemao, Ronaldo "il Fenomeno", Nakata, Montolivo, Ogbonna, Poli, Pepe, Guardiola sono soltanto alcuni dei prestigiosi personaggi che ha gestito. Come poteva restare nel sempre più povero e malandato pugilato italiano?
Umberto Branchini se ne andava via per sempre il 19 marzo 1997, quando la primavera era ormai alle porte. Ad accompagnarlo erano il dolore e il rispetto dell'intero mondo dei guantoni.
Ora riposa nel piccolo cimitero di Sant’Agata Bolognese, non lontano da Nilla Pizzi, la più celebre cantante italiana degli anni Cinquanta (Vola, colomba bianca vola...).
L’italianissimo nome di Umberto Branchini dal 2004 campeggia nella Hall of Fame di Canastota, insieme a quelli di altri due non pugili, Giuseppe Ballarati (manager e curatore della Bibbia del Pugilato) e Rodolfo Sabbatini (giornalista e grande organizzatore), a due passi da quelli dei formidabili Duilio Loi e Nino Benvenuti.
Tra gli immortali della boxe. Come è giusto che sia.




