
di Gualtiero Becchetti
Il 13 Agosto 1969, a Milano, nasceva Giacobbe Fragomeni (a destra nella foto sopra). In un quartiere nella zona sud della metropoli, non lontano dal centro, che non invitava all'ottimismo. Stadera... Quando sorse, a metà '800, era la zona di confine tra città e campagna, punteggiata dalle fatiscenti baracche dei più disperati tra i disperati, senza casa e lavoro. Poi tanto cose cambiarono, progredirono, ma Stadera era, e resta tuttora, una fetta complicata e difficile di Milano.
Era entrato nella vita attraverso una porta poco accogliente, quel bambino con le radici nella solatia, calda e colorata Magna Grecia calabrese affacciata sul Mar Jonio. Non c'erano gli spazi sereni e magici sotto il cielo che tocca il mare attorno a lui, ma una fitta nebbia, soprattutto dentro, dove è difficile che scompaia.
La famiglia sconquassata da mille problemi, i genitori in perenne conflitto, le profonde incomprensioni con il padre, in un contesto sociale che gli offriva mille occasioni di perdersi e rarissime di ritrovarsi.
Ne ha passate di tutti colori: stenti, drammi famigliari, rabbia, cattive compagnie, fragilità e violenza, alternate in un carosello che pareva senza fine.
Facile immaginare la trama. Un film che si è visto mille volte.
Era ormai quasi ventenne e già senza futuro. Sovrappeso, non molto alto, sempre di cattivo umore, in cerca di guai e in lotta con il mondo intero. Mary, la sorella che tanto amava, se n'era andata per sempre vittima di sostanze che colpiscono immancabilmente e a tradimento. Si era lasciato andare del tutto, Giacobbe, quasi volesse seguire Mary. Ogni cosa che produceva danni se la procurava, se la metteva in corpo e talvolta pensava che della vita ne aveva già avuto abbastanza.
Poi, il miracolo.
Chissà come, chissà perché, un giorno infilò la testa dentro ad una palestra di pugilato insieme a un amico, ma non per diventare pugile. Semplicemente per tentare di rimettersi un po' in sesto perché aveva vergogna di sé, della propria esistenza, dei 120 chili che gli ballonzolavano sui fianchi e di mamma Rita con gli occhi sempre lucidi per il tanto amore che aveva dentro e il poco che aveva potuto offrire ai suoi figli.
Conobbe il maestro Ottavio Tazzi, che tutti chiamavano affettuosamente "nonno". Un tecnico di stampo antico, prediletto da Umberto Branchini, un maestro che aveva insegnato a boxare a centinaia di ragazzi, alcuni dei quali divennero campioni d'Europa e del mondo ascoltando i consigli sempre espressi in strettissimo dialetto meneghino da quell'uomo dai capelli bianchi, perennemente in tuta ginnica e dispensatore a piene mani di nozioni pugilistiche ed esistenziali, preziose per affrontare le insidie del ring e quelle più pericolose della quotidianità.
Nella gloriosa e indimenticabile palestra Doria di San Babila, Fragomeni trovò in un sol colpo un padre putativo, un rifugio, tanti amici e un domani.
Il "ciccione" dimagrì in pochi mesi e i suoi nefasti vizi evaporarono, sradicati dalla fatica tremenda degli allenamenti sommata a quella di operaio stradale. Incredibilmente chiese ed ottenne il permesso di salire sul ring, prima in palestra poi per davvero, lasciando stupefatti i compagni che mai avrebbero immaginato un fatto simile.
Era stata una vocazione tardiva la sua, però nel 1993 era già in azzurro e campione italiano, per l'immensa gioia della mamma e di "nonno" Ottavio, conquistando in seguito un vero patrimonio di medaglie internazionali in ogni angolo del mondo, tra le quali spiccano gli ori ai Giochi del Mediterraneo di Bari (1997) e agli Europei di Minsk (1998) e l'argento alla Coppa del Mondo in Cina (1998).
Nel 2000 partecipò ai Giochi Olimpici di Sidney, ma non fu fortunato nel sorteggio perché al primo turno gli capitò il forte cubano Isael Alvarez e venne eliminato in quello che fu il suo ultimo match da dilettante.
Divenne professionista nella scuderia di Salvatore Cherchi e debuttò a Milano il 19 Maggio 2001, battendo il mestierante camerunense Henry Kolle Nyume e nei successivi due anni inanellò tredici vittorie contro rivali di poco conto, ma perfetti per maturare, apprendere tanti segreti della boxe a torso nudo e abituarsi alle lunghe distanze. Il 10 Febbraio 2004 il primo reale ostacolo della carriera, superato brillantemente contro il belga Ismail Abdoul, non un fenomeno ma un pugile vero, salito tra le sedici corde con alterna fortuna anche con uomini di alto lignaggio. Giacobbe conseguì altri sette successi e si trovò rapidamente tra le posizioni di vertice nelle classifiche europee. Dopo avere conquistato il titolo italiano contro Guni, l'Internazionale Wbc con il transalpino Serrat e averlo difeso con il brasiliano Bispo, il 17 Novembre 2006, a Londra, la prima immensa opportunità di uomo e di pugile: la sfida all'idolo britannico David Haye, campione continentale dei massimi leggeri con il record zeppo di vittorie per ko. Lo aveva battuto da dilettante, ma ora era tutt'altra partita. Fu un match terribile, cruento, drammatico. Fragomeni si batté da leone, ebbe più volte il rivale "in mano" ma non riuscì a concludere per la sua limitata potenza. Haye, pur con il viso devastato dalle ferite, non mollò di un millimetro e a 1'29" del nono round costrinse alla resa il ragazzo di Stadera.
Ma l'appuntamento con l'Europa era stato solo rinviato, seppure di dimensioni più ridotte. Il 31 Luglio 2007, il massimo leggero di Ottavio Tazzi ebbe la meglio sull'indomito siracusano Vincenzo Rossitto al termine di dodici serrate riprese e si cinse così ai fianchi la cintura dell'Unione Europea, che conservò dinanzi al francese El Hadak e al bulgaro Semerdjiev.
Poi... il mondiale!Il 24 Ottobre 2008, sotto gli occhi entusiasti dei propri concittadini, Giacobbe raggiungeva la vetta del mondo per la sigla Wbc, lasciata libera dalla vecchia conoscenza David Haye, surclassando l'imbattuto ceko Rudolf Kraj per Decisione Tecnica all'ottava ripresa, quando l'arbitro sospendeva la contesa per una vasta ferita subita dall'italiano a seguito di una testata. Alla lettura anticipata dei cartellini, verdetto unanime ai punti per lui, apparso nettamente migliore del cosfidante.
Sì, adesso Fragomeni poteva dirsi soddisfatto. Aveva superato l'impossibile e, almeno metaforicamente, si era lasciato alle spalle Stadera e tutto ciò che aveva simboleggiato. Nel quartiere, non era più uno dei tanti gatti randagi persi nel nulla, ma un simbolo positivo soprattutto per i giovani. La dimostrazione che, volendo, i miracoli esistono.
Ma i pugili non hanno mai pace. Attraversata una tempesta se ne presenta immediatamente un'altra e questa si chiamava Krzysztof Wlodarczyk, il polacco di Varsavia impastato con l'acciaio sia nel carattere che nei pugni. Alto, calvo, con lo sguardo affilato quanto una spada, ricordava davvero un "Diablo", soprannome non a caso affibbiatogli dai suoi tifosi. Era quanto di peggio si potesse incrociare sul ring in quel momento. Carico di gloria e di titoli, salì sul ring del Gran Teatro di Roma sicuro di vincere, con la sfrontatezza e il vigore dei suoi 27 anni al cospetto dei preoccupanti 40 di Fragomeni. Per chi scrive, quella sera Giacobbe ha raggiunto il punto più alto della sua storia di pugile, in termini tattici, fisici e soprattutto caratteriali. Uno dei combattimenti più spettacolari disputati in Italia nel Terzo Millennio. Una battaglia senza tregua tra il brevilineo Fragomeni e l'altissimo polacco dalla pelle candida. El Diablo lanciava terrificanti bordate con traiettorie e distanze sempre diverse; Giacobbe cercava di stargli vicino e non si fermava mai. Il match aveva preso una brutta piega e alla nona ripresa sembrava ormai perso. Per due volte l'eterno ragazzo milanese si trovò a terra e tanti chiusero gli occhi per non assistere all'epilogo. Invece...
Difficile spiegare ciò che avvenne! Decima, undicesima e dodicesima ripresa furono tutte a favore di Giacobbe. Sembrò quasi che, rialzandosi dal secondo atterramento, avesse raccattato dal tappeto energie sovrumane, come se gli fossero entrati nel cuore e nel cervello per soccorrerlo mamma Rita, la sorella Mary, forse anche il padre e Ottavio Tazzi, gli amici di Stadera e i compagni di palestra.
Krzysztof Wlodarczyk entrò in crisi fisica e mentale, probabilmente disorientato da quel vecchio italiano capace di entrare all'inferno, addentare il Diablo e uscirne indenne.
Match pari! E non casalingo, ma giusto. Però probabilmente, nei trentasei minuti con il polacco, Fragomeni spese tutto il meglio di sé.
Cinque mesi dopo, il 21 Novembre 2009, lasciava la cintura nelle mani dell'ungherese Szolt Erdei con verdetto discutibile a Kiel, in Germania. Il 15 Maggio 2010, nella rivincita iridata con Wlodarczyk a Lodz, in Polonia, doveva arrendersi all'ottavo round e nel 2012, ormai quarantatreenne, dopo tre combattimenti poco significativi, si batteva due volte con il quarantottenne Silvio Branco (il 17 Marzo a Pavia e il 15 Dicembre a Riva del Garda), immensa gloria della boxe italiana. L' "operazione-nostalgia" si chiuse con un pareggio e quindi con una vittoria ai punti di Giacobbe, che invero nulla tolsero o aggiunsero alle meravigliose carriere di entrambi.
L'anno dopo, il 6 Dicembre 2013, l'indomabile guerriero lombardo ci provò ancora contro Wlodarczyk a Chicago, negli Stati Uniti, e venne fermato saggiamente alla sesta ripresa e infine, il 24 Ottobre 2015 a Mosca, incurante di una carta d'identità sempre più "pesante" (quarantasei anni), l'effettivo ultimo atto della sua esaltante galoppata di pugile contro il durissimo russo Rakhim Chakhkiev, per la cintura europea. Il sogno impossibile svanì in quattro riprese.
Fragomeni è poi salito sul quadrato altre quattro volte, vincendo incontri di modesta levatura, come per abituarsi un po' alla volta all'addio.
Ha poi conosciuto successi in altri settori, aggiudicandosi nel 2016 un'edizione dell'Isola dei Famosi, a conferma dell'affetto e del rispetto di cui è circondato, poi collaborando con i City Angels di Milano per il sostegno ai diseredati di ogni età della metropoli (come egli stesso era stato) e meritando nel 2022 il Premio alla Bontà conferitogli dai dirigenti della nobile organizzazione.
Oggi, padre di famiglia, sereno e benvoluto da tutti, conduce all'ombra della Madonnina il Fight Club che porta il suo nome. La boxe l'ha salvato e quindi, perchè Giacobbe non dovrebbe salvare altri e magari farne diventare qualcuno campione? Le favole non finiscono mai per sempre...
LA CENA DI GALA SI SVOLGERA' A PALAZZO ALBICINI (CORSO GARIBALDI, 80. FORLI').
PRENOTAZIONI ALLO 0543.550608 / 3391415615 (costo: 38 Euro, fino a esaurimento posti) Orario di inizio 20:15.



