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Giovanni De Carolis: -Ecco il pugilato che vorrei in Italia-

QUATTRO CHIACCHIERE (ANCHE DI PIU') CON GIOVANNI DE CAROLIS

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La riunione di sabato prossimo a Roma, che era incentrata sul titolo dell'Unione Europea dei mediomassimi, saltata per infortunio di Orial Kolaj, era interessante anche per osservare il rientro di Giovanni De Carolis, trentatré anni, dopo la sconfitta per il mondiale Wba dei supermedi di un anno fa' e quella contro Polyakov dello scorso luglio per un altro titolo internazionale. L'appuntamento per il romano, che resta con uno score di ventiquattro vittorie, la metà prima del limite, otto sconfitte e un pari, è quindi rimandato. Avevamo programmato con lui un'intervista e non l'abbiamo rimandata. Abbiamo sentito un De Carolis molto sereno, molto loquace, insomma un ragazzo intelligente che sa davvero quello che dice.

-Giovanni, com'è lo stato d'animo di un pugile che deve fare un match e gli salta tutto a pochi giorni dalla data stabilita?

-In tutti questi anni che faccio pugilato mi è capitato spesso, purtroppo, anche quando c'erano titoli in palio. E' una situazione che può crearsi, io c'ho fatto l'abitudine.

-Però va avanti lo stesso...

-Lo faccio sempre con la stessa passione, aspettando che arrivi il mio momento e che sia il momento giusto. Per esempio, anche per il primo Mondiale che ho disputato venni chiamato all'ultimo momento, nonostante in Germania succeda di rado che qualcuno si faccia male alla vigilia. Per questo ritengo importante farsi trovare sempre pronto.

-Chi avrebbe dovuto affrontare questo sabato?

-Non lo so, ancora non me lo avevano comunicato. Di solito sono molto attento a chi sia il mio avversario, se posso lo guardo nei combattimenti che ha fatto e cerco di studiarlo bene. Ma stavolta non ne sapevo nulla.

-Che obiettivi a breve si pone?

-Ho sicuramente degli obiettivi ben delineati. Vorrei qualche altra chance internazionale per poi prepararmi a qualcosa di davvero importante. Guardo più che altro al valore del match e dell'avversario, poi al titolo. Nella mia categoria vedo che le cose sono in continua evoluzione e l'occasione buona potrebbe capitare da un momento all'altro.

-Fare il titolo italiano non le interessa?

-Mah, sarebbe un obiettivo di prestigio, ma come ho detto non guardo al titolo, ma a un avversario importante e credibile che spinga il mio nome in alto nelle graduatorie della mia categoria. Vorrei prescindere dal titolo in palio. Il valore di un pugile deve, secondo me, essere slegato dalle cinture che ha a casa o dal curriculum più o meno pulito. Io per esempio ho diverse sconfitte ma non me ne curo, non mi hanno impedito di combattere più volte per un titolo mondiale. Ovviamente serve sempre un buon manager, anche se non è del tutto necessario.

-Lei ha girato molto per l'Europa e combattuto in grandi manifestazioni. Riferendosi alla sua esperienza come vede la situazione del pugilato in Italia?

-In Italia ci sono buoni prodotti, intesi come pugili, anche ragazzi che sono dilettanti. Ho visto per esempio le selezioni del Lazio per gli Assoluti e ho assistito a match davvero tirati e spettacolari. Secondo me, non si deve stare sempre a indicare le mancanze della Federazione, perché un buon prodotto pugilistico può esserci anche senza quella. Per esempio altrove, in Germania o in Inghilterra, ci sono imprenditori, grandi manager, personalità dello spettacolo che portano avanti il movimento, e le federazioni c'entrano poco o nulla.

-Se ne ha una, quale sarebbe la sua ricetta per recuperare i fasti del passato anche in Italia?

-In Italia va individuato l'atleta valido e quindi bisogna costruirgli intorno tutto ciò che lo può valorizzare, a livello atletico ma non solo, quindi anche a livello d'immagine, popolare e mediatica. Bisogna creare delle situazioni che siano interessanti non solo per gli addetti ai lavori o per gli appassionati, ma anche per tutto il pubblico in generale. Cioè creare intorno a questo atleta valido un centro di interesse e di attenzione.

-Approfondiamo il discorso...

-Ecco, credo che in Italia manchi una sorta di anello di congiunzione tra il pugile e il pubblico che lo deve seguire, nei palazzetti, in tv e sui giornali. Serve chi investa sul pugilato e che, giustamente, abbia poi un introito da questo investimento. Serve secondo me un discorso che è molto simile alla logica dei talent scout, ovviamente riportata a uno sport come la boxe.

-In Germania di queste situazioni sono maestri...

-Feigenbutz ne è l'esempio lampante. Aveva una carriera costruita su misura su di lui, un manager potente come Sauerland e situazioni mediatiche tali che per la gente era diventato un grande pugile, un vero e proprio idolo. Era stato davvero imposto in questa maniera.

-Ora c'è anche l'esempio delle grandi riunioni inglesi...

De Carolis Bandiera orrizzont

-Sicuramente anche in Inghilterra sono tornati alla grande. Hanno la disponibilità di tanti pugili da cui può emergere il campione, c'è una selezione naturale che è serratissima. E la gente segue chi emerge da questa selezione e si appassiona.

-E l'Italia, allora?

-In Italia la situazione è più complessa, ancora è grave e siamo molto indietro rispetto agli altri. E' il pugilato in generale che ci rimette da come vanno le cose oggi perché gli spettacoli che vengono offerti alla gente sono spesso poco gradevoli e poco interessanti. In Germania e in Inghilterra tutto è curato fin nei minimi particolari, anche quelli più stupidi ma che comunque possono contribuire allo spettacolo.

-Poi è fondamentale il ruolo della televisione.

-Certo. E serve una società, intesa come organizzazione pugilistica, che faccia di professione solo quello a tempo pieno. Ce lo vede Hearn o Sauerland fare un altro lavoro al mattino e occuparsi di boxe nel tempo libero? In Italia abbiamo pugili che potenzialmente sono come quelli tedeschi e inglesi, se non meglio. Le palestre sono piene e anche io, nella mia, ho tanti ragazzi in gamba che sognano di diventare qualcuno. Ma per diventare pugili vincenti ci vuole anche un terreno adatto e un'organizzazione pronta e attenta. Ripeto il concetto: in Italia ci sono prospect interessati che vanno legati alla passione della gente.

-Detta così è una cosa confortante e ottimistica...

-All'ultimo congresso per l'elezione del nuovo presidente federale fornirono delle statistiche che dicono che di appassionati al pugilato da noi ce ne sono tanti. Però i match alle Olimpiadi hanno uno share importante, circa due milioni, ma per le riunione professionistiche si scende di botto fino a duecentomila contatti, pochissimi. Il pugilato è uno sport che ha quindi enormi potenzialità in fatto di interesse. Se a questo si aggiunge che i talenti ci sono e stanno crescendo, manca solo la scintilla che dia la svolta a tutto quanto. Per esempio vengono a fare boxe da me tanti ragazzi motivati, però parlando con i genitori questi hanno la preoccupazione che poi i figli intraprendano un cammino insidioso e duro, che alla fine non porti a nulla di concreto. L'interesse maggiore per noi operatori deve essere portare i ragazzi in un ambiente sano, portatore di valori, e creare atleti che siano pronti a grandi livelli.

-Facciamo qualche nome.

-Mi è piaciuto molto Mirco Natalizi, ma sotto i vent'anni qui nel Lazio ne ho visti diversi validi veramente, come Francesco Faraoni o Angeletti. Si allenano come matti e sarei felice se i sacrifici che fanno un domani abbiano delle belle ricompense.

-Qualche professionista?

-I fratelli Lomasto, oppure il piuma Forte. Anche con il poco che ha a disposizione, la boxe italiana può produrre ragazzi di talento e pugili potenzialmente importanti.

-Certo che non è solo una questione di soldi, ma che tutti facciano la loro parte. Su questo spesso ci sono grandi discussioni sui social network.

De Carolis Belin Zeuge Bild

-Va benissimo se la gente si sente coinvolta nei social, la trovo una cosa positiva. E' importante che nella boxe italiana ci si abitui al confronto, perché è quello che in passato è mancato. Perché la gente, il pubblico in generale, sa guardare e sa giudicare.

-E il pubblico vuole prodotti validi...

-Se io devo andare al cinema e so già come va a finire un film me ne sto a casa. Nella boxe è la stessa cosa. Se uno deve accendere la televisione per guardare un match o andare in un palazzetto a pagare un biglietto e poi vedere un incontro già segnato in partenza, lo fa una volta. Alla volta dopo sceglie di fare altro.

-In effetti ultimamente si sono diradati i match con i famosi perditori ungheresi e romeni...

-Che possono avere un ruolo quando un pugile è all'inizio e ha bisogno di costruirsi, ma poi l'uso di di questi pugili va limitato. Certo non è facile, perché quando vuoi un buon avversario, lo devi pagare. E se vuoi diventare “qualcuno”, devi affrontare e battere “qualcuno”.

-Quindi la sua ricetta è semplice...

-E' sbagliato aspettare che le cose cambino, che succeda qualcosa e nel frattempo non fare nulla. Questo è il momento di investire, il prodotto c'è, costa poco e ha potenzialità enormi. Serve programmazione seria, investimenti seri e agire invece che continuare ad aspettare.

Andrea Bacci

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