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CLAY SUCCHIA l’anima di Liston, mette in campo un’arma che il pugilato ignora. Aggredisce psicologicamente il nemico prima del match. Lo provoca, lo innervosisce, l’offende. Va di notte davanti alla sua villa insultando lui e la sua famiglia, lo deride in televisione, arriva a farsi odiare. E l’orso sale sul ring con un solo pensiero nella mente: distruggere quel clown pazzo. Lo insegue per sette riprese, vanamente cerca di fiaccarlo, di colpirlo. Sbuffa come un toro infuriato. Ferito, sfinito, umiliato dal torero, si arrende (https://www.youtube.co/watch?v=aq4svhBNS50).
Quindici mesi dopo tornano a sfidarsi in un piccolo paese, Lewiston. Malcolm X è stato assassinato, la casa di Ali è stata incendiata. In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra nella minuscola arena viene perquisita, si temono attentati. Il match dura pochi minuti. Un colpo fantasma di Ali mette ko Liston che va giù ingigantendo i danni della caduta. Nessuno ha visto il destro scagliato dal campione. «Quando combatto dovete sempre avere gli occhi sempre spalancati. Basta un battito di ciglia e zac, vi siete persi il mio colpo migliore».
Quindici mesi dopo tornano a sfidarsi in un piccolo paese, Lewiston. Malcolm X è stato assassinato, la casa di Ali è stata incendiata. In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra nella minuscola arena viene perquisita, si temono attentati. Il match dura pochi minuti. Un colpo fantasma di Ali mette ko Liston che va giù ingigantendo i danni della caduta. Nessuno ha visto il destro scagliato dal campione. «Quando combatto dovete sempre avere gli occhi sempre spalancati. Basta un battito di ciglia e zac, vi siete persi il mio colpo migliore».
Estate del ’55. Cassius Marcellus Clay Jr. ha tredici anni. Suo padre, stesso nome ma con il senior alla fine, vive dipingendo insegne pubblicitarie, affreschi religiosi, paesaggi. La mamma, Odessa, è casalinga quasi a tempo pieno. A volte pulisce le case dell’aristocrazia bianca di Louisville. Abitano nel West End, su Grand Avenue. È un quartiere per soli neri, ma non è un ghetto popolato dalla miseria come Smoketown. Il ragazzino spazza i pavimenti del Nazareth College, una biblioteca gestita dalle monache. Rimedia qualche dollaro, la sua famiglia appartiene al ceto medio nero. Che non vuol dire vivere nel lusso, ma neppure morire per un pezzo di pane.
Il mondo è cattivo. Emmett Till ha quattordici anni e vive a Chicago, ma d’estate scende giù a Money, nel Missouri. Fuori dalla drogheria del paese racconta come dalla sue parti l’integrazione sia cosa fatta. Tira fuori la foto della ragazza bianca e la mostra agli amici che lo sfidano a entrare nel bar e parlare con la cassiera. Bianca. Lui entra, parla e saluta. La notte Roy Bryant, il marito della cassiera, e il fratellastro J.W. Milam fanno irruzione nella casa dove il giovane Emmett dorme. Lo buttano giù dal letto, lo trascinano fuori e lo picchiano a sangue con il calcio delle pistole. Gli puntano la canna alla testa e gli ordinano di chiedere scusa. Lui si rifiuta e loro lo ammazzano, poi gli legano un grosso ventilatore al collo e lo gettano nel fiume Tallahatchie. Una giuria di soli bianchi li assolve in appena sessanta minuti di camera di consiglio. «Se non ci fossimo fermati a bere una gassosa, non ci avremmo messo così tanto».
Cassius Sr racconta la storia al figlio, il ragazzo ne rimane profondamente colpito e venti anni dopo, diventato Muhammad Ali si confida a «Playboy». «L’America sta per essere distrutta. Allah sta lanciando un castigo divino sull’America che pagherà per tutto quello che ha fatto agli schiavi e alla popolazione nera. Se non darà giustizia al popolo nero, sarà bruciata. Siamo stanchi di essere schiavi, di non avere nulla. Stanchi di avere il Paradiso solo dopo la nostra morte. Vogliamo qualcosa adesso, subito. I mussulmani non saranno mai soddisfatti dell’integrazione e di tutte le promesse che i bianchi continuano a fare. Vogliamo le nostre terre. Siamo venticinque milioni di neri in America, siamo più che a Cuba, dove sono appena dieci milioni. E quando Cuba dice all’America di stare lontana, l’America sta lontana. Abbiamo combattuto in Giappone, Corea, Germania. Tante guerre e non abbiamo niente. Rivogliamo le nostre terre».
Parole di un leader. Parole di un pugile, il campione del mondo dei pesi massimi.



