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Bordo Ring

QUANDO IL RE ERA MUHAMMAD ALI - L’Olimpiade di Roma

Muhammad-Ali-08NEL 1960 AVEVA VOLATO verso l’Olimpiade di Roma indossando per l’intero viaggio un paracadute. L’aereo continuava a ballare. Ogni turbolenza era seguita al massimo da venti minuti di tregua, poi ne arrivava un’altra. Scossoni continui, a volte sembrava che l’aeroplano andasse giù in picchiata, pensavi che niente potesse fermarlo. Poi, come per magia, si stabilizzava. “Air pocket” dicevano gli americani, noi li chiamavamo semplicemente “vuoti d’aria”. Seduto nelle prime file, assieme ai compagni di squadra, un ragazzo dale guance piene ed i capelli ricci, stringeva forte al petto il paracadute che aveva comprato in un negozio di residui bellici prima di partire. E quando la turbolenza passava, riprendeva a parlare. Cassius Marcellus Clay parlava, parlava, parlava. Non si fermava mai, era il suo modo per tenere lontana la paura. Fra qualche anno avrebbe imparato che le parole potevano essere usate anche per combattere.
Joe Martin era il suo primo allenatore. Un signore alto, magro,agro, con pochi capelli e un paio di baffetti sottili. Un poliziotto che gestiva una palestra e aveva capito col tempo quanto talento e determinazione si nascondessero in quel chiacchierone di ragazzo. Martin aveva parlato quattro ore per convincerlo a salire sull’aereo.
Quando era entrato per la prima volta in palestra, Clay era uguale alle migliaia di ragazzi che l’avevano preceduto. A Joe Martin non aveva dato la scossa, lo aveva accolto come uno dei tanti.
Nessuno scopritore di talenti avrebbe capito al primo colpo chi avesse davanti. C’era voluto un anno per scoprire le carte. Cassius aveva una determinazione unica nell’inseguire il grande sogno. Ma aveva anche una velocità che nessun altro pugile possedeva. Nè quelli della sua età, nè quelli più grandi. Sapeva sacrificarsi, era
impossibile convincerlo a non uscire per ultimo dalla palestra. Lui e Joe Martin avevano lavorato tanto, Cassius aveva raggiunto buoni risultati e adesso che avrebbe dovuto raccogliere i frutti più importanti, si rifiutava di partire.
Seduti su una panchina del Central Park di Louisville, Clay e Martin continuavano a
studiare la situazione.
«Perché non posso andare a Roma in treno come ho fatto per i Golden Gloves?».
-Perché i treni non viaggiano sull’acqua, Cassius. E tra l’America e l’Italia c’è l’Oceano.
«Potrei prendere la nave».
-Sarebbe un viaggio troppo lungo e faticoso.
«E allora non vado».
-E allora perdi la più grande occasione della tua vita.
«L’aereo mi fa paura».
-Non c’è altro mezzo.
«E se andassimo con la tua station wagon? Ne abbiamo fatti di viaggi assieme su quella macchinona».
-C'è l’Oceano, Cassius, non dimenticarlo. E poi anche in California, per i Trials, siamo
andati in aereo.
«E ancora non ho dimenticato la paura che mi ha fatto compagnia durante tutto quel volo. Avevo lo stomaco sottosopra, ero terrorizzato. No, non parto».
-Stai per buttare via la possibilità di diventare un grande pugile. Devi andare a Roma, vincere l’Olimpiade e farti conoscere dal mondo intero.
«Ci penserò su»
Alla fine, Cassius Marcellus Clay quell’aereo l’aveva preso. E ora si ritrovava al centro dell'incubo che gli aveva fatto compagnia nelle notti che avevano preceduto il suo viaggio più importante. Ma stavolta non si trattava di un sogno. Era la realtà. L'aereo ballava e lui stringeva al petto il suo paracadute da guerra.
Era seduto su un posto lato corridoio. Lontano dal finestrino. Non aveva alcuna intenzione di guardare fuori. Non voleva trovarsi faccia a faccia con il suo ultimo nemico, la paura di volare. Ancora una turbolenza. Poi, finalmente, l’atterraggio all’aeroporto di Roma.
Era fuori misura. Quasi sempre. Quel ragazzo mancino che veniva dal sole della California non gli dava pace. Cassius provava a ballare, a muovere le braccia con la solita velocità. Niente da fare. Amos Johnson, il marine di Medina, Ohio, continuava a tormentarlo con il suo jab destro. Si trovava davanti a un mancino, era questo il problema di Clay. Con i guardia destra faticava sempre a capire come muoversi. Anche Willy Moran, l’uomo che qualche tempo prima lo aveva steso in allenamento, era un guardia destra. Un colpo devastante lo aveva messo giù. Dopo essere finito ko, Clay aveva chiesto al suo maestro Joe Martin se avesse visto chi fosse l’uomo alla guida dello scooter che lo aveva investito.
La sera del 30 aprile 1959, a Madison nel Wisconsin, c’erano molte cose che non andavano e lui stava perdendo un match molto importante. Aveva solo 17 anni, mentre l’altro ne aveva giù festeggiati venti. In palio c’era un posto per i PanAmericani che si sarebbero svolti a Chicago. I Trial decidevano chi avrebbe rappresentato gli Stati Uniti in quella competizione. Cassius voleva proprio esserci. Girava sul ring, tirava i suoi colpi, ma non riusciva a centrare il bersaglio. Era spesso fuori tempo e fuori misura. Alla fine il verdetto ai punti (due giudici per lui, tre per l’altro) sarebbe stato per Amos Johnson, l’uomo che in quei PanAmericani avrebbe poi vinto la medaglia d’oro.
Niente Panamericani dunque, una maledizione per lui che era campione AAU (Amateur Athletic Union) e aveva anche vinto i Golden Gloves nazionali per due volte. Ora rischiava il posto tra i mediomassimi, categoria al limite degli 81 chili, anche per l’Olimpiade di Roma 1960. C’erano altri Trials, quelli che avrebbero formato la squadra per i Giochi e lui stavolta non poteva proprio perdere. In quel torneo, che si disputava nella magia del Cow Palace di San Francisco, c’erano solo campioni. Dell’Esercito, della Marina, dell’Aviazione. Marines, detentori del titolo dei Golden Gloves, fuoriclasse dell’est e dell’ovest, studenti e ragazzi in cerca di una motivo per sperare. Solo dieci di loro avrebbero staccato il biglietto per i Giochi in Italia.
Prima dei Trial olimpici, Clay aveva affrontato Percy Price, un altro marine. Sperava di conquistare un posto tra i pesi massimi e la sfida al numero uno americano della categoria era il mezzo più veloce per capire se aveva i mezzi per tentare l’avventura. Aveva però perso. Inevitabile a quell punto spostare l’obiettivo sulla categoria inferiore. Quella contro Price sarebbe stata l’ultima sconfitta di Cassius Clay da dilettante, per trovare un altro avversario capace di batterlo avremmo dovuto aspettare Joe Frazier e il 1971. Dodici anni dopo.
Nel primo match dei Trial a San Francisco il sorteggio gli aveva fatto trovare ancora un marine, come Amos Johnson e Percy Price. Si chiamava Henry Hooper. E non era un mancino. Fino a metà del terzo round l’incontro era stato equilibrato. Poi Clay aveva fatto partire un destro terrificante e l’altro era piombato al tappeto. Un knock out devastante.
In semifinale ci sarebbe stato Fred Lewis, un ragazzo che veniva da Phoenix ed era campione dell’aeronautica. Per batterlo Clay avrebbe usato la tattica che gli riusciva meglio. Jab sinistri e diretti destri al volto. Una, due, dieci volte. Fino al verdetto, conquistato in assoluta tranquillità.
La finale sarebbe stata contro Allen Hudson, soldato dell’esercito di stanza a New York City. Il match si presentava abbastanza semplice. Clay teneva in pugno il rivale. Tutto procedeva come previsto, fino a quando l’altro non gli sparava un colpo a tradimento con il gomito sinistro. Una botta selvaggia, una scorrettezza che mi faceva venire in mente un episodio di oltre un secolo fa. Un fatto assai strano accaduto nel match tra Jack “nonpareil” Dempsey e George Le Blanche nell’estate del 1889.
Per trentuno riprese Dempsey aveva torturato di colpi il suo avversario. La fine era vicina, lo aveva capito Le Blanche, lo aveva capito anche il suo maestro. Jimmy Carroll non era un campione di stile, ma un coach che insegnava la boxe sporca, quella di strada, quella in cui si picchiava senza stare troppo a guardare le regole. Carroll era un’autorità nel campo del pugilato fatto di trucchi e colpi proibiti. Così quando aveva visto Dempsey pronto per sferrare il pugno del ko, aveva lanciato un urlo. Era stato un grido disperato, quello che annunciava l’ultimo tentativo, l’ultima occasione per portare a casa la vittoria.
«Adesso George, adesso».
Il canadese aveva scagliato un gancio sinistro, come aveva già fatto tante volte durante il combattimento, ma questo lo aveva volutamente sbagliato. Subito dopo che il pugno era passato sopra la testa di Dempsey, Le Blanche aveva ruotato facendo perno sul suo tallone e aveva riportato il braccio indietro con una violenza tremenda. Più di uno spettatore avrebbe giurato di averlo visto colpire la mascella di Jack con il gomito. “Nonpareil” era crollato al tappeto. La gente aveva rumoreggiato, tutti erano convinti che quello fosse stato un colpo non permesso. Ma nessuno ne era sicuro con assoluta certezza. Per molti giorni si era discusso su quello che era stato chiamato “pivot punch”. Alla fine i giudici avevano emesso il loro verdetto: “colpo contro le regole”.
Giustizia era fatta. L’arbitro della sfida che avrebbe designato il pugile statunitense per i Giochi di Roma 1960, il signor Vern Bybel, aveva invece considerate quella gomitata di Hudson come se fosse stato un pugno nel rispetto del regolamento e aveva
Contato Clay, contato come se si fosse trattato di un normale knock down. Cassius era furioso.
Aveva poggiato le mani sul tappeto, si era tirato su, aveva aspettato l’8 e poi si era scagliato contro Hudson. Due rapidi sinistri al mento e l’altro era finito sulle corde, per poi scivolarvi sopra ed andare giù al tappeto. Aveva gli occhi vitrei, sanguinava dal naso e dalla bocca. Ma il signor Bybel gli aveva permesso di ripresentarsi al centro del ring. Un diretto destro di Clay lo aveva centrato al mento, stavolta non si reggeva proprio in piedi, le ginocchia non lo tenevano. Era un inequivocabile kot al terzo round. Anche Bybel si era finalmente arreso. L’uomo che gli Stati Uniti avrebbero schierato nella categoria delle 178 libbre, pesi mediomassimi al limite degli 81 chili, era Casius Clay: 102 match all’attivo, 62 dei quali vinti prima del limite e 32 ai punti. Otto le sconfitte.
Appena era giunto a Roma, si era fatto subito conoscere dagli altri atleti del Villaggio Olimpico. Era lui stesso a presentarsi. A tutti.
«Sarò il più grande pugile di ogni tempo».
Lo ripeteva in continuazione. Un ritornello che ripeteva ossessivamente nelle orecchie di ogni  interlocutore. Avrebbe voluto ripeterlo anche a Ray Sugar Robinson prima di partire. Un giornalista di Newsweek lo aveva accompagnato dal campione assieme ad un altro componente della squadra americana, Wilbert “zanzara” McClure. Erano arrivati al bar di Robinson, tra la Seventh Avenue e la 124esima strada. Lui non c’era. Avevano aspettato e lui si era presentato su un Cadillac viola. Ma non aveva avuto tempo per loro. «Io non farò così con i miei tifosi quando diventerò famoso».

APPENA ARRIVATO a Roma, Clay aveva cominciato la sua campagna. Quasi fosse un politico nel periodo delle elezioni. E non semplicemente un pugile, uno dei tanti atleti della rappresentativa americana. E’ vero, Sports Illustrated lo aveva definito: “Il miglior candidato per una medaglia d’oro americana”, ma c’erano ragazzi che avevano decisamente maggior carisma all’interno della squadra.
Rafer Johnson ad esempio, dechatleta e capitano. Wilma Rudoplh, la gazzella della velocità femminile. Ray Norton e John Thomas, velocista e saltatore in alto di valore assoluto. O la squadra di basket con Oscar Robertson, Jerry West e Jerry Lucas. Insomma, erano altri i leader di quel team, altri gli uomini a cui il gruppo faceva riferimento.
Cassius Clay era una sorta di giocherellone che avvolgeva con le sue parole chiunque avesse la fortuna/sfortuna di incrociare la sua strada. Stringeva decine di mani, si presentava, parlava in continuazione. Sembrava addirittura predicasse, nel tentative di portare tutti dalla sua parte. Nei primi quattro giorni al Villaggio Olimpico aveva già posato per una foto ricordo con almeno trenta delegazioni e firmato centinaia di autografi.
Uscendo dalla mensa, aveva incontrato un pugile africano.
-Come stanno i serpenti dalla vostre parti?
-Bene. Conviviamo senza darci fastidio. E voi in America come ve la cavate?
-Non abbiamo problemi. Rimpiango le foreste, a Louisville non ce ne sono
-Mi dispiace.
-Senti amico, mi stai simpatico. Avete un mediomassimo qui ai Giochi?
-Perché mi fai questa domanda?
-Non mi va di demolire un fratello africano.
Era fatto così Cassius.
Viveva con gli altri, nelle tre stanze con letti a castello che la delegazione aveva avuto al Villaggio. Non aveva mai visto un bidet e la prima volta lo aveva scambiato per una fontanella. Si era meravigliato, poi aveva cercato di bere. McClure, che divideva la stanza con lui, aveva riso per un’ora. Era uno spasso Clay. La pensavano così anche Jules Menendez, il coach che veniva dallo stato di San Josè, e Ben Becker, il capo
delegazione.
Nei primi giorni Cassius si era anche innamorato. Erano in tanti al Villaggio ad aver perso la testa per Wilma Rudolph. Anche se tutti sapevano che lei, un mese dopo, avrebbe sposato Eduard Crook junior, altro pugile americano in corsa per la medaglia d’oro.
Con le donne Clay non aveva grande successo. Non perchè non avesse fisico e modi, ma più semplicemente perchè era terribilmente timido.
La descrizione che ne aveva fatto una bella ragazza che aveva avuto una storia con lui al terzo anno delle superiori, raccontava di un’infinita tenerezza, di un’assoluta inesperienza. Non in sintonia con la spavalderia che il giovanotto portava in giro per il mondo facendosi aiutare da quel suo parlare senza fine.
«Era più interessato a Floyd Patterson che al mio corpo. Debbo dire però che a volte
diceva che ero la ragazza più carina che avesse mai frequentato. Il problema era che lui non frequentava ragazze. Non ne aveva mai baciata una, io ero la prima. Gli avevo spiegato come funzionasse e poi l’avevo baciato. E lui era svenuto. In un primo momento avevo pensato che fosse uno dei suoi soliti scherzi, ma poi avevo capito che la botta era stata troppo forte per essere finta. Per farlo rinvenire avevo dovuto usare una pezza fredda».
Cassius Clay parlava, parlava, parlava.
«Sarò il più grande pugile di tutti i tempi».
- Ma se hai paura dell’aereo, come farai a girare il mondo e salire sui ring stranieri?
«Se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe fatto le ali».
-Eppure abbiamo volato senza avere le ali, questo non ti dice niente?
«Non mi convincerete mai. Non si può volare».
Sull’aereo i compagni di squadra per non sentirlo urlare, erano stati costretti a mettersi i cuscini sulle orecchie. Ma non era servito a nulla. Lui continuava a parlare, parlare, parlare. E loro non potevano neppure dormire.
Finalmente era arrivato il momento di combattere. L’esordio sul ring del PalaEur era in programma per il 30 agosto. L’avversario era un belga, Yvon Becaus. Sugli attacchi del rivale, Clay scartava e faceva un passo indietro per poi rientrare con il destro che scuoteva ogni volta Becaus. Gancio sinistro e diretto destro, il giovane europeo non sapeva come ripararsi da quella furia della natura. Diretto destro, gancio sinistro e le ginocchia del buon Yvon si piegavano. Era ko, dopo 1'50" del secondo round.
I quarti di finale erano previsti per l’1  settembre, stavolta il rivale era decisamente
più tosto. Gennady Shatkov veniva dall’Unione Sovetica, una nazione che aveva nella sola Mosca, la capitale, più di mille dilettanti e addirittura centoventi istruttori pronti a insegnare i segreti della boxe. Lui era uno studente di Scienze all’Università di Leningrado. Aveva 28 anni, dieci più di Clay (quando Cassius ne aveva soltanto 7, lui aveva già vinto la medaglia di bronzo ai campionati giovanili dell’Unione Sovietica). Arrivava a questa sfida con un record di 215 vittorie e 12 sconfitte. E soprattutto con la medaglia d’oro nei pesi medi conquistata all’Olimpiade di Melbourne 1956, oltre alle vittorie nella stessa categoria ai campionati europei del 1955 e del 1959. Al primo turno aveva sconfitto ai punti il lussemburghese Ray Cillien e ora si trovava davanti Clay.
Boxavano con lo stesso stile. Preferivano la distanza, si affidavano al jab, avevano braccia veloci e intelligenza tattica. Ma Shatkov era più basso e soprattutto meno rapido.
«Il pugno di Clay, prima lo senti e poi lo vedi».
Finiva ai punti ed era senza alcun dubbio l’americano a meritare il successo. I cinque
giudici erano tutti d’accordo.
La semifinale nascondeva qualche difficoltà in più. Tony Madigan era stato campione dell’Impero Britannico e del Commowealth nel 1958 e l’anno dopo era stato sconfitto proprio da Clay in finale ai Gold Gloves disputati a New York. Un match che aveva generato un verdetto molto incerto, una sfida in cui Tony si era espresso su livelli così buoni da meritare un’offerta di passaggio al professionismo da parte di alcuni promoter locali. Lui l’aveva rifiutata, voleva disputare la sua terza Olimpiade dopo quelle di Helsinki 1952 e Melbourne 1956. A 30 anni era sicuro che le cose sarebbero finalmente andate per il verso giusto.
Per arrivare in semifinale aveva sconfitto ai punti il norvegese Lars Olof Norling e per ko al secondo round il rumeno Gheorghe Negrea. Pugile freddo, esperto, Madigan sprecava poco e con i suoi sinistri allo stomaco e i destri alla mascella metteva in difficoltà Clay. Ma Cassius era abile ed aveva un grande fondo atletico. Alla fine erano stati sempre il suo jab sinistro ed i diretti destri portati a ripetizione a regalargli un altro verdetto unanime.
Ora tra lui e l’oro c’era soltanto un polacco. Uno il cui nome sembrava uno di quei giochini che si fanno in giro per capire come te la cavi con gli scioglilingua, un tizio che voleva togliergli quello che lui pensava di avere in tasca già prima di partire da Louisville. L’oro, la gloria, i soldi.
Erano in tanti a chiamare la sinistra “la mano del demonio”. I genitori legavano quella dei loro figli dietro la schiena, costringendoli così ad usare la destra. Tutto quello che faceva riferimento alla sinistra era accomunato a messaggi negativi.
Se uno ti guarda male, da delinquente, dici che ha “uno sguardo sinistro”. Se qualcuno ti gioca un brutto scherzo, dici che ti ha fatto “un tiro mancino”. In francese si usa “qu’il est gauche” per dire “come è goffo”. In spagnolo “no ser zurdo” significa “non essere mancino”. In tedesco, i due termini che indicano i mancini “links links” e “linkisch”, identificano anche un individuo maledestro.
C’erano degli scienziati che affermavano che essere mancini fosse una condizione ereditaria (quasi si trattasse di una malattia o di un dono miracoloso), altri sostenevano dipendesse dall’età delle madri (i mancini sarebbero nati da quelle donne che facevano figli in età avanzata).
Ma c’era anche l’altra faccia della Luna. Il lato positivo. In tanti pensavano che il mancino fosse più creativo, dotato di maggiore fantasia. Che riuscisse ad esprimersi a livelli più alti dei suoi colleghi. Il mondo avrebbe conosciuto mancini di talento assoluto come I calciatori Diego Armando Maradona e Bobby Charlton; I tennisti John McEnroe e Rod Laver; il pilota di Formula 1 Ayrton Senna; il motociclista Valentino Rossi. E ancora, il cantante Jimi Hendrix (che per suonare avrebbe dovuto farsi costruire una chitarra su misura), Bob Dylan e Paul McCartney; i capi di Stato Bill Clinton, Fidel Castro, Ronald Reagan, George Bush senior ed Henry Truman. Gli artisti Leonardo da Vinci, Michelangelo, Picasso e Raffaello. Condottieri come Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte e Alessandro il Grande.
Si sa. L’emisfero destro (quello che controlla la mano sinistra) è quello che ha generato più artisti, avendo tra le sue funzioni la percezione della tridimensionalità, la creatività, l’immaginazione. I mancini rappresentano l’ala nobile e quella demoniaca del genere umano. E a questo concetto il pugilato non si sottrae. Non è un caso che il mancino nella boxe sia chiamato “guardia falsa”.
La guardia è la posizione di massimo equilibrio nella quale il pugile può difendere e offendere. In questa posizione riesce a proteggere adeguatamente i punti vulnerabili del corpo. Mandibola, cuore, bocca dello stomaco, fegato. La guardia destra, o “guardia falsa”, è quella in cui vengono impostati I mancini e nella quale l’atleta tiene avanti il piede e la mano destra.
Affrontare un mancino è difficile perchè si tratta di stravolgere le consuete dinamiche di combattimento, di azzerare quello che c’è di istintivo nella propria boxe. E’ come battersi contro un avversario allo specchio, ad ogni azione naturale deve corrisponderne una esattamente contraria. Il mancino invece non ha problemi. Lui è abituato ad affrontare un destrorso, perché questi rappresentano la normalità.
Cassius Clay era convinto di portare a casa la medaglia d’oro. Ma quel tizio lì, quel polacco contro cui doveva battersi in finale, era un dannato mancino. E non era l’unica cosa che gli dava fastidio. Le cose erano andate male già al momento di pronunciarne il nome.
L’altro finalista, l’uomo che avrebbe conteso la vittoria olimpica all’Olimpiade di Roma nei mediomassimi a Cassius Clay si chiamava Zbigniew Pietrzykowski. Uno spreco di consonanti e un gran risparmio sulle vocali. Quattordici, contro quattro “i”, due “e” e una “o”. E poi, c’era anche il record che si portava dietro.
Il polacco, che quando non combatteva, gestiva un caffè a Varsavia, vantava una grande esperienza sul ring. Aveva 28 anni, dieci in più del suo avversario. E un curriculum di 334 vittorie, 14 sconfitte e 2 pareggi. Era stato tre volte campione europeo. A Berlino Ovest nel 1955, a Praga nel 1957 e a Lucerna nel 1959. All’esordio, agli Europei del 1953 nella sua città, aveva vinto il bronzo. Il tutto muovendosi tra i superwelter e I mediomassimi. Con la maglia della nazionale aveva perso solo tre volte in 44 combattimenti. Una medaglia olimpica l’aveva già vinta, bronzo a Melbourne nel 1956. Ma la perla del suo record dilettantistico era l’aver battuto addirittura il mitico Lazslo Papp, da cui poi era stato sconfitto nella semifinale del ‘56 tra i superwelter.
Fisico tarchiato, buon jab, discrete movimento di gambe. In semifinale aveva eliminato l’azzurro Saraudi. Quando portava il gancio sinistro era capace di creare
sconquassi. Ed era mancino.
Muhammad-Ali-09Clay era ancora negli spogliatoi quando aveva sentito i fischi del pubblico del PalaEur. Erano diretti contro un americano, erano diretti contro un suo amico, uno che aveva appena sconfitto ai punti un altro polacco. Eddie Crook, un sergente dell’esercito con base a Fort Campbell nel Kentucky, aveva vinto l’oro nei pesi medi. Aveva messo in cascina un buon vantaggio grazie al suo sinistro magico, colpi che Tadeusz Walasek aveva chiaramente accusato. Buon pugile di rimessa, capace di esprimersi anche in efficaci azioni di attacco, il polacco era stato degno rivale. Alla fine il verdetto (tre giudici per Cook, due per Walasek) aveva, giustamente, premiato l’americano. Ma il popolo della boxe non aveva gradito. Prima il lancio di caramelle sul ring, poi un urugano di fischi, che non si era fermato neppure al momento dell’inno nazionale, aveva riempito il Palazzone romano.
Una ragazza, rannicchiata su una delle sedie di bordo ring, piangeva. La cupola del PalaEur tremava sotto i fischi spietati dei romani e lei non riusciva a trattenere le lacrime. Wilma Rudolph, la “gazzella nera” vincitrice dei 100 e 200 metri sulla pista dell’Olimpico, aveva attraversato questa Olimpiade da trionfatrice. E adesso che anche il suo ragazzo aveva strappato l’oro, non si sarebbe mai aspettata che ad accompagnarlo non sarebbero state le note di “The Star-Spangled Banner”, ma quelle dei fischi di disapprovazione di chi magari qualche ora prima l’aveva osannata.

Cassius Clay sentiva tutto questo e cercava di estraniarsi dal resto del mondo. Non voleva ascoltare null’altro che la voce dell’anima che gli stava spiegando perché fosse un predestinato, uno che avrebbe avuto solo la gloria a fargli da compagna nella vita. Tutto era pronto per la grande cerimonia e lui non accettava niente che potesse distrarlo. Al centro del ring lo stavano aspettando l’arbitro, l’italiano Ermanno Tinelli, ed il suo nemico polacco. Suonava il primo gong. Maledizione. Cassius aveva subito sentito che le cose in quel round d’apertura non stavano andando bene. Lo stile aggressivo di quel polacco lo stava mettendo nei guai. Proprio un mancino doveva capitargli in finale. Ma quasi tutti i pugili dell’Est lo erano. E se non lo erano, lo diventavano. I maestri di quei Paesi erano convinti che I guardia destra offrissero un mare di problem agli avversari e così omologavano qualsiasi atleta si presentasse nelle loro palestre. Polacchi, tedeschi dell’Est, sovietici. Un esercito di mancini.
Pietrzykowski portava colpi in serie e Clay chiudeva gli occhi prima di provare a reagire. No, così non poteva andare avanti. Cassius avrebbe voluto portare a casa un paio di souvenir. Aveva scelto il suo numero di gara, il 272, e i pantaloncini della finale. Se fosse andata avanti così, non avrebbe più voluto nulla che gli ricordasse quell bastardo 5 settembre in un Palazzo dello Sport che fischiava e odiava gli americani.
Non c’era soddisfazione neppure all’angolo di Pietrzykowski. I suoi maestri gli dicevano che il vantaggio era esile, che doveva spingere di più se avesse voluto agguantare l’oro. Pochi colpi anche nella seconda ripresa, almeno sino ai trenta secondi conclusivi. Poi, il destro di Clay aveva creato i primi, vistosi danni. Il terzo round diventava una passerella per l’americano.
Ballava, scherzava, faceva il doppio passo, praticava una boxe “dentro e fuori” che raramente si vedeva in questa categoria di peso. Soprattutto tra i dilettanti. Il polacco era travolto, perdeva sangue dalla bocca e dal naso. Cassius era stanco, ma continuava ad andare avanti. Alla fine non avrebbe avuto neppure la forza di esultare. Era stata dura (https://www.youtube.com/watch?v=pg8v-QXCrOs). La stanchezza fisica sembrava lo avesse costretto a riappropriarsi di un minimo di serietà. Ma sarebbe durata poco.
“Avrei voluto conservare questi pantaloncini. Ogni volta che li avrei rivisti, mi sarei ricordato della notte in cui avevo vinto l’oro ai Giochi. Ma con tutto il sangue che c’era sopra, ho pensato che sarebbe stato meglio se li avessi
lasciati qui".
Cassius Clay era appena diventato campione olimpico e già si erano accese violente discussioni sul suo valore assoluto. Scriveva l’organizzatore Felice Zappulla, nelle vesti di giornalista per la rivista specializzata “Boxe”: «La mobilità di Bondavalli, l’arte di Urbinati, l’estro di Quadrini, la velocità di Enrico Venturi, la facoltà di colpire da tutte le posizioni di Benvenuti, la plasticità fisica di Musina. Ecco Clay che ha impressionato più di quello che non fece Patterson a Helsinki. Pietrzykowski per batterlo avrebbe dovuto avere un tale colpo di fortuna da suggerire l’idea, se la cosa fosse avvenuta, di requisirlo e portarselo ai tavoli della roulette: avrebbe sbancato! Ma la fortuna, o la fortunosità, non c’è stata e anzichè al Casinò il polacco è finite all’ospedale: non un centimetro del suo viso è rimasto sano e integro quando Clay, alla terza ripresa, l’ha trasformato in una pera da pugni».
A Zappulla dunque, era piaciuto. E lui, notoriamente, era uno che se ne intendeva. Non era stato invece amore a prima vista con molti giornalisti americani. La boxe di Clay apparteneva al futuro. Danzava sul ring, sembrava possedere la capacità di non farsi toccare. Era dotato di una velocità così efficace da far apparire facile ogni cosa
ottenesse sul ring. Non c’era cattiveria nella sua azione, non c’era volgarità nel suo gesto tecnico. E questo, per i critici americani, era una colpa. Dicevano mancasse di rabbia, di concretezza, di furore agonistico. La questione era assai più semplice. Non erano abituati a vedere cose del genere. E quando non capisci, spesso ti spaventi e, per difenderti, denigri.
Non l’avevano presa bene neppure i reporter dell’Est. Quel ballerino nero aveva umiliato un lavoratore del ring come Pietrzykowski. Uno scandalo. E allora erano andati giù duri con I loro articoli e con le parole in conferenza stampa.
-Cosa si prova, da negro, a conquistare la gloria per un Paese che non vi dà neppure il diritto di mangiare ai Grandi Magazzini di Lousville? (domandava un cronista sovietico)
«Stia tranquillo signore, abbiamo persone qualificate che stanno studiando il problema. Per me gli Stati Uniti sono ancora il Paese migliore del mondo, meglio anche del suo. Magari sarà difficile trovare un posto dove mangiare, ma non viviamo in capanne di fango».
Tornato al Villaggio Olimpico, Cassius avrebbe poi scritto una delle sue prime “poesie”. L’avrebbe letta al rientro a Louisville.
«To make America the greatest is my goal,
So I beat the Russia, and I beat the Pole,
And for the Usa I won the Medal of Gold.
Italian said, “You’re greater than the Cassius of Old.
We like your name, we like your game,
So make Rome your home if you will”.
I said I appreciate your kind hospitality
But the Usa is my country still
‘Cause they waiting to welcome me in Louisville»
Traduzione.
«Fare diventare l’America la più grande era il mio obiettivo
così ho battuto il russo e ho battuto il polacco
e per gli Usa ho vinto la medaglia d’oro
gli italiani mi hanno detto, “Sei più grande del Cassio del passato
ci piace il tuo nome, ci piace il tuo modo di combattere
così fai di Roma la tua casa se vuoi”
io ho detto, apprezzo il vostro senso dell’ospitalità
ma gli Usa sono ancora il mio Paese
perchè loro mi stanno aspettando per darmi il
benvenuto a Louisville».
Louisville era la sua città. Anche lì c’era la segregazione, aveva ragione il giornalista russo, ma era anche un posto tutto sommato tranquillo. La criminalità era rappresentata soprattutto da ubriachi e prostitute, non circolavano droghe. Tutto filava via senza grossi problemi. A patto che un negro non frequentasse le zone riservate ai bianchi.
Il rientro a casa non sarebbe stato comunque come lui aveva sognato e descritto nei versi dedicati al suo Paese. Non ci sarebbero state sorprese, solo conferme. La medaglia d’oro non l’avrebbe fatto diventare un bianco, ma avrebbe spinto undici uomini di affari di Lousville, guidati da William Faversham, a offrirgli 10.000 dollari (con cui avrebbe comprato una Cadillac rosa per i genitori) e a investire pesantemente su di lui per la carrier professionistica.
A Roma aveva ancora qualcosa da mostrare in giro. La sua medaglia d’oro. Se l’era portata anche a letto.
«Non sarei mai riuscito ad addormentarmi se non l’avessi avuta con me».
Il mattino dopo la vittoria, aveva fermato qualsiasi persona incrociasse il suo cammino all’interno del Villaggio.
Camminava ondeggiando come se fosse ancora sul ring, orgoglioso di quello che era riuscito a fare.
Quella mattina del 6 settembre 1960 si stava ancora godendo la gioia del successo, quando gli avevano segnalato l’arrivo di un altro signore nero, uno che si portava
dietro un codazzo di ammiratori. Un altro pugile. Il campione del mondo dei pesi massimi professionisti, Floyd Patterson.
«Gli sono andato incontro, volevo fargli I complimenti».
A questo punto le versioni dei testimony oculari differivano. C’era chi diceva che Patterson non avesse dato confidenza a quell 18enne che probabilmente neppure conosceva. Ma c’era anche chi affermava invece che la stretta di mano flaccida del campione avesse inorridito Cassius al punto da cancellare l’ammirazione che aveva nei confronti del campione.
Questo e altro ancora raccontavano i signori che avevano diviso con Clay e Patterson quei momenti. L’unica certezza era che Cassius Clay avrebbe lasciato Roma senza portarsi dietro una grande stima per l’uomo che era quello che lui sognava di diventare. Il campione del mondo dei pesi massimi.

RIFERIMENTI

BOXE RING WEB

EDITORE FLAVIO DELL'AMORE

Autorizzazione

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