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Bordo Ring

Boxe e stampa, analisi della crisi

ParisiGiornalisti pigri, organizzatori che ignorano cosa sia la promozione, tv che non aiutano. E una Fpi che sarà felice solo quando i professionisti usciranno dal Palazzo…



Alessandro Duran su Facebook si chiede cosa fare per rimettere in piedi un rapporto, quello tra il pugilato e la stampa, che oramai si è rotto. Gli spazi sui giornali non vengono concessi neppure davanti a fatti eclatanti: ad esempio il doppio europeo di Brindisi (lasciate perdere i nefasti cartellini dei due giudici spagnoli), il ritorno al titolo di Simona Galassi o il bel match tra Larghetti e Rossitto. La boxe è relegata nelle brevi al pari di discipline che non hanno lo stesso potenziale di popolarità. Ecco, credo che il problema sia proprio qui. Il pugilato è rimasto uno sport solo potenzialmente popolare. Per drammaticità dell’evento sportivo, per la caratura umana dei personaggi coinvolti (i pugili), per l’adrenalina che riesce sempre a scatenare, per la bellezza dei gesti e l’intensità dello spettacolo. Ma questo potenziale oggi è totalmente inespresso. Non voglio limitarmi a lanciare accuse trancianti, preferisco chiedermi perché tutto ciò sia accaduto.

GIORNALISTI E BOXE

Il rapporto tra il pugilato professionistico e la stampa si è quasi totalmente interrotto alla fine degli anni Novanta con l’uscita di scena del miglior Giovanni Parisi (nella foto in alto). E’ stato lui l’ultimo personaggio capace di offrire tutti gli elementi necessari per una descrizione mediatica degli eventi di cui era protagonista. Da quel momento in poi il rapporto della boxe con i giornali si è trasformato in qualcosa di occasionale, legato più a singoli episodi (o pugili) che a un legame costante nel tempo.

Dagli anni Novanta in poi altri sport, come pallavolo e nuoto, hanno conquistato gli spazi lasciati liberi dalla boxe.

Altre discipline, come la Formula 1 ed il motomondiale, hanno allargato ancora di più un regime che era già di predominio.

In un ormai lontano passato i quotidiani avevano una pagina fissa dedicata alla boxe. Ma quelli erano i tempi in cui il pugile assumeva i contorni dell’eroe popolare, del gladiatore che portava sul ring la voglia di riscatto di un’intera generazione. C’era un comune senso di ribellione, la voglia di accreditarsi come portavoce di un’intera epoca. E i giornali diventavano testimoni pronti a raccontare le storie dei vari personaggi.

Hagler1La boxe ha poi assunto una diversa fisionomia. La televisione ha portato i protagonisti direttamente dal ring alle case di tutti gli italiani. Abbiamo così imparato ad amare e seguire anche i campioni stranieri. Sono diventati nostri idoli pugili che erano nati e vivevano al di là dell’Oceano. Abbiamo adottato Marvin Hagler (qui, a destra nella foto, nel match contro Thomas Hearns), Mike Tyson, la seconda carriera di George Foreman, Evander Holyfield. Tanto per citare i più famosi.

Quando combattevano era come se sul ring ci fosse uno dei nostri. Noi inviati dei giornali sportivi (ma, nelle occasioni speciali, c’erano anche molti colleghi dei quotidiani politici) andavamo in giro per il mondo a raccontare le loro gesta. Gli editori investivano in uomini e denaro sulla boxe, consci della dimensione del fenomeno e dei gusti del pubblico a cui i giornali facevano riferimento.

ORGANIZZATORI E TELEVISIONE

Si viveva in un periodo di vacche grasse, ma l’ingordigia degli organizzatori ha raso al suolo il pascolo. Hanno proposto sfide ridicole, accoppiamenti folli. Le televisioni hanno capito che era sbagliato pagare tanti soldi se poi lo spettacolo offerto disgustava gli spettatori. E, un poco alla volta, hanno mollato la presa.

L’avvento della televisione a pagamento ha contribuito a rendere meno popolari le facce dei campioni. Grandi pugili, come ad esempio Floyd Mayweather jr, Roy Jones jr o Manny Pacquiao, hanno costruito l’intera carriera sugli schermi delle tv criptate. Uno spettacolo per pochi nel mondo, per piccoli numeri di appassionati in Italia.

E se mancano gli eroi popolari diventa sempre più difficile per questo sport salvaguardare la sua posizione all’interno del panorama mediatico nazionale. Il proliferare delle sigle mondiali non ha fatto altro che ingigantire il problema. Un colpo tremendo, assai vicino al ko.

Sono aumentate le categorie di peso, si sono moltiplicati gli enti che garantiscono una cintura mondiale. Oggi i detentori di una corona sono almeno 68, considerando solo le quattro sigle maggiori. Chi mai può pensare di conoscere tutti i campioni, di averne in mente faccia e profilo tecnico?

UNO SPORT GHETTIZZATO

La boxe professionistica si è così sempre più ghettizzata. In Italia è diventata soprattutto materia per persone che si scambiano “post” sui Forum dei siti web specializzati. Pochi messaggi, scritti sempre dagli stessi (anonimi) utenti con un linguaggio quasi sempre livoroso. Si parla all’interno di un gruppo, sempre più piccolo, e lo si scambia per il mondo intero.

I giornali non hanno fatto altro che registrare la situazione. Provate ad andare in giro mostrando la fotografia dei nostri campioni di oggi alla gente. Sono quasi certo che verrebbero riconosciuti da meno del 5% degli interpellati. Salvo rarissime eccezioni.

Davanti a questi numeri diventa difficile convincere un giornale ad occuparsi sistematicamente della boxe, se non in particolari occasioni. Ma si tratta di eventi isolati. Poi, tutto torna nel buio. Una delle discipline più belle del mondo è diventata assai simile al curling. Entusiasmo e curiosità durante i Giochi Olimpici invernali. Poi, quattro anni di silenzi.

LE COLPE DELLA STAMPA

Detto questo, non posso (purtroppo) fare a meno di sottolineare come oggi sia scomparsa, da parte dei giornalisti, la voglia di raccontare delle storie. E’ stata azzerata la curiosità, non si cerca più la costruzione di un servizio, ma ci si limita a riempire gli spazi. E se non si lotta, non si ottengono risultati. Questo vale nella boxe, ma anche nel giornalismo.

Per creare interesse, uno sport ha bisogno di storie, personaggi, campioni. Ma anche di continuità. In tutte le discipline sportive che si svolgono sul nostro territorio, si gioca dalla serie A alle serie minori. E solo gli eventi più importanti trovano spazio all’interno di un giornale. Nel pugilato italiano la programmazione annuale è incerta e non sempre di alta qualità.

Abbiamo avuto, come se non bastasse la banda dell’alfabeto messa su dalle sigle Mondiali, un’esplosione di titoli dell’Unione Europea, Mondiali giovani, Internazionali, Intercontinentali, campioni del Mediterraneo. Confusione aggiunta alla confusione.

hatton-pacquiao-46 1395904cSi è pensato che etichettare un match equivalesse ad assegnargli un bollino di garanzia, a renderlo materia di interesse mediatico. Ma non è certo un male solo nostro. Negli Stati Uniti tempo fa hanno sentito la necessità di imporre un titolo anche a una sfida come quella tra Manny Pacquiao e Ricky Hatton (nella foto a fianco) che non ne aveva certo bisogno per imporsi all’attenzione universale.

Sono i pugili a generare interesse, non l’etichetta sotto cui è programmato il match. Lì, almeno, i pugili li avevano. A noi, spesso, resta solo un’etichetta senza valore.

LA FPI ED IL PROFESSIONISMO

Gli organizzatori avevano come riferimento la televisione, unico elemento che riusciva a far quadrare i conti. Una volta invece i conti si facevano al botteghino. Più interessante era il match, più promozione, gratuita, si otteneva dai giornali. Le sfide erano messe su cercando una chiave di lettura che potesse stuzzicare l’interesse del potenziale spettatore. Perchè mai oggi un combattimento tra un nostro pugile di medio calibro ed uno sfidante destinato al 90% alla sconfitta dovrebbe trovare ospitalità su un giornale? Perchè mai un giornale dovrebbe raccontare incontri tra nostri campioni e i vari perdenti fissi? Nè gli organizzatori, nè soprattutto la Federazione, che avrebbe dovuto tutelare il suo sport, se ne sono mai interessati. Negli ultimi venti anni la Fpi si è totalmente estraniata dal pugilato professionistico ed ora sembra essere addirittura felice di espellerlo.

Per non parlare poi della facilità con cui saltano riunioni già fissate. Il pugilato italiano sembra essere lo sport frequentato dagli atleti più cagionevoli del mondo. E anche qui il ruolo della Fpi è passivo, da semplice spettatore.

Perchè la stampa dovrebbe annunciare un evento che ha grandi probabilità di saltare o, nella migliore delle ipotesi, offrire un programma diverso da quello pubblicizzato?

Ogni giorno, all’interno dello spazio riservato alle varie discipline, sui quotidiani si scatena una vera e propria lotta. Per meritarsi un servizio, un titolo, bisogna essere forti.

Proporre argomenti importanti. Il pugilato ci riesce raramente.

IL CROLLO DEGLI SPECIALISTI

Il fatto che una rivista gloriosa come “Boxe Ring” sia scomparsa dalle edicole ed abbia visto ridurre a piccoli numeri la sua reale diffusione (non tengo volutamente conto delle copie inviate alle società o ai Comitati Regionali) sarà pure un segnale da tenere in considerazione. La chiusura di due siti Internet esclusivamente dedicati al pugilato come Non solo Boxe e Mondoboxe, il fatto che ne esistano solo altri due a livello nazionale sono altrettanti segnali di un calo di interesse di cui i quotidiani devono necessariamente tenere conto.

Se un piccolo sito web indipendente come questo (boxeringweb.net) ha contatti maggiori due volte e mezzo a livello nazionale e quattro volte a livello mondiale rispetto a quello della Federazione (che può usufruire di un logo potenzialmente di maggiore attrazione) qualcosa vorrà pur dire sull’impegno che la Fpi mette nella divulgazione del proprio prodotto.

Se neppure gli specialisti resistono, pensate quanto sia difficile trovare spazi all’interno della stampa generalista e nazionale, soprattutto quando il disinteresse federale è totale.

I PROMOTER SENZA PROMOZIONE

Nell’allestimento delle riunioni manca la volontà di dare spettacolarità all’evento, non lo si costruisce. Si vola bassi. Si mette su un match e il lavoro finisce lì. Non c’è promozione, non si prova a costruire uno spettacolo attorno all’incontro più importante. Al massimo si manda qualche messaggio a quattro giornali attraverso una mailing list datata nel tempo.

Sono ridotti quasi a zero i contatti con i quotidiani, azzerati i rapporti con le televisioni per la produzione di spot promozionali, ridotti a poche decine di unità i manifesti con il programma della riunione. Non si conosce neppure da lontano (tranne rare eccezioni, come Buccioni a Roma) come portare la gente al luogo della riunione. Parterre deserti o quasi. Non è solo colpa dei giornali (che pure di colpe ne hanno), ma anche e soprattutto della mancanza di attenzione dei promoter al problema.

Spesso, per non dire quasi sempre, anche gli abitanti del posto dove si svolge la manifestazione ignorano data, luogo e orario della stessa.

Tutto attorno a noi c’è un universo di sport dotati di un calendario e di un discreto numero di personaggi. Parlo, lo ripeto, del nuoto, della pallavolo femminile, della scherma, del tennis femminile, del basket, della Formula 1, del motomondiale. La boxe continua invece a fare passi indietro.

Uno ad uno sono usciti di scena i giornalisti specializzati. Si sono tutti dedicati ad altro. E i nuovi colleghi non hanno neppure voglia di provarci, giudicando il pugilato professionistico come una disciplina vecchia, senza futuro. Una disciplina che considerano “morta”.

Il giornalismo è cambiato con gli anni. Manca lo voglia di andare a cercare la bella storia, non esistono quasi più quelli che una volta erano apprezzati dai direttori perché erano sempre in grado di tornare in redazione con un pezzo che si faceva leggere. Mettere su un articolo con fatti, retroscena, analisi, intrighi e notizie costa fatica. E poi c’è Internet che offre il piatto già pronto. Al limite va anche bene il comunicato stampa dell’organizzatore, anonimo e senza alcuna presa sul lettore.

FERMI NEL TEMPO, IGNORANDO IL PASSATO

E’ per tutti i motivi che ho elencato che ci troviamo davanti ad un’avvilente realtà: la boxe è scomparsa, o quasi, dai quotidiani. Gli anni sono passati, i tempi si sono evoluti, ma il mondo della boxe è rimasto vecchio. E purtroppo in questo suo marciare a rilento ha anche perso tutto quello che di buono aveva il pugilato di venti, trenta, quarant’anni fa. Un ambiente vecchio e senza rispetto del passato.

Fatichiamo a trovare un personaggio che abbia lo spessore del protagonista, un campione universalmente riconosciuto, non esiste una struttura organizzativa capace di mettere in piedi un evento degno della Champions League.

E le televisioni? Ormai Sportitalia ha quasi il monopolio assoluto. Offre un buon prodotto, ma non garantisce abbastanza soldi per i diritti televisivi. E questo è un altro freno all’azione dei promoter che si lamentano di non poter gestire un budget degno di una riunione che si rispetti. I comuni pagano poco, le televioni meno, la pubblicità non c’è. Si lamentano in continuazione. E probabilmente hanno ragione. Ma nessuno li obbliga a fare questo mestiere. Se poi non capiscono che l’unico modo per tentare di salvarsi è quello di lavorare in gruppo (aspetto per cui tutti hanno dimostrato un’allergia totale), non riesco proprio a capire come pensino di farcela.

FRAGOMENIEppure la boxe è uno sport che offre da sempre grandi storie (pensate, tanto per restare ai tempi recenti, a quella di Giacobbe Fragomeni, (nella foto). Forse a qualche giornale è venuta a mancare la voglia di cercarle. Ma nessuno, all’interno del mondo di riferimento, si è mosso per ricreare un rapporto non solo logoro, ma drammaticamente rotto.

Non l’ha fatto la Federazione che ha ormai chiaramente fatto capire che prima i professionisti usciranno da viale Tiziano, meglio sarà per lei. A questo proposito voglio dire che negli ultimi tempi ho capito una grande verità. Gli attuali dirigenti federali non si comportano così perché odiano il professionismo, ma perché non sanno proprio come uscire dalla situazione in cui si sono cacciati. Lo testimonia il rapporto sull’ultimo Consiglio Federale: “Si è preso atto della nomina da parte del CONI del Commissario ad acta per l'adeguamento dello Statuto federale, incaricando la Commissione Carte Federali di seguire e accompagnare con la massima attenzione il gruppo di lavoro misto di esperti giuridici incaricati rispettivamente dal CONI e dalla FPI per una soluzione coerente con il rispetto dei dettami dell'AIBA e con la salvaguardia dell'autonomia della FPI.” Il solo fatto che continuino a parlare di “autonomia della FPI” testimonia quanto lontani siano dalla realtà a cui stanno andando incontro.

Ma un aiuto al rapporto stampa/pugilato non l’hanno dato neppure gli organizzatori che continuano a ignorare totalmente quali siano i passi che devono fare per creare i giusti canali di comunicazione, non capiscono quanto sia importante la promozione.

UNA (QUASI) AMARA CONCLUSIONE

Mi ero quasi arreso. Mi stavo convincendo che questo problema non avesse soluzione. Una certezza che veniva da una semplice constatazione: non esistono i soggetti adatti a risolverlo. Né da una parte, né dall’altra. Ma poi  ho pensato che questo sport non meritava di finire senza un palcoscenico mediatico dove recitare il suo ruolo da protagonista. E allora mi sono detto che noi di boxeringweb.net, anche se quasi isolati, avremmo continuato a lottare (con le parole e con le idee) ancora e più di prima.

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